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Strage di Pizzolungo, chiesto il rinvio a giudizio del boss Galatolo

pizzolungo 610di AMDuemila
Il boss palermitano Vincenzo Galatolo, capo mafia del rione Acquasanta di Palermo, deve essere processato quale mandante della strage del 2 aprile 1985, anche nota come strage di Pizzolungo, in cui morirono una donna, Barbara Rizzo, ed i suoi due figlioletti di sei anni, i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta.
A chiedere il rinvio a giudizio al gip del tribunale nisseno è la Procura di Caltanissetta rappresentata dal Procuratore Capo Amedeo Bertone, il procuratore aggiunto Gabriele Paci e il pm Pasquale Pacifico. Obiettivo di quell'attentato doveva essere il magistrato Carlo Palermo, già giudice istruttore nella città di Trento, giunto a Trapani da appena 40 giorni per sostituire Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso da Cosa nostra. Al momento dell'esplosione dell'auto imbottita di tritolo, lasciata sul lato della strada, l'auto blindata del giudice fu "protetta" da quella della giovane donna che fu completamente investita dallo scoppio. Palermo rimase ferito, mentre più gravi furono le condizioni degli agenti della sua scorta, ma nessuno di loro morì.
Ad accusare Vincenzo Galatolo sono la figlia Giovanna e il pentito Francesco Onorato. La donna ha riferito ai magistrati alcune reazioni avute dal padre in famiglia, proprio nei giorni del delitto: "No appena il telegiornale diede la notizia mia madre iniziò a urlare, i bambini non si toccano. Mio padre le saltò addosso, cominciò a picchiarla, voleva dare fuoco alla casa". "Avevo vent'anni - ha aggiunto ancora la collaboratrice di giustizia - a casa sentivo mio padre che diceva 'quel giudice è un cornuto. Poi si verificò l'attentato. E mi resi conto, anche mia madre capì. Non si dava pace".
I magistrati nisseni stanno rileggendo gli atti di altre indagini e verbali rimasti dimenticati proprio su Pizzolungo. E vi sarebbe un interrogatorio del pentito Mario Santo Di Matteo in cui si accusa anche la famiglia trapanese dei Messina Denaro ("A deliberare la strage fu una riunione alla quale presero parte Ciccio e Matteo Messina Denaro").
Per la strage sono stati condannati all'ergastolo quali mandanti i capi mafia di Palermo e Trapani, Totò Riina e Vincenzo Virga, quali soggetti che portarono a Trapani il tritolo usato per l'autobomba, i mafiosi palermitani Nino Madonia e Balduccio Di Maggio.
Nella sentenza che ha condannato Riina e Virga c'è scritto che gli imputati del primo processo, quelli che la Polizia arrestò pochi mesi dopo la strage, erano davvero gli esecutori del delitto. In quel dibattimento erano imputati i boss di Alcamo e Castellammare, Nino Melodia, Vincenzo Milazzo (ucciso tragicamente nel 1992) e Gioacchino Calabrò: furono condannati in primo grado ma poi assolti in appello e in Cassazione.
E' stato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a svelare che Riina diede ordine al capo mafia di Caltanissetta, Piddu Madonia, di "avvicinare" i giudici del processo di Pizzolungo. I pentiti, e le indagini successive, hanno indicato Calabrò, Milazzo e Melodia come gli esecutori.
Nonostante la celebrazione di tre processi (quello previsto con l'udienza preliminare fissata al 12 febbraio sarebbe il quarto), sono ancora diversi gli elementi rimasti oscuri. Nessun pentito, infatti, ha mai rivelato le ragioni che indussero Cosa nostra a compiere quell'attentato. Carlo Palermo, di fatto, si era appena insediato eppure la mafia decise di colpire duramente.
Dietro la strage di Pizzolungo si intravedono, però, diverse piste: dalle inchieste sul traffico di droga ed armi alla corruzione politica ed anche l'attacco allo Stato di Cosa nostra che dagli anni Ottanta giungerà fino alle stragi dei primi anni Novanta.
Cosa nota è che Palermo era sulle tracce di un intreccio che legava mafia, trafficanti d'armi e massoni.
Il pentito Rosario Spatola, oggi deceduto, riferì di una confidenza fatta dall’avvocato mafioso Antonio Messina: “Il giudice Palermo - gli disse Messina secondo la sua testimonianza - costituiva una minaccia assai grave sia per la mafia che per i politici”. Spatola raccontò ai giudici anche che settimane prima della strage l’avvocato Messina più volte si era visto con il boss Pippo Calò, “era Calò che teneva i contatti con i politici a Roma”. Per il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo "La mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione".
Per mettere in fila tutti i pezzi e ricercare la verità una traccia importante può arrivare dal tritolo utilizzato per riempire l'auto di esplosivo che è lo stesso usato in altre stragi: quella del rapido 904 (dicembre 1984) per cui fu condannato il cassiere della mafia siciliana Pippo Calò), il tentativo di attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone (1989), ed anche nella strage di via d'Amelio (19 luglio 1992), dove furono uccisi Borsellino e gli agenti della sua scorta.
C'è un soggetto che potrebbe svelare la verità su quel delitto. Quel Gino Calabrò nella cui officina fu preparata l'autobomba. Un soggetto che ha avuto un ruolo nelle stragi del '93, e per questo sconta l' ergastolo, mentre per Pizzolungo fu condannato solo per la ricettazione dell’auto rubata usata per fare l’attentato. Un nome, il suo, che risulta vicino anche alla massoneria Iside 2 di Trapani. Per questo si può dire che, come scrive il giornalista Rino Giacalone "dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine. E’ la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le 'casseforti' del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti".

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