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Pippo Fava e quel dito puntato contro la Mafia e il Potere

fava giuseppe eff vintageOggi il 35° anniversario della morte del giornalista
di Aaron Pettinari - Video
"Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della Nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo – cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità che credo abiti in tutte le città italiane ed europee – il problema della mafia è molto più tragico e importante. Un problema di vertici di gestione della Nazione che rischia di portare al decadimento politico, economico e culturale l’Italia. I mafiosi non sono quelli che uccidono, quelli sono gli esecutori, anche ai massimi livelli". Con queste parole Pippo Fava, direttore de "I Siciliani", rispondeva in quella che è stata la sua ultima intervista ad una domanda di Enzo Biagi nell'ambito della trasmissione "Filmstory", andata in onda su Rai Uno il 28 dicembre 1983. Così raccontava l'evoluzione di un fenomeno che aveva raggiunto il più alto livello del Potere che il giornalista siciliano aveva sempre raccontato nel corso degli anni con inchieste ed articoli, denunciando il connubio tra i boss, gli imprenditori catanesi e quelle istituzioni corrotte e colluse con la mafia.
Ricordare le sue parole ed i suoi scritti diventa un modo per fare memoria nel giorno del 35° anniversario della morte del giornalista, la sera del 5 gennaio 1984, appena sette giorni dopo l'intervista con Enzo Biagi, quando Fava venne barbaramente ucciso da cinque proiettili calibro 7,65, sparati sulla nuca dai sicari di Cosa nostra.



Non amava l'arroganza del Potere e in uno degli ultimi editoriali, intitolato "Gli invulnerabili", pubblicato su "I Siciliani" nel novembre 1983, in poche parole era riuscito a tracciare una fotografia estremamente chiara dello stesso che ancora oggi appare più che mai attuale: "Anteprima dell'Ultima violenza, nella sala ci sono tutti i rappresentanti del potere nel territorio, i buoni e i cattivi, i giusti e gli iniqui, i galantuomini e i mascalzoni. Sulla scena, per tre ore, sfilano i personaggi equivalenti (...). Ovazione finale. Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto. Si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazione, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli, cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d'essere ormai invulnerabili".
Come è accaduto anche in altri omicidi eccellenti anche nel delitto Fava venne compiuta un'opera di "mascariamento". Inizialmente, infatti, l'omicidio fu etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa sia dalla polizia. Quindi si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso e si iniziò anche a cercare tra le carte de I Siciliani, in cerca di prove. Ci fu persino chi sostenne che il movente dell'omicidio fosse da individuare nelle difficoltà in cui versava la rivista.

fava giuseppe biglietto

E a certe considerazioni si aggiungevano le dichiarazioni assurde di soggetti istituzionali come il sindaco Angelo Munzone, evitando di organizzare una cerimonia pubblica con la presenza delle cariche cittadine, arrivò persino a dire che la pista mafiosa fosse impossibile in quanto “a Catania la mafia non esiste”.
Ma la realtà era ben diversa e gli articoli che Fava aveva pubblicato nel corso degli anni dimostravano chiaramente quanto fosse stato una costante "spina nel fianco" dei potenti e dei mafiosi.
Sin dal primo numero de "I Siciliani" scrisse un pezzo intitolato "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" dedicato ai quattro maggiori imprenditori catanesi, Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro. Nell'inchiesta, frutto di due anni di lavoro già da quando Fava lavorava al Giornale del Sud, accusava il mondo imprenditoriale e politico della città di essere legato a doppio filo con la mafia catanese e in particolare con il boss Nitto Santapaola. Veniva anche riportata l'intervista del generale Carlo Alberto dalla Chiesa a Giorgio Bocca su Repubblica, dove si accennava ai quattro cavalieri del lavoro. Per la strage di via Carini in cui il Generale dalla Chiesa morì assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo, fu accusato Nitto Santapaola (latitante dal giugno dello stesso anno), già incriminato per la Strage della circonvallazione di Palermo, dove trovò la morte il boss Alfio Ferlito, insieme ai tre carabinieri della scorta. Fino al gennaio 1984 furono pubblicati undici numeri de I Siciliani, con il primo numero ristampato per ben tre volte perché esaurito nel giro di una settimana. Tra le inchieste più rilevanti quelle sui rapporti tra la mafia e la politica, le banche, e le altre criminalità organizzate, a cui si aggiunsero quelle sulla Giustizia e il “Caso Catania”, sullo stanziamento dei missili nucleari nelle Basi Nato siciliane.



Tra polemiche, omertà e depistaggi non fu facile giungere ad una verità sulla morte del giornalista catanese.
Per l'omicidio sono stati condannati nel 1998 dalla Corte d'Assise di Catania i boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, considerati i mandanti, e Marcello D'Agata, Francesco Giammuso e Vincenzo Santapaola, come organizzatori ed esecutori dell'omicidio. A portare alla sbarra i cinque imputati furono le dichiarazioni di Maurizio Avola, collaboratore di giustizia che si autoaccusò dell'omicidio, patteggiando sette anni di pena. La Corte d'Appello di Catania confermò poi le condanne all'ergastolo per Santapaola e Ercolano, mentre assolse D'Agata, Giammuso e Vincenzo Santapaola: sentenza diventata definitiva nel 2003. "Fava non era controllabile", Maurizio Avola ha parlato così, attraverso il suo avvocato, in un'intervista al quotidiano "La Repubblica". "Con la stampa si andava d'amore e d'accordo e qualche 'incomprensione' giornalistica da allora si risolse senza bisogno di minacce. Fava invece non era più controllabile. Il Giornale del Sud che dirigeva in precedenza era del cavaliere Gaetano Graci, ma 'I Siciliani' era del tutto indipendente e schierato contro gli interessi di Costanzo e degli altri che controllavano appalti miliardari. Uccidendolo, Cosa nostra ha tutelato anche i propri interessi economici". Avola, dopo 31 anni, ha spiegato che "l'omicidio Fava è servito allo scopo della mafia e dei Cavalieri" di cui "Fava aveva scritto molto, parlando, in particolare, della mafia dei colletti bianchi". Tuttavia nessuno degli imprenditori catanesi è stato mai condannato come mandante del delitto.

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