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Massoneria e Mafia, Carlo Palermo: ''Non dobbiamo perdere mai la fiducia di raccontare questi fatti''

di Davide de Bari - Video e Foto
Il libro "La Bestia" presentato ieri, in provincia di Pordenone, dall'ex magistrato

Si è tenuta ieri a Stevenà di Caneva, in provincia di Pordenone, l’incontro “Poteri massonici e mafia in Italia” con l’ex magistrato e sopravvissuto alla strage di Pizzolungo, Carlo Palermo, che ha presentato la sua ultima opera: “La Bestia”, edito da Sperling & Kupfer. A condurre i lavori è stato il caporedattore di ANTIMAFIADuemila, Aaron Pettinari, che ha fatto un lungo excursus dei rapporti tra massoneria e mafia a cominciare dalle indagini che riguardano proprio la loggia massonica P2, di Licio Gelli. Il giornalista ha ricordato come appena due anni fa sia stata approvata dalla Commissione nazionale antimafia, allora presieduta dall'onorevole Rosy Bindi, una relazione su “Mafia e massoneria” rilevando l’esistenza di infiltrazioni mafiose nelle associazioni a carattere massonico e a quelle “coperte” che si trovano all’ombra di quelle ufficiali. Da questa si evince come, oggi, sarebbero 193 gli affiliati alle logge massoniche siciliane e calabresi coinvolti in inchieste di mafia, in alcuni casi condannati ex art. 416bis del Codice Penale, in altri casi condannati per gravi delitti o indagati per associazione mafiosa. Pettinari ha poi riportato alcune testimonianze recenti in processi come ‘Ndrangheta stragista, Breakfast o Gotha, che spesso non vengono considerati dalla grande informazione, in cui si è fatto riferimento proprio a questo "intreccio di mondi". “C’è un importante collaboratore di giustizia, Cosimo Viriglio, - ha detto il giornalista - che ha parlato di come non è la mafia ad essersi infiltrata nella massoneria, ma il contrario”.
Contro certi poteri, in cui convergevano affari ed interessi nazionali ed internazionali, l'ex magistrato Carlo Palermo si è scontrato in la bestiaquelle indagini che aveva condotto sul traffico internazionale di armi e droga, svolte a Trento per poi arrivare fino a Trapani, finché il 2 aprile 1985 non subì un attentato, la strage di Pizzolungo, dove, purtroppo, morirono Barbara Rizzo, 30 anni, ed i suoi figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta, di appena 6 anni.
Palermo ha così raccontato come, da giovane giudice istruttore, è andato in contatto con certe realtà e si è confrontato anche con colleghi come Giovanni Falcone, Giangiacomo Ciaccio Montalto o Rocco Chinnici. “Mi sono trovato ad affrontare quella realtà molto giovane tra la fine dei anni ’79 e inizio ’80. - ha raccontato non nascondendo un velo di commozione - E’ veramente difficile raccontare questa storia perché capita di ascoltare delle narrazioni dei nomi di personaggi che subito evocano in tutti le immagini di morte. E’ complicato raccontare perché una cosa è parlare di fatti scritti suoi libri, ma un’altra è raccontarli per aver vissuto con loro. Ed io ogni volta sento le loro voci e vedo i loro volti perché loro non ci sono più”.
Palermo ha poi parlato dell’inchiesta di cui si è occupato a Trento. “Iniziava tutto dal medio oriente, dove avveniva la raccolta di eroina che poi veniva spedita in un itinerario a Trento, in dei depositi, per poi essere spostata in Sicilia. Lì c’erano dei laboratori in prossimità di Palermo, veniva raffinata e poi sparsa per tutti i mercati da Milano a Marsiglia e negli Usa - ha spiegato Palermo - Poi ho scoperto che c’era un inverso traffico di armi che servivano per le varie guerre”. L’ex sostituto procuratore di Trapani ha ricordato quando si incontrò con un altro magistrato che stava combattendo il traffico di droga a Trapani, Ciaccio Montalto, ucciso da Cosa nostra il 25 gennaio 1983. “Ci occupavamo di quelli stessi traffici e così che conobbi Montalto, perché a Trento avevo sequestrato una cartolina con scritto Leonardo Crimi, che era uno che frequentava Trapani ma anche il Veneto - ha detto - La cartolina proveniva da Trapani così iniziarono i colloqui conoscitivi, ma poi conobbi Falcone per i laboratori di raffineria a Palermo. Partecipai poi a un convegno a Sorrento dove c’era Montalto, Falcone, Chinnici, Borsellino ed ebbe il piacere di conoscerli. Ma poi un mese dopo uccisero Ciaccio, sei mesi dopo la strage di Via Pipitone, poi Pizzolungo e nel ’92 le stragi”.



L’intreccio tra Sofia e Trapani
In riferimento al convegno a Sorrento, l’autore de “La Bestia” ha parlato di un articolo pubblicato in Germania, scritto in inglese, in cui si raccontavano i risultati dell'inchiesta di Trento e di come a Sofia vi fosse “la centrale del traffico di armi e droga”. “In quei articoli erano indicati i collegamenti con il KGB e banche che erano collegate al Papa - ha spiegato - Io ero arrivato a Sofia perché i miei indagati erono collegati ai 'lupi grigi' di quello che fece l’attentato a Papa Wojtyla". Mettendo insieme una serie di pezzi del mosaico, apparentemente scollegati tra loro, l’avvocato ha dunque raccontato che l’attentatore del Papa, Mehmet Ali Ağca, “prima di porre in essere l’attentato contro il Pontefice era stato in Sicilia e lui apparteneva alla mafia turca che trafficava armi e droga poi c’era la parte terrorista-idealista. Contemporaneamente a Trapani erano presenti le logge collegate alla P2 che erano presenti nell’81, scoperte nel ’86 dove emergono i collegamenti tra Trapani e Sofia. Infatti, Ali Ağca quando viene imputato dall’autorità giudiziaria di Roma fa i nomi delle autorità bulgare. Dai documenti che sequestrai a Trapani emersero i collegamenti con Ali Ağca”.
Nel corso dell'evento sono stati anche mostrati alcuni dei documenti che sono inseriti anche all'interno del libro. Carte inerenti l'inchiesta di Trento ma anche le relazioni della Commissione sulla P2, presieduta da Tina Anselmi. "Durante l'indagine di Trento mi imbattei in alcuni documenti che mi sembravano assurdi ed inutili ad una prima lettura. Carte in cui si parla di massoneria, dei Rosa Croce con simbologie strane. Non potevo comprendere allora. Poi, anni dopo, ho compreso che vi erano collegamenti con altre inchieste e documenti. Ed è bastato rileggere altre carte come quelle sulla P2 dove compaiono nomi che erano inseriti nella mia inchiesta. Tra questi c'erano anche i nomi di alcuni soggetti che io credevo fossero siriani ma che in realtà erano dei palestinesi che facevano riferimento a Settembre nero".
"Certe informazioni - ha proseguito - erano in possesso di determinati organi ma nessuno mi avvisò della reale identità di certe figure e così tutto diventa più difficile. E in queste carte, a lungo nascoste, c’è la storia di tutto ciò che doveva accadere dopo, ma è stato preferito tenerlo segreto; senza avvisare gli interessati in grado di leggere quei nomi per renderli visibili. Erano conosciuti e noti agli organi dei servizi, ma non è stato fatto niente. Questo è l’incredibile - ha spiegato l’avvocato - La massoneria che emerge porta a conoscere e individuare i centri di potere che esistono a Trapani, Parigi dove c’è stata la realizzazione della piramide inversa, Londra e New York”.


Realtà scomode e la speranza nei giovani
L’ex magistrato ha raccontato le difficoltà nel scoprire queste realtà. “Ho dovuto trovare personalmente dei riscontri su dei nomi che nessuno conosce. - ha detto - Si diventa eroi quando si muore e allora si cercano le carte sparite. Falcone con la manomissione della sua agenda, Borsellino con la sparizione dell’Agenda Rossa, Carlo Palermo che è sopravvissuto. Queste sono realtà scomode e difficili da ricercare”. Palermo ha raccontato che già all'epoca aveva la consapevolezza che “era difficile vincere quella battaglia contro i presidenti e industrie militari”. Per l’avvocato i magistrati hanno dei “limiti” e quando si trovano davanti a questi fenomeni “sono perfettamente consapevoli che non si possono vincere”, ma “con la propria coscienza va avanti finché può e quando ci si avvicina alla verità si salta”. Sempre su questo ha continuato: “Questi sono effetti dirompenti che un magistrato deve mettere in bilancio e si riesce a farlo solo se si crede profondamente. Si sa che andando contro si rompono le scatole e l’isolamento è il più grande problema da affrontare. Io credo che la vita meriti di essere vissuta e si riesca a dare significato se uno va fino in fondo. Anche se mi hanno fatto smettere di fare il magistrato, io continuo”.
Durante l’incontro Palermo si è rivolto ai più giovani: “Io mi auguro che quei giovani (riferendosi ai ragazzi di Our Voice che hanno aperto e chiuso la presentazione, ndr) - ha detto - che cantano insieme a quelle poche testimonianze di chi ha vissuto continuino a raccontare questi fatti e tutto questo ha un senso se tutta questa storia vogliamo vederla e leggerla. Ecco perché serve che ci sia la volontà di cercare la verità, di non perdere la fiducia e di dare un senso”. Sempre rivolgendosi ai ragazzi ha concluso: “E’ importante che giovani prendano passione, come anche è importante colmare queste lacune con l’approccio dei giovani, è questo stimolare la coscienza degli altri attraverso forme meno pesanti rispetto alla realtà”.
A iniziare e concludere la serata sono stati i giovani ragazzi del Movimento culturale internazionale Our Voice che tra passi di danza e monologhi hanno dato il loro contributo. “Purtroppo sappiamo benissimo che ci sono ancora queste verità nascoste. E’ importante che ciascuno di noi si impegni per far venir fuori questi fatti, perché la nostra democrazia è a rischio” ha detto Beatrice Boccali, coordinatrice del Friuli Venezia Giulia di Our Voice, insieme agli altri membri del movimento: Mattia e Luca Lautieri, Jacopo Casanova, Gabriele Pappalardo, Albert Ifrim e Nicolò Ferro. “Guardo il mare e mi rendo conto che non è una cosa, ma è fatto di tante piccole gocce. Tutti noi siamo il mare e non ci possono essere scogli e tempeste che possano fermare il nostro cammino. - ha interpretato Chiara Lautieri in un monologo - Noi siamo come tante piccole gocce per formare un abbraccio per sostenere e difendere tutti i giusti che per questo mondo stanno lottando per donare un futuro migliore”.

Foto © Our Voice

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