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L'ultima relazione della DIA

dia centro op c imagoeconomicadi Piero Innocenti
Alcuni giorni fa la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ha ultimato la redazione, come al solito fatta meticolosamente, della relazione del secondo semestre del 2017 sull’attività svolta e i risultati conseguiti nel contrasto alla criminalità mafiosa, consegnandola nelle mani del Ministro dell’Interno che l’ha presentata in Parlamento.

Così vuole la procedura stabilita dalla legge.
Nessuno, credo, può pensare che il responsabile del Viminale abbia avuto il tempo (e la voglia) di leggere (e studiare) le 350 pagine che riepilogano in modo chiaro quanto fatto, con impegno, dal personale della DIA e delle forze di polizia territoriali contro le mafie (italiane e straniere) delineando anche uno scenario ancora straordinariamente drammatico della potenza e della pervasiva presenza, non solo in Italia, delle varie compagni mafiose. Se, dunque, Salvini, avesse avuto tempo soltanto di sfogliare qualche pagina della relazione, almeno quelle sulla criminalità organizzata italiana, sulle sue relazioni internazionali, sui processi evolutivi in atto, anziché affliggere quotidianamente (almeno una parte dei cittadini) sulla (inesistente) invasione dei migranti africani, avrebbe dovuto dare qualche indicazione strategica (non in tv) riunendo, per esempio, il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza, per contrastare più efficacemente le mafie. E invece, nulla di nulla, segno che neanche dal suo staff ha avuto uno straccio di “appunto” (di solito una pagina) in cui sintetizzare la corposa relazione.
E dire che al Viminale ci sono fior di esperti “appuntati” (non nel senso di graduati) che riescono, mirabilmente, a “riepilogare”,”sintetizzare”, “sdrammatizzare” in un “appunto”, anche le più elaborate e “rognose” relazioni. E l’ultima della DIA è sicuramente una di queste. Anche stavolta inizia, come nella precedente relazione, affrontando la mafia calabrese, l’azione di “colonizzazione” che prosegue in molti paesi. Cosche che “... restano l’espressione mafiosa maggiormente aggressiva e la minaccia criminale più evidente alla sicurezza nazionale”. Parole pronunciate, il 6 dicembre 2017, quindi pochi mesi fa, dallo stesso Presidente del Consiglio pro tempore innanzi alla Commissione parlamentare Antimafia. Dunque per la c.o. calabrese”, costantemente proiettata verso la moltiplicazione della ricchezza e l’esercizio del potere, il traffico internazionale degli stupefacenti “rimane la primaria fonte di finanziamento”.
Sempre asfissiante la presenza della ‘ndrangheta nelle macro aree dei tre “mandamenti”, del centro, tirrenico e ionico con le famiglie Libri, Tegano, Condello, De Stefano, Buda, Imerti, Zito e Bertuca. L’analisi della DIA è puntuale tanto da indicare persino i rioni (Modena e Ciccarelli), i quartieri (Santa Caterina) dove sono attivi i gruppi mafiosi dei Lo Giudice, Borghetto-Zindato-Caridi, Rosmini. Nuove alleanze anche nella Piana di Gioia Tauro dove, nonostante importanti operazioni di polizia giudiziaria, sono sempre operative le cosche Piromalli e Molè, Alvaro, Crea, Pesce-Bellocco. Il porto, poi, “si conferma tra le destinazioni preferite dai trafficanti internazionali di stupefacenti”, non solo di cocaina (quasi 2tonnelate sequestrate nel 2017 sul totale di poco più di 4 ton a livello nazionale), ma anche di altre droghe come testimoniato dal sequestro, in due circostanze, nel novembre 2017, di circa 27 milioni di pillole di tramadolo cloridrato, un oppiaceo sintetico conosciuto come la “droga del combattente”, per un valore stimato di circa 70 milioni di euro. Ma il controllo del territorio mandamentale è condiviso con le altre “famiglie” dei Facchineri e Albanese-Raso-Gullace, degli Zappia, i Cianci-Maio-Hanman, le consorterie Zagari-Viola-Fazzalari, i Larosa, i Longo-Versace, i Polimeni-Gugliotta. Intere pagine della relazione che riportano anche le principali operazioni delle forze di polizia e di alcuni processi svolti, tante piccole, importanti battaglie vinte contro il malaffare, in un contesto criminale generale che, comunque, è ancora invincibile, con strutture, “gerarchie, organigrammi e dinamiche associative” in aggiornamento. E’ quanto emerso, per esempio, nel mandamento ionico dove le indagini hanno consentito di appurare la vigenza di nuove regole e rituali, l’esistenza di una nuova struttura, sovraordinata ai “locali” (definita dagli indagati come Corona o Sacra Corona) per migliorarne l’efficienza operativa, non solo locale ma “extraregionale, nazionale, estera”.
Un “sistema” che deve funzionare senza intoppi e violazioni. Per questo sono prontamente convocabili i “tribunali” della ‘ndrangheta per giudicare gli affiliati sospettati o per dirimere eventuali conflitti. Anche in questo “mandamento” si segnalano l’egemonia delle cosche Nirta-Strangio,dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti, degli Acquino-Coluccio, degli Ursino-Ursini, dei Cataldo e Cordì, dei Talia-Rodà, solo per citarne alcune. Uno scenario criminale che richiederebbe la massima attenzione e concentrazione di risorse da parte delle massime autorità politiche e istituzionali se è davvero minacciata “la sicurezza nazionale” di cui Salvini dovrebbe essere il principale tutore nella sua veste di “Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza”.

La criminalità straniera in Italia nelle relazioni della DIA al Parlamento
Se siamo diventati, con il passar degli anni, “il paese più appetibile per i criminali” (cfr. la relazione conclusiva della Commissione parlamentare Antimafia, febbraio 2018), è necessario darsi una regolata in fretta se non si vuole arrivare ad un livello più drammatico sulla sicurezza nazionale. Quella “sicurezza” che ha richiamato, per ultimo, appena mesi fa (dicembre 2017) lo stesso Presidente del Consiglio pro tempore riferendosi alla minaccia della criminalità organizzata calabrese. Mafia, per lungo tempo, in passato, ignorata, sottovalutata, e diventata, da anni ormai, un delle più potenti al mondo. Questo atteggiamento politico, istituzionale, anche sociale, a sottovalutare gruppi criminali e fenomeni collegati, si può rilevare anche con la criminalità straniera insediatasi nel nostro Paese.
Emblematico di ciò, lo scarso rilievo dato nelle relazioni della DIA, una ventina di anni fa, alle “... organizzazioni delinquenziali di origine straniera” che, comunque, già allora si andavano stanziando sul territorio nazionale. In effetti, non si può dire che gli analisti della DIA di quei tempi avessero approfondito tutta la materia delle mafie se si da un semplice sguardo alla relazione del 1999 (relativa al secondo semestre), composta di sole 37 pagine di cui 5 dedicate alla c.o. straniera (in particolare, due pagine e mezza a quella albanese e 14 righe a quella cinese). Analisi ben diverse, soprattutto da alcuni anni a questa parte, con relazioni DIA puntuali, più accurate, ben articolate e presentate, come vuole la legge, dal Ministro dell’Interno al Parlamento (che, in generale, non vi presta che una modesta attenzione). Così, se ancora nel 2004, la DIA, nella stringata relazione del secondo semestre, è ancora “parsimoniosa” nei confronti della “c.o. di matrice straniera” (8 pagine sul totale di 88 della relazione), già quella del 2008, di fine anno, è particolarmente corposa (395 pagine) con valutazioni più attente e circostanziate nei confronti di tute le mafie e delle organizzazioni criminali allogene alle quali sono riservate ben 49 pagine.
Quattro anni dopo, nel 2012, l’esame dei singoli sodalizi stranieri è corredato da diagrammi e dati che aiutano a comprendere di più il mondo articolato delle mafie e stavolta alla criminalità cinese è riservato lo spazio maggiore, quattro pagine e mezza, mentre quello minore è ancora per quella nigeriana (inspiegabilmente perché già a livello periferico di organismi di polizia vi erano allarmanti evidenze significative sulla criminalità nigeriana in alcune zone del Paese). Nelle due relazioni del 2017 (la seconda presentata alcuni giorni fa), la conferma di “sinergie”, “interazioni” dei sodalizi di matrice straniera con le mafie di “casa nostra”, in particolare nelle regioni del sud Italia dove c’è “l’assenso delle organizzazioni mafiose autoctone” mentre nelle restanti regioni i gruppi stranieri “... tendono a ritagliarsi spazi di autonomia operativa che sfociano in forme di collaborazione su piani quasi paritetici”. Così, se “... la criminalità albanese resta l’organizzazione straniera sicuramente più presente e ramificata in ambito nazionale... ”, quella cinese ha assunto “... modelli delinquenziali gerarchicamente strutturati (..) basati su relazioni che poggiano essenzialmente su un legame familiare solidaristico dove una rete di assistenza (“guanxi”), assicurando benefici e servizi, rende ancor più impermeabile il gruppo criminale fino ad assumere i caratteri tipici delle associazioni mafiose".
Preoccupa, non poco, la criminalità nigeriana per “... l’alta specializzazione nei traffici di stupefacenti, nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nella tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione”. Lo spaccio degli stupefacenti è decisamente nelle mani della criminalità nordafricana in molte città. Il contrasto a queste organizzazioni criminali straniere richiederebbe il perfezionamento degli strumenti di cooperazione internazionale, anche di tipo normativo, che sono ancora carenti. Potrebbero, così, aumentare anche le ricchezze illecite sequestrate e confiscate a queste organizzazioni criminali che, dal 1992 al 30 giugno 2018, ammontano - secondo dati della DIA - a oltre 1,2 miliardi di euro sul totale di oltre 15 miliardi, il valore dei beni sottratti alle quattro mafie italiane. Ancora poco se pensiamo a tutti gli affari illeciti gestiti in Italia e nel mondo dalle mafie autoctone.
(2 settembre 2018)

Tratto da: liberainformazione.org

Foto © Imagoeconomica

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