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Il senso di Mori per la legalità

mori mario c imagoeconomica 0di Lorenzo Baldo
Si augura di vivere a lungo “per vedere morire i propri nemici”. E’ ormai un vecchio ritornello quello del generale Mario Mori, ma lascia sempre basiti sentirlo ripetere. Soprattutto se a farlo è un condannato, in primo grado, a 12 anni di reclusione al processo Trattativa, in occasione dell’incontro su “Educazione alla Legalità, Sicurezza e Giustizia Sociale”. Incontro fortemente voluto dalla dirigente dell’istituto comprensivo di Serino (Av) Antonella De Donno. L’evento, che si è svolto alcuni giorni fa e al quale ha partecipato il braccio di destro di Mori, Giuseppe De Donno, è stato patrocinato dal Comune e dalla BCC di Serino, ed è stato rivolto agli studenti delle classi III della scuola media inferiore. Lo scopo, si legge nel comunicato stampa, era quello di “avviare un percorso di sensibilizzazione nei confronti della Legalità e contribuire a radicare nei giovani un’autentica cultura dei valori civili a partire dalla consapevolezza che principi quali dignità, libertà, solidarietà e sicurezza, non possano considerarsi come acquisiti, ma voluti, conquistati e protetti attraverso l’opera educativa della scuola”. Niente male per un Paese al contrario come il nostro. Decisamente singolare far parlare di educazione alla legalità, sicurezza e giustizia sociale un uomo di Stato il cui modus operandi era stato “da sempre oltre o contro le regole”, così come aveva sottolineato il pm Roberto Tartaglia nella sua requisitoria. Nulla da dire sull’ipotesi emersa al processo Trattativa che Mario Mori fosse stato iscritto alla P2?
Evidentemente sono tutte fandonie. In un clima di restaurazione generale come quello attuale, dove chiunque può rifarsi una verginità contando sulla smemoratezza generale, è molto più conveniente per l’ex comandante del Ros parlare di legalità a favor di telecamera lanciando anche striscianti anatemi nei confronti dei pm che hanno chiesto (e ottenuto) pesanti condanne tra cui la propria. Vale sicuramente molto di più per Mori rivolgersi agli studenti con fare paternalistico senza citare – e senza che nessuno degli organizzatori lo abbia fatto – quei passaggi della motivazione della sentenza sulla Trattativa che lo inchiodano alle sue responsabilità. Nero su bianco i giudici hanno scritto del “mendacio” e del “tentativo di depistaggio posti in essere” da Mori “con le sue dichiarazioni spontanee”. In conclusione la Corte di Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha descritto l’ex comandante del Ros come un soggetto “insofferente alle regole, soprattutto ai doveri che connotano l’attività della polizia giudiziaria rispetto all’autorità giudiziaria che ne è referente”. Un’insofferenza, hanno spiegato i giudici nelle oltre 5000 pagine, divenuta un modus operandi durante la fase di una ignobile trattativa “che ha portato Mori a trattare con i mafiosi nello stesso interesse superiore dello Stato (da lui, in quel caso, identificato con alcuni soggetti ricoprenti cariche pubbliche che temevano di essere vittime della vendetta mafiosa) senza informare alcuna autorità giudiziaria, senza incanalare dunque quella iniziativa nel rispetto delle regole dello Stato di diritto, e in definitiva senza valutarne le conseguenze che infatti si sono rivelate devastanti, allorché i mafiosi, percependo il segnale di cedimento dello Stato, hanno incrementato il programma stragista”. Che altro serve per fare in modo che simili personaggi non vengano accreditati come “maestri” di legalità? Nell’aula bunker dell’Ucciardone rimbombano ancora le parole dell’avvocato Danilo Ammannato, legale dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, pronunciate con forza durante la sua arringa. “Se Mori non fosse andato da Vito Ciancimino ci sarebbe stata la strage di Firenze? La risposta è logica. Mario Mori e gli altri carabinieri del Ros imputati sono moralmente responsabili della strage dei Georgofili. Sono moralmente responsabili del sangue di quei 5 morti e dei 48 feriti. La strage di Firenze, infatti, non ci sarebbe stata se Mori e i suoi non fossero andati a trattare con Riina. Perché fu proprio la trattativa a rafforzare la volontà stragista dei corleonesi. Un dato che è scritto anche in sentenze passate in giudicato”. Se tutto questo non basta a dirigenti scolastici, sindaci o chicchessia, allora è meglio evitare di citare Falcone, Borsellino e la legalità. Il rischio che le nuove generazioni confondano i confini tra il bianco e il nero va scongiurato con ogni mezzo. Anzi, con l’unico mezzo possibile, sempre più “sovversivo”: la verità dei fatti.

Foto © Imagoeconomica

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