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Ingroia e le lettere a Minniti e Salvini sulla scorta tolta

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Ricordate le minacce ricevute dalla mafia

Sono tre le lettere che Antonio Ingroia, oggi avvocato e in passato magistrato impegnato nella lotta alla mafia, ha inviato ai ministri degli Interni, Marco Minniti e Matteo Salvini, dopo che lo scorso maggio l'Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, d'intesa con le prefetture di Palermo e Roma, ha revocato la scorta.
Il caso, reso noto in un incontro pubblico dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, è esploso e a livello nazionale si è acceso un dibattito forte anche per le assurde parole dette dal neo ministro Salvini sulla necessità di verificare la necessità di protezione per lo scrittore Roberto Saviano. Certo è che Ingroia, sotto scorta per 27 anni, è una di quelle figure che non ha solo combattuto la mafia ma anche quegli intrecci che la stessa ha con i più alti vertici del potere e, tenuto conto che "la mafia non dimentica", stupisce che in questi mesi nulla si sia fatto per garantire la sua sicurezza.
Troppo poco è la nuova misura di protezione decisa lo scorso 20 giugno ovvero una sorta di controllo dinamico a orari convenuti con l’assistenza, da parte dell’equipaggio di una volante della polizia, ad ogni uscita o rientro dall'abitazione. Lo stesso Ingroia, nelle lettere, definisce la misura come "paradossale", "grottesca” e "del tutto inutile".
E va tenuto conto che nel corso degli anni Ingroia era già passato dal livello 2 (che prevede l'utilizzo di due macchine blindate) al livello 4 (solo un agente).
Ma procediamo con ordine.
La revoca della scorta è stata decisa appena 15 giorni dopo la sentenza emessa dalla Corte d'assise di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia.
Un processo che proprio dall'ex magistrato era stato istruito per poi essere stato condotto dai pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.
Una decisione incomprensibile tanto che l'ex pm ha immediatamente rappresentato le proprie preoccupazioni con alcune lettere inviate ai vertici istituzionali il cui contenuto viene diffuso oggi da Il Fatto Quotidiano. “Lo scrivente - è scritto - pur nel rispetto delle competenze e della responsabilità degli Organi preposti alla verifica e alla valutazione della sussistenza dei presupposti per il mantenimento o la revoca del sistema di protezione già disposto, non può nascondere di essere rimasto sorpreso”. Ingroia dunque ha voluto ricordare le varie minacce subite nel corso del suo operato da magistrato a Palermo. Ad esempio riferisce che “nel 2009, Domenico Raccuglia, il boss allora latitante, vicino a Matteo Messina Denaro, venne arrestato “nei pressi della mia casa di campagna, a Calatafimi, mentre stava preparando un attentato nei miei confronti”. Ancora, appena cinque anni fa, "il collaboratore di giustizia Marco Marino ha riferito al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria che Cosa nostra e la ’Ndrangheta nel 2011 stavano preparando un attentato per uccidermi in relazione alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, facendomi saltare in aria con venti chili di esplosivo”.
Sempre in quel documento Ingroia sottolinea come ancora oggi, da avvocato, le sue attività continuano a rientrare nell'ambito del contrasto delle organizzazioni criminali come ad esempio la difesa “del collaboratore di giustizia Armando Palmeri nel processo di Reggio Calabria sulla ’Ndrangheta stragista.
La seconda lettera, invece, è del 4 giugno. Il governo era appena stato formato e il destinatario è il ministro degli Interni Matteo Salvini. Questa volta Ingroia evidenzia come "il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico ha riferito di specifici e concreti progetti omicidiari concepiti nei confronti dello scrivente e del pm Di Matteo, temporaneamente accantonati solo in quanto all’epoca di difficile realizzazione”.
Ma c'erano anche le dichiarazioni in carcere del "Capo dei capi", Totò Riina. Scrive ancora l'ex pm: “Faccio riferimento all’intercettazione ambientale registrata il 26 agosto 2013 nel carcere di Milano-Opera. Riina, parlando con un altro detenuto, definiva la mia persona il Re dei cornuti, espressione gergale di ostilità, molto diffusa nel mondo criminale, con la quale si manifestava il disprezzo e l’odio del Capo dei capi nei miei confronti”.
Un'ulteriore lettera è stata inviata il 21 giugno sia a Salvini che al sottosegretario al'Interno Carlo Sibilla (appartenente al Movimento Cinque Stelle).
Stavolta Ingroia chiede una "rivalutazione aggiornata della situazione di pericolo cui lo scrivente ritiene di essere attualmente ancora esposto”. Ancora una volta sottolinea come la “improvvisa e totale rimozione di ogni dispositivo di protezione potrebbe essere interpretato dalle organizzazioni mafiose e in particolare dai boss che ho più perseguito in questi anni - da Matteo Messina Denaro ai fratelli Graviano agli stessi corleonesi facenti capo a Leoluca Bagarella, nonché ai capi della ’Ndrangheta - un segnale di abbandono e di isolamento da parte dello Stato nei confronti di chi per almeno 25 anni è stato percepito, a torto o a ragione, come un simbolo della lotta alla mafia, quale uomo delle Istituzioni e servitore dello Stato”. Dagli ambienti del Viminale fanno sapere che l’Ucis e le prefetture interessate stanno valutando la nuova documentazione fornita dall’ex pm antimafia e che accertamenti erano già stati precedentemente avviati. Resta il fatto che, ad oggi, l'ex pm resta privo di tutela.

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