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fiore roberto c imagoeconomicadi Antonella Beccaria
Respinge la paternità fascista della strage di Bologna e rilancia giocando paradossalmente su un terreno battuto già da molto tempo dall’associazione vittime: la desecretazione degli atti, con tanto – assicura prima di entrare in aula come teste – di rassicurazioni scritte del presidente del consiglio, Giuseppe Conte. Roberto Fiore (in foto), classe 1959, leader oggi di Forza Nuova, ammette però anche altro venendo sentito come teste davanti alla Corte d’assise di Bologna, presieduta da Michele Leoni, nell’ambito del processo a Gilberto Cavallini, l’ex Nar accusato di concorso nel massacro del 2 agosto 1980.
“I servizi segreti mi contattarono quando ero in carcere a Londra e ho rifiutato la loro proposta”, dichiara in aula Fiore. Accade alla fine del 1981 per il tramite di un familiare, suo fratello, e la proposta fu questa, nel racconto di Fiore: “Sarei stato scarcerato molto rapidamente se avessi collaborato con loro nella gestione del mondo di estrema destra”. Il fratello di Fiore, Stefano, presente in aula perché, da avvocato, lo ha assistito, ha cercato di aggiungere qualcosa, ma il presidente Leoni lo ha stoppato prospettando una sua eventuale convocazione in qualità, questa volta, di testimone.

“Volevano colpire me”
Più in generale, secondo Roberto Fiore, “chi ha fatto la strage di Bologna, chi ha fatto le indagini successive e chi ha organizzato i depistaggi aveva l’obiettivo di criminalizzare” lui e e il suo gruppo politico, Terza Posizione, organizzazione neofascista che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ha fatto parte del cosmo della destra eversiva romana e che Fiore ha difeso descrivendola come “una fucina di idee straordinaria”. Ripete come un mantra di essere stato parte lesa nel depistaggio alle indagini sulla strage del gennaio 1981, quello condotto da ufficiali dell’intelligence militare di stampo piduista, e torna a respingere qualsiasi contatto con apparati di sicurezza.
“Abbiamo visto sempre i servizi segreti lontani e antitetici a noi”, ha sostenuto Fiore negando di aver mai conosciuto Amos Spiazzi, l’ufficiale delle forze armate accusato di aver partecipato a eventi golpisti nella prima metà degli anni Settanta e poi uscito indenne dalle relative indagini. Non dice niente però del fatto che Spiazzi, dopo la strage di Bologna, sostenne in un’intervista che tale Ciccio, poi identificato nel leader siciliano di Terza Posizione Francesco Mangiameli, stesse collaborando con il Sisde sul mondo dell’eversione nera. Motivo che gli valse la condanna a morte, poi eseguita, da parte dei Nar di Fioravanti.

Il “figlioccio” politico Luigi Ciavardini
Dopo quel delitto, Fiore fugge in Gran Bretagna, dove dice di essere arrivato attraverso l’Austria, la Svizzera e la Francia nascosto all’interno di un camion. Teme per la sua vita, dopo l’eliminazione di Mangiameli, e nega anche qualsiasi contatto con il generale Spiazzi, nonostante di contatti tra i due si parli nelle sentenze che lo hanno condannato, da latitante, per associazione sovversiva e banda armata. Un “errore gravissimo dei giudici”, ribatte Fiore. Il quale ricorda che il generale Spiazzi, scomparso alcuni anni fa, deponendo nel processo per Terza Posizione, commise sbagli “marchiani” fin dalla descrizione fisica dei militanti neofascisti chiamati in causa.
Tornando a Roma e a Terza posizione, dalle sue fila sono stati diversi i militanti scivolati verso i Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini. Tra questi, c’è Luigi Ciavardini, cresciuto politicamente da Fiore nonostante i soli quattro anni di età che li separano e poi condannato in via definitiva per la strage insieme a Fioravanti e Mambro. Il ragazzo, ancora diciassettenne, esordisce come terrorista nell’azione del 28 maggio 1980 davanti al liceo romano Giulio Cesare, quando rimane ucciso l’appuntato di polizia Francesco Evangelista, più noto come Serpico, un obiettivo del terrorismo di estrema destra.
Ciavardini, rimasto gravemente ferito da un colpo di rimbalzo che lo aveva raggiunto a uno zigomo, si rivolge a Fiore in cerca di sostegno. Invece di denunciarlo o, quanto meno, di allontanarlo, il leader di Forza Nuova, all’oscuro dell’azione, dice in aula: “Cercai di aiutare Luigi Ciavardini, come si fa con un figlio, che non si consegna ai carabinieri, ma si tenta di proteggerlo per evitargli conseguenze peggiori”. Come, però, nel dettaglio Fiore non lo ricorda. Ricorda solo che, dopo i fatti del Giulio Cesare, Ciavardini non lo vide più e non sa dire, perché ne ha perso memoria, se sia vero, come hanno dichiarato l’amica del Nar minorenne, Cecilia Loreti, che ricevette una visita da lui qualche giorno dopo il 2 agosto 1980.

“Fioravanti su di me mente”
Avvenne a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, che Fiore frequentava perché legato sentimentalmente a una ragazza del posto che l’aveva reso padre il 30 luglio 1980 (anche se il politico neofascista non ricorda nemmeno se proprio quel giorno si trovasse lì o a Roma, dov’era quando scoppiò la bomba a Bologna). Ricorda invece di aver visto Valerio Fioravanti solo una volta, a Roma, prima della strage, quando gli presentò Mangiameli, poi ucciso da Fioravanti il 9 settembre 1980. Motivo dell’incontro: organizzare l’evasione dell’ordinovista Pierluigi Concutelli, l’assassino del magistrato Vittorio Occorsio. Ma tema e conversazione, sostiene Fiore, gli erano sconosciuti perché, dopo le presentazioni, si allontanò.
Ancora su Fioravanti, Fiore non conserva di lui un buon ricordo e lo accusa di mentire in più punti nei suoi confronti. Lo farebbe quando lo accusa di essere scappato all’estero, nel settembre 1980, con i soldi della cassa di Terza Posizione, pari a una sessantina di milioni di lire dell’epoca. “Non abbiamo mai avuto denaro”, ha ribadito più volte nel corso del suo esame. Inoltre l’ex Nar mentirebbe anche quando lo accusa di aver mandato allo sbaraglio ragazzini, pronti a compiere rapine di autofinanziamento. Lo stesso – e a maggior ragione – Roberto Fiore sostiene per un’ulteriore affermazione di Valerio Fioravanti: falso sarebbe che l’attuale capo di Forza Nuova gli offrì ai tempi un ruolo di vertice in Terza Posizione.

Foto © Imagoeconomica

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