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La mappa della mafia trapanese del latitante Matteo Messina Denaro

messina denaro matteo tredi Francesca Panfili - 2° Parte
C’è un filo conduttore che unisce la Sicilia alla Lombardia e che passa per Milano, fino ad arrivare a Partanna. Questo filo di fitte relazioni intessute dalla mafia trapanese, arriva fino in Venezuela ed è quello che ha costruito durante la sua latitanza Matteo Messina Denaro con l’aiuto di imprenditori, avvocati e professionisti insospettabili.

Queste rotte che uniscono l’Italia del nord con la Sicilia e l’America Latina vengono amministrate dal super latitante che vanta una gestione di attività insospettabili che va dal business della droga e del narcotraffico fino agli allevamenti di bestiame e al riciclaggio di denaro che si nasconde dietro grandi opere ed eventi come Expo.
Partiamo proprio da quest'ultimo. Come risulta dalle indagini della Procura di Milano, all'ombra di Expo si sono svolti gli affari delle cosche grazie ad un uomo chiave, Giuseppe Nastasi che, assieme al padre Calogero, è uno dei macchinatori degli appalti pilotati rispetto alla costruzione dei padiglioni Expo. Attraverso la loro società Nolostand sono stati allestiti numerosi padiglioni legati a paesi come la Francia, il Qatar o a sponsor come il noto Birrificio Poretti.
Si tratta di un fiume di denaro che non passava per i conti societari ma partiva direttamente da Milano, attraverso tir che trasportavano valigie, borse e canotti che nascondevano valanghe di soldi pronti ad essere trasportati verso la Sicilia, il Liechtenstein o i paesi dell'est Europa. Si tratta di cifre che spesso viaggiano in aereo e che si attestano sui 300/400mila euro in contanti. Un business guidato da Giuseppe Nastasi che, come risulta dalle intercettazioni telefoniche relative all'indagine su Expo, è un uomo dai modi forti e duri. Un uomo che ha un vero piglio da boss nei suoi comportamenti criminosi.
Le indagini svolte dalla Procura di Milano hanno fatto luce su fatti molto importanti ed hanno contribuito a chiarire il quadro emerso poi dell'indagine Anno Zero condotta dalla polizia trapanese. Quest’indagine ha portato all'arresto dei cognati di Matteo Messina Denaro, Gaspare Como e Rosario Allegra e di personaggi come Nicola Accardo, il partannese che risulta essere l’anello di congiunzione tra il boss Messina Denaro e i suoi affari venezuelani e milanesi.
L‘imprenditore Nastasi, come risulta dalle intercettazioni acquisite nell'indagine Anno Zero, nutre un profondo rispetto verso Nicola Accardo e dimostra di conoscere bene le dinamiche del clan di Partanna. È proprio Accardo che comanda il clan di Partanna, come si ricava dalle intercettazioni di Nastasi, dalle quali emerge anche un incontro che lo stesso avrebbe avuto a Milano, probabilmente con Matteo Messina Denaro o con il suo alter ego Nicola Accardo. Un incontro andato molto bene ed avvenuto dopo la firma di importanti contratti legati ad Expo che avrebbero portato molti soldi da indirizzare in Sicilia.
Ma capiamo più da vicino chi è Nicola Accardo. Si tratta dell'uomo chiave a cui il superboss Messina Denaro ha conferito la nomina di capo indiscusso e di suo alter ego nei suoi affari e nelle relazioni da tenere, specialmente dopo l’arresto di Patrizia Messina Denaro, avvenuto nel 2013. Dopo anni di latitanza in Venezuela per sfuggire ad un’indagine per mafia nel 1982, Accardo ebbe modo di interagire con una delle famiglie di riferimento della cupola sudamericana, legata a Messina Denaro, e così iniziò a farsi strada per le doti che gli vennero riconosciute dal super latitante all'interno delle sue società e dei suoi affari. Affari che spaziano dal traffico di droga alle imprese fino ad una stamperia di documenti falsi, utili per garantire la latitanza di chi dalla Sicilia andava in Venezuela.
Nel ‘96 Accardo si prese cura di far arrivare i pizzini diretti a Messina Denaro e al suo medico personale Vincenzo Pandolfo, cugino dello stesso Accardo, detto il medico buono, che si costituì dopo una lunga latitanza e fu trovato misteriosamente morto nel carcere di Caserta nel 2010.

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Patrizia Messina Denaro, sorella del boss Matteo Messina Denaro (© Epa)


In quei pizzini ritrovati, Accardo viene indicato con la sigla in codice “W”. Era proprio lui che scriveva a Matteo Messina Denaro, chiamandolo con il nome in codice “Manuele”, e al suo medico Pandolfo, invitandolo a passare la sua latitanza in Venezuela dove c’era da occuparsi di una delle imprese di allevamento di Messina Denaro che non stava andando bene. L’affare venne seguìto da Antonino Augello e da Gaspare Bianco, entrambi referenti della mafia trapanese in Venezuela.
In quei pizzini si parlava anche di Franco Safina, trovato morto nel 2002 in Venezuela in uno strano incidente stradale. L’uomo era ritornato nel paese sudamericano dopo un percorso di collaborazione con la giustizia intrapreso durante il carcere in Italia. Dai pizzini risulta che fu lo stesso Messina Denaro ad occuparsi della scarcerazione di Safina, perché avrebbe dovuto portare a termine importanti favori per conto di alcune persone di Palermo. Safina finì in carcere prima in Germania e poi in Italia per traffico di droga di cui si era occupato tra la Spagna, la Germania e l’Italia, sempre per conto di Messina Denaro. Una volta in carcere iniziò il suo percorso di collaborazione e parlò proprio degli intrecci e della presenza della cellula trapanese in Venezuela e della questione dell'impresa dell'allevamento dei polli legata a Matteo Messina Denaro.
Safina racconta ai PM come è stata acquistata quest’impresa in Venezuela da parte del super latitante e della fitta rete di collusione presente nel paese sudamericano, legata al riciclaggio di denaro che passa ed avviene direttamente attraverso banche venezuelane come il Banco del Venezuela, il Banco Capitale o il Banco Unione e attraverso persone che si occupano di fare da prestanome o da tramite per il riciclaggio di denaro sporco. Uno di questi è Rubino, persona che il clan utilizza per traffici di denaro che passano attraverso gli Stati Uniti. Nel caso dell'azienda di allevamento fu utilizzato Gaspare Bianco come prestanome.
Safina spiega che il giro dei soldi e il riciclaggio avviene spesso con metodi molto semplici, specie se si ha a che fare con mafiosi della vecchia guardia come gli Augello, non avvezzi all'utilizzo di tecnologie come i computer. Proprio Augello veniva definito da Safina non dal cervello fino come i Fontana, più organizzati nell’avere grandi commercialisti e nel curare le relazioni istituzionali. Furono proprio i Fontana che presentarono Nicola Accardo a Safina.
Safina parla ai PM dell'intenso legame di Nicola Accardo con Matteo Messina Denaro, descrivendo Accardo come la persona più vicina a Messina Denaro in quanto amico d'infanzia di Matteo. Fu quindi Safina che per primo parlò del loro legame di cui venne a conoscenza in modo diretto quando gli fu chiesto di occuparsi della costruzione di un alibi per un uomo importante da tutelare. Si tratta di Salvino Madonia, figlio del capo mandamento di Resuttana di Palermo. Safina riferisce che Augello fu convocato direttamente da Leoluca Bagarella e da Matteo Messina Denaro nella provincia di Agrigento per risolvere il caso che richiedeva anche l’aiuto dello stesso Safina, che doveva occuparsi di far testimoniare sua moglie per coprire Madonia, costruendo un alibi. In questo modo avrebbe evitato la condanna per l’omicidio di Natale Mondo e la strage del mercatino di viale Francia a Palermo. Augello riferì che Bagarella e Messina Denaro erano estremamente intimi e si abbracciavano ogni minuto durante questo incontro. Come risulta dalla sua testimonianza, Accardo aveva una certa caratura morale riconosciuta all’interno di Cosa nostra.
L’ultima recente indagine Anno Zero, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo e condotta dalla squadra mobile di Trapani, ridisegna una mappa puntuale di Cosa nostra trapanese guidata dal suo capo indiscusso, Messina Denaro, boss del mandamento di Castelvetrano.
Ad Alcamo il capo mandamento è Nino Melodia, succeduto al fratello Ignazio Melodia ora in carcere.
A Castellammare del Golfo comanda invece ‘don Ciccio Tempesta’ alias Francesco Domingo, erede di ‘don Tano Seduto’, Gaetano Badalamenti.
Un uomo importante che a breve terminerà la sua detenzione è Mariano Asaro, uomo che frequentava le cosche, vicino alle logge della massoneria deviata.
Altri importanti uomini che oggi sono liberi sono i figli di Vincenzo Virga, Pietro e Francesco Virga. Rimane in cella dal 2005 invece don Ciccio Pace.

virga vincenzo arresto

Vincenzo Virga, boss trapanese luogotenente di Matteo Messina Denaro



Nel panorama della mafia trapanese sembrerebbe che gli affiliati della cosca dei Minore siano tornati in buoni rapporti con Messina Denaro grazie alla mediazione di Franco Orlando, uscito da poco dal carcere. Orlando fu segretario particolare del deputato Bartolo Pellegrino. Come risulta da alcune intercettazioni, sembrerebbe uno dei capi della mafia trapanese che nel silenzio intrattiene i rapporti con la massoneria e le cosche.
Tra coloro che a breve torneranno liberi vi sono anche tre membri della famiglia Messina Denaro: il fratello di Matteo, Salvatore Messina Denaro, ex direttore di una delle agenzie della Banca Sicula, e i due cognati Filippo Guttadauro e Vincenzo Panicola. Mentre sua sorella Patrizia Messina Denaro rimane agli arresti come anche il nipote prediletto Francesco Messina Denaro.
La rete familiare di Messina Denaro vanta eccellenti arresti, mentre all'ombra della sua latitanza l’anziana madre, vedova del patriarca del Belice don Ciccio, contempla le foto del figlio sparse in ogni stanza della casa. La rete di potere del super latitante rimane indiscussa, ma qualcosa inizia a vacillare da quando uomini come Giuseppe Grigoli, ex re dei supermercati Despar, hanno iniziato a raccontare alcuni retroscena importanti del sistema di potere di Messina Denaro.
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