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Don Ciotti: ''Porterò a Salvini una #magliettarossa''

ciotti.luigi maglietta rossa c imagoeconomicadi Lorenzo Baldo
Il Presidente di Libera: “Basta con le semplificazioni e le paure sugli immigrati, sui diversi, sull’altro”

Chiede scusa, don Luigi Ciotti. Inizia così il suo intervento alla manifestazione “Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità” che si è svolta questa mattina a Roma. Nel resto d’Italia e anche all’estero migliaia di cittadini hanno indossato una maglietta rossa - e lo faranno per l’intera giornata di oggi - per esprimere solidarietà a tutti i martiri dei naufragi nel Mediterraneo, in particolare nei confronti dei bambini: le vittime più indifese, di cui il piccolo Aylan è diventato il simbolo. Alcuni giorni fa, grazie alla volontà e alla determinazione del cronista Franco Viviano (che assieme ad Alessandra Zinitiha scritto il libro “Non lasciamoli soli", promotore di questa iniziativa assieme a Libera, Gruppo Abele, Arci, Legambiente e Anpi, sono cominciate ad arrivare anche le adesioni di importanti personalità del mondo della cultura, della musica, della politica e dell’associazionismo.
Ricordando quindi i poveri rifugiati sudanesi, sfrattati un paio di giorni fa dalla struttura in cui avevano vissuto per tredici anni (in via Scorticabove a Roma), Don Ciotti chiede scusa. Lo fa dal palco di San Lorenzo e lo ribadisce all’inviata di RaiNews24, Angela Caponnetto, che lo intervista a margine della manifestazione. “Non è possibile che non riusciamo a trovare una soluzione - dice in un soffio don Ciotti -. E’ inutile che sediamo ai tavoli delle grandi potenze, e poi persone che hanno diritto ad avere un punto di rifermento, dopo anni che l’avevano trovato, vengono sgomberati e ora sono costretti a dormire all’addiaccio. Ecco quello che succede nel nostro Paese!”. “Non è solo responsabilità di chi fa altre scelte che ci lasciano un po’ perplessi e che a volte ci offendono”, evidenzia don Ciotti. “Si tratta anche di responsabilità nostre, non accusiamo sempre gli altri, c’è da chiedersi cosa abbiamo fatto noi in questi anni per difendere questi diritti: anche i nostri gruppi, anche le nostre associazioni! Si poteva e si doveva fare molto di più”. La cronista ricorda a don Ciotti che stamattina il ministro dell’Interno Salvini ha pubblicato sulla sua pagina facebook un post in cui afferma di non aver trovato nel suo guardaroba una maglietta rossa. “Con molto rispetto dico che dobbiamo incontrarci per ragionare, per cercare di portare ognuno il proprio contributo. Bisogna mettersi nei panni degli altri. Porterò volentieri una maglietta rossa al Viminale. E’ un piccolo gesto fatto con rispetto. Per noi la maglietta rossa è un invito a riflettere, a non continuare a guardarci allo specchio, ad assumerci di più, come cittadini, la nostra parte di responsabilità. Quelle magliette rosse - fatte indossare ai bambini dalle loro mamme per essere più riconoscibili - sono un segno. Ma ai segni devono seguire le azioni, la concretezza e l’impegno! Qui oggi ci sono molte realtà che cercano di fare tutto questo ogni giorno”. Una grande determinazione è quella che emerge nelle dichiarazioni di don Ciotti: “Dobbiamo evitare le semplificazioni che si stanno creando nel Paese sugli immigrati, sui diversi, sull’altro...”. Parole cariche di consapevolezza. Che si traduce in un richiamo forte, prima che sia troppo tardi. “Occorre prendere la parola quando i poveri muoiono mentre l’Europa gioca a scaricabarile sull’immigrazione - sottolinea il sacerdote rispondendo alle domande dell’agenzia “Sir” -, quella stessa Europa che però ha anche diverse colpe: le migrazioni sono in gran parte deportazioni indotte”. “Nessuno abbandona la propria terra, la casa, gli affetti se non è costretto da guerre, povertà o disastri ambientali - evidenzia con forza -. Di molti di questi conflitti e disastri siamo noi i responsabili”. Ed è quindi fondamentale “fermarci, analizzare, denunciare”. “Nel nostro Paese la gente vive condizioni di difficoltà che la porta a vedere l’altro come un nemico - ricorda il fondatore di Libera -. Ma questo non ci autorizza a chiudere le porte a chi bussa per entrare”. “In Italia - sottolinea con convinzione - c’è bisogno di giustizia sociale, di interventi concreti, ma non dobbiamo dimenticare la storia di molti dei nostri nonni e bisnonni migranti per il mondo”. Quindi, “in questo momento dobbiamo alzare la voce perché viene calpestata la libertà e la dignità di molte persone”. E per fare questo è necessario partire da una considerazione: “L’immigrazione non è un reato, perché non può essere un reato la speranza di chi cerca una vita migliore. Non si può giocare sulla pelle della gente, né su quella di casa nostra e nemmeno nei confronti di chi viene a cercare dignità, lavoro e pace. A problemi globali si risponde con soluzioni globali”. Don Ciotti non ha dubbi: “C’è un deficit di umanità e la via per colmarlo è fatta di relazioni e conoscenza. C’è inoltre una paura sulla quale dobbiamo interrogarci e cioè la paura del diverso, dello straniero, una tra le più pericolose perché può generare ciò che stiamo toccando con mano in questi giorni: ostilità, aggressività, addirittura, odio. Ma le radici dell’odio risiedono nell’ignoranza: occorre riconoscersi e riconoscere l’altro”. Per il fondatore di Libera il concetto è chiaro: “Non basta commuoversi, le emozioni devono trasformarsi in sentimenti profondi e suscitare senso di responsabilità per collaborare con le istituzioni o essere una spina nel fianco, se non fanno quello che devono fare, pretendendo ciò che è giusto e dovuto”.

Foto © Imagoeconomica

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