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Trentacinque anni dopo il delitto Caccia, si cerca ancora la verità

caccia bruno 850di Aaron Pettinari
Un magistrato rigoroso, che non guardava in faccia a nessuno se non la legge. Così da tutti viene ricordato Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, ucciso a pochi passi da casa, in via Sommacampagna, con 17 colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983.

Nelle sue indagini si era occupato di terrorismo ma anche di criminalità organizzata (dai sequestri di persona agli omicidi passando per le infiltrazioni mafiose nel casinò di Saint Vincent). Erano proprio queste le prime piste su cui si mossero le indagini. Il primo filone, quello rosso, era stato aperto dopo una telefonata che rivendicava il delitto alle Brigate Rosse ma si rivelò poi falso. Poco tempo dopo, grazie anche alle inchieste sul clan dei Cursoti, emerse un primo pezzo di verità che indirizzò le indagini verso la 'Ndrangheta e le famiglie trapiantate in Piemonte. Tuttavia non si arrivò ad una verità completa sull'omicidio.
Già quelle indagini portano alla luce una fitta trama di relazioni pericolose tra esponenti della criminalità organizzata, indagati eccellenti delle inchieste ‘scandalo’ coordinate da Bruno Caccia e - ciò che è più grave - pezzi della magistratura.
Come sancì la seconda sentenza di appello per il delitto, infatti, e come confermò la Cassazione nel 1992, il Procuratore fu ucciso in quanto “ostacolava la disponibilità altrui”. Allora fu condannato all’ergastolo un unico uomo, Domenico Belfiore, capo dell'omonima ‘ndrina operante in Piemonte, per essere il mandante dell'omicidio.

Le nuova inchiesta e il processo a Schirripa
Qualche anno fa, in occasione del trentennale dell'omicidio, un appello dei figli del procuratore ucciso sollecitava gli inquirenti a riaprire il fascicolo “congelato” nei cassetti della procura milanese, competente per legge sui reati riguardanti i magistrati torinesi.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal sostituto procuratore Marcello Tatangelo, ripartirono proprio dall'esposto presentato dall'avvocato Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, in cui si proponeva di guardare oltre le 'ndrine, evidenziando gli interessi di Cosa Nostra per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti ed anche denunciando i depistaggi che si sono susseguiti, oltre alle inerzie nelle indagini da parte di alcuni magistrati torinesi e milanesi.
Un'indagine che portò, nel dicembre 2015, all'arresto di Rocco Schirripa, panettiere di Torrazza Piemonte, come esecutore materiale dell'omicidio.
Tuttavia questi elementi solo in parte sono entrati nel processo che si è concluso lo scorso luglio con la condanna all'ergastolo.
I giudici della Corte d'Assise di Milano, presieduti da Ilio Mannucci Pacini, nelle 175 pagine delle motivazioni hanno dedicato solo poche righe alle osservazioni della difesa di parte civile della famiglia Caccia. I giudici evidenziano che la stessa “non ha contestato che le conversazioni indicano con sicurezza Schirripa come uno degli esecutori dell’omicidio in esame”, ma ha anche osservato “come sia l’audizione di Domenico Belfiore, sia i suoi colloqui con Barresi avessero rivelato, ancora una volta, un ambito di ‘indicibile’”. Repici sottolineava anche che “da un lato Belfiore nel corso della sua audizione alla domanda se, in carcere, il cognato Barresi, avesse parlato dell’omicidio Caccia, rispondeva ‘no, no perché non… per noi era tabù’ e che dall’altro lato le preoccupazioni da loro espresse nei colloqui intercettati non potevano certamente riferirsi a Rocco Schirripa, che anzi avevano volutamente ‘sacrificato’, per nascondere i responsabili di più alto livello”. Lo stesso legale aveva chiesto di trasmettere il verbale dell’esame del teste Barresi alla Procura “affinché si proceda per falsa testimonianza con segnalazione al Tribunale di Sorveglianza di Torino” ed anche trasmettere “gli atti alla Procura della Repubblica perché proceda nei confronti di altri”. La Corte, presieduta da Ilio Pacini Mannucci, alla lettura del dispositivo ha anche rinviato gli atti alla Procura, nelle motivazioni non ha però spiegato i motivi della decisione pur confermando che “le osservazioni della difesa sull’ambito del non detto, sul vero motivo delle preoccupazioni di Belfiore e Barresi, appaiono condivisibili. Infatti risulta logico ritenere che le preoccupazioni degli stessi avessero riguardato non solo Schirripa, ma anche gli altri soggetti che erano stati coinvolti nell’omicidio”. Secondo i giudici, “questo nulla toglie al fatto che le loro preoccupazioni sul fatto che Schirripa avesse ‘parlato’ fossero autentiche, anche se non dirette solo a lui”. Ugualmente i giudici, pur registrando le critiche che il legale della famiglia Caccia aveva rivolto verso l’operato della magistratura non entrano nel merito delle stesse.
Dunque possiamo dire che, ad oggi, non si è ancora di fronte ad una verità completa sul delitto Caccia. E la ricerca della verità appare più lontana se si considera che per l'ultimo indagato, l'ex militante di Prima Linea Francesco D’Onofrio, ritenuto vicino alla 'ndrangheta, il pm della Procura di Milano, Paola Biondolillo, che ha ereditato il fascicolo dal collega Marcello Tatangelo (oggi in Procura Generale a Torino), ha chiesto per lui al Gip l’archiviazione del fascicolo.
Non sarebbero stati trovati riscontri sufficienti alle affermazioni del pentito Domenico Agresta, che lo aveva chiamato in causa in un lungo verbale reso ai pm dell’Antimafia torinese a ottobre del 2016, dichiarando di aver appreso dal padre e dal boss Aldo Cosimo Crea che “a farsi il procuratore” erano stati Schirripa e D’Onofrio.
Da parte sua l’ex militante di Prima Linea, passato secondo i magistrati nelle file della ‘ndrangheta con ruoli apicali, ha negato più volte la circostanza: "Sono completamente estraneo a questa vicenda".
Nelle motivazioni del processo Schirripa la Corte parla di Agresta ribadendo che “il suo racconto è apparso in ogni passaggio logico e convincente. È una prova indiziaria, ma che si inserisce in maniera del tutto coerente con il già solido compendio probatorio. E se è perfettamente coerente coi risultati delle indagini l’indicazione fatta da Agresta su Schirripa come uno degli esecutori, non appare inverosimile l’affermazione che D’Onofrio avesse fatto parte dell’azione di fuoco. Anzi: è plausibile che Agresta e Crea avessero ricevuto queste informazioni da fonte sicura”.
Ma ciò potrebbe non bastare. Trentacinque anni dopo rimane intatta la richiesta di giustizia dei familiari come ha dichiarato Paola Caccia, una delle figlie del procuratore. Rispetto ai risultati del processo ha parlato di una sentenza giusta ma al tempo stesso ha evidenziato come "non è ancora stata fatta completamente giustizia” perché “ci sono ancora tanti aspetti da indagare e pezzi di verità da aggiungere".
E non è certo possibile darle torto.

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