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Depistaggio via d'Amelio, Contrada: ''Il Procuratore capo Tinebra chiese aiuto ai Servizi segreti''

di Aaron Pettinari
L'ex numero 3 del Sisde: "Nell'agenda appunto la parola indagini ma è in senso lato"

"Il 20 luglio 1992 ho avuto una conversazione con il procuratore di Caltanissetta Tinebra. Lui mi chiese di contribuire alle indagini, ma tra le varie cose che gli prospettai e le varie obiezioni che avevo fatto alla sua richiesta di collaborare alle indagini, la cosa principale era che non ero più nella polizia giudiziaria. Avevo anche obiettato che non avrei intrapreso nessuna attività sul piano informativo, perché quello era il mio compito, se non d’intesa con gli organi di polizia giudiziaria interessati, sia della Polizia che dei Carabinieri”. Ad ascoltare le parole dell'ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada, sentito ieri al processo sul depistaggio di via d'Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra, non ci sarebbe stato nulla di male in quell'interlocuzione tra i servizi di sicurezza ed il vertice della procura nissena. Eppure quell'iniziativa, definita "decisamente irrituale" dai giudici della Corte d'assise nelle motivazioni della sentenza Borsellino quater, non era permessa dalla normativa vigente all'epoca. Ma quei contatti andarono avanti e vi furono anche più incontri, come riportato dalle stesse agende di Contrada, acquisite al processo assieme ad alcune note del Sisde.
L'ex capo della Squadra mobile, sentito come testimone assistito in virtù della precedente condanna per concorso esterno (anche se la Corte di Cassazione l'ha definita "improduttiva di effetti penali" dopo la decisione della Cedu), rispondendo alle domande del sostituto procuratore nisseno Stefano Luciani, ha più volte ribadito di aver solo contribuito a creare il gruppo di lavoro che doveva operare solo sul piano informativo e di non aver svolto le indagini. Quindi ha spiegato che ogni volta che nella sua agenda compare un riferimento alle indagini sulle stragi "è sbagliato perché quelle sono della polizia giudiziaria. Avrei dovuto scrivere attività. Il riferimento dunque non era in senso stretto ma in senso lato. Perché non abbiamo fatto intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni ed interrogatori". Eppure nei giorni del 24 luglio, del 30 settembre e del 19 ottobre si fa un chiaro riferimento ad incontri in presenza del Procuratore capo di Caltanissetta (ma anche di altri soggetti) con tema proprio le indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Contrada ha spiegato che dopo il primo incontro con Tinebra, dove a far da tramite era stato l'allora capo della polizia Vincenzo Parisi tramite suo genero, "ci fu un incontro per la Polizia, con l’allora dirigente della Squadra La Barbera e successivamente l’incontro con il maggiore Obinu dei Carabinieri. A farmi il nome di Obinu fu il generale Antonio Subranni che conoscevo benissimo. A La Barbera dissi che non avrei fatto nulla per intralciare o accavallare le attività delle loro indagini ma spiegai quel che potevamo fare come servizio per contribuire sul piano informativo sulla strage, ovvero un monitoraggio delle famiglie di mafia".


contrada luciani seduto processo

Bruno Contrada interrogato dal pm Luciani


L'ex funzionario dei servizi segreti da una parte ha detto di "aver solo organizzato il gruppo di lavoro con gente venuta da Padova, Firenze, proprio per quel monitoraggio, per poi essere tornato a gestire le sue funzioni a Roma". Dall'altra ha riferito di essere tornato a Palermo "per seguire i due gruppi di lavoro. Quello del centro Sisde di Palermo, che svolgeva il monitoraggio sulle stragi, e quello della Criminalpol di Palermo per la cattura di Provenzano". Poi ha anche aggiunto: "Io non mi sentivo un intruso. Dopo il '91, il governo riteneva che la criminalità organizzata era giunta a un punto di pericolosità tale da costituire un pericolo per la sicurezza democratica del paese. Quindi doveva dare il suo contributo. La Barbera non mi disse niente, anche perché lui parlava poco. Io gli spiegai cosa avrei fatto, alla presenza di Andrea Ruggeri".
Tra i compiti che aveva assegnato al centro Sisde, a suo dire, c'era proprio quello di dialogare anche con il Gruppo investigativo 'Falcone e Borsellino' diretto da La Barbera "senza uscire fuori dai confini di competenza". Ma alla domanda del pm Stefano Luciani "da chi a chi" erano tenuti i contatti, Contrada ha risposto: "Non lo so chi fosse l'interlocutore".

Gli incontri con La Barbera
Nel proseguo dell'esame Contrada è tornato a parlare degli incontri avuti con La Barbera: "Avremmo fatto una indagine sulle famiglie dello schieramento predominante, cioè i corleonesi, al fine di agevolare il loro lavoro investigativo, in primo luogo la famiglia dei Madonia - ha raccontato - Con il dottor La Barbera non avevo avuto alcun genere di rapporto, tra me e lui ci saranno stati solo due o tre incontri, di cui uno casuale all'aeroporto - ha aggiunto Contrada - Io ritenni che lui era già informato dal capo della Polizia che Tinebra mi aveva detto di dare un contributo a questa indagine". Poi, Contrada, ha ribadito: "Ho 88 anni e non ho da difendere né da accusare nessuno, io dico solo la verità....". Eppure nel suo "flusso di coscienza" ha trovato anche il modo di puntare il dito contro collaboratori di giustizia, ufficiali dei carabinieri, sottufficiali, e funzionari di polizia che lo accusarono di essere stato presente in via d'Amelio nel giorno della strage: “Nel marzo 2007, poco prima di entrare nel carcere di Santa Maria a Capua a Vetere per espiare la pena per la condanna definitiva andai alla Procura di Caltanissetta, accompagnato dai miei legali, per presentare un esposto querela di circa 80 pagine, con un centinaio di allegati. E accusai criminali mafiosi pentiti, ufficiali dei carabinieri, funzionari di polizia, facendo nomi e cognomi. È tutto documentato. In quelle carte si provava in maniera inconfutabile che c’era stato un tentativo di depistaggio nelle indagini sulla strage di via d’Amelio. Ma tutto è stato archiviato, per vari motivi tranne un filone di questa inchiesta che era seguita dal pm Luca Tescaroli, che fu poi inviato a Catania”. Il riferimento è alla nota vicenda Di Legami-Sinico.


contrada bruno udienza 2019


Le note del Sisde
Nel corso della deposizione Luciani, come aveva fato al Borsellino quater, è tornato a chiedere all'ex investigatore come si fosse arrivati alla redazione di alcune note "anomale", a cominciare da quella del 13 agosto 1992 in cui il Centro Sisde di Palermo comunicò alla Direzione di Roma del Sisde, da lui diretta, che "in sede di contatti informali con inquirenti impegnati nelle indagini inerenti alle recenti note stragi perpetrate in questo territorio, si è appreso in via ufficiosa che la locale Polizia di Stato avrebbe acquisito significativi elementi informativi in merito all'autobomba parcheggiata in via d'Amelio, nei pressi dell'ingresso dello stabile in cui abitava la madre del Giudice Paolo Borsellino. (...) In particolare, dall'attuale quadro investigativo emergerebbero valide indicazioni per l'identificazione degli autori del furto dell'auto in questione, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato".
"Io non ho mai visto questo appunto" ha ribadito Contrada. E al pm che ha evidenziato come fosse singolare che in quella data di agosto ancora l'autorità giudiziaria fosse ben lontana dall'avere informazioni sul luogo dove sarebbe stata custodita la Fiat 126 prima di essere utilizzata per l'attentato, in quanto Candura ancora non era comparso sulla scena, il teste ha risposto: "Io quella nota non l'ho fatta e non ne ho avuto conoscenza. Ritengo che sia stata scritta dal capo centro, il dottor Ruggeri. Evidentemente qualcuno del centro deve aver avuto un colloquio con il gruppo di lavoro investigativo Falcone-Borsellino". Ma sul punto non ha potuto dare ulteriori elementi e su chi fosse la "fonte" a cui si riferisce la nota resta ancora oggi un mistero.
Diversamente, per quanto riguarda l'altra informativa riservata del Sisde, trasmessa alla Squadra mobile il 10 ottobre 1992, nella quale si segnalavano i rapporti di parentela e affinità di taluni componenti della famiglia Scarantino con esponenti delle famiglie mafiose palermitane, i precedenti penali e giudiziari rilevati a carico dello Scarantino Vincenzo e dei suoi più stretti congiunti, il teste ha ricordato che "fu proprio Ruggeri a dirmi che il dottor Tinebra gli aveva fatto questa richiesta di svolgere questo tipo di attività informativa. Non so se avesse dubbi o sospetti sul personaggio. Come per inquadrarlo meglio oltre quello che suggerisce la Polizia giudiziaria".


contrada luciani in piedi processo


Rispondendo alle domande del Presidente del Tribunale, Francesco D'Arrigo, Contrada ha detto di aver ricevuto solo in quell'occasione una richiesta d'ausilio da parte della magistratura. Poi, nel corso del controesame, l'ex numero 3 del Sisde ha spiegato che “La Barbera aveva uno ‘sponsor’ ai Servizi segreti ed era il Prefetto Luigi De Sena. Era stato De Sena, che era suo amico, che lo fece trasferire da Venezia a Palermo. Era il suo sponsor”. Inoltre, ha risposto con un secco "no" alla domanda dell’avvocato Giuseppe Dacquì, difensore di Natale Gambino, ha fatto presente anche che il Sisde non era in possesso di elementi relativi a eventuali progetti di attentato ai giudici Falcone e Borsellino e neanche del fatto che si stesse avviando una stagione stragista.
A inizio udienza, l’avvocato Giuseppe Seminara, che difende due dei tre poliziotti sotto processo, ha chiesto il deposito di eventuali atti acquisiti “che riguardano i Servizi segreti” e “relativi alle stragi mafiose del 1992”. “Colgo l’occasione per sollecitare la procura di depositare eventuali atti che provengono dai Servizi segreti - ha detto il legale - perché è ipotizzabile che ci sia stata attività nei confronti dei servizi segreti per questa strage o per la strage di Capaci e che in tale ambito la procura abbia ottenuto della documentazione utilizzando i canali istituzionali relativa ai servizi segreti”. Il pm Stefano Luciani non si è opposto anche se ha chiaramente evidenziato come da parte dei pm siano stati depositati tutti gli atti necessari al processo sia a garanzia del diritto di difesa che del segreto investigativo, parlando dunque di una richiesta “ultronea”.

I post-it sui verbali di Scarantino
Prima di essere rinviata al prossimo 15 aprile l'udienza si è conclusa con l'esame delle consulenti grafologhe Rosaria Calvauna ed Eleonora Gaudenzi che hanno esaminato i post-it che, a cavallo tra la fine del 1994 e l’inizio del ’95, vennero inseriti all’interno dei verbali d’interrogatorio all’epoca sottoposti a Scarantino e che sono entrati a far parte, su richiesta del pubblico ministero, degli atti del Borsellino quater. L'esame di confronto della calligrafia è stata effettuata con altri documenti originali che riportano la scrittura dei funzionari Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. E le grafologhe hanno ribadito quanto avevano già periziato, ovvero che la grafia presente presentava caratteristiche attribuibili ad un unico soggetto scrivente. Chi? Calvuana e Gaudenzi non hanno dubbi: "Quella grafia non corrisponde a quella del signor Ribaudo, bensì a quella del signor Mattei". Del resto, va ricordato, lo stesso Mattei davanti ai giudici del processo su via d’Amelio aveva riconosciuto la propria scrittura.

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