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Responsabilità e impegno, così Peppino Impastato vive oltre la memoria

di Aaron Pettinari
Centinaia di scuole presenti per ricordarlo a 40 anni dal delitto


“Questo anniversario sancisce una tappa importante nel nostro impegno. D'ora in poi diventa sempre più difficile e faticoso portare avanti la nostra promessa nel fare memoria riguardo Peppino e la sua storia. Abbiamo ottenuto giustizia per la morte di Peppino, abbiamo ottenuto la relazione della commissione parlamentare di inchiesta sui depistaggi, siamo riusciti a rivalutare la figura di Peppino e a presentarlo al mondo come chi era, un militante comunista, un uomo di valori, un attivista che nei suoi 30 anni di vita ha dimostrato la sua coerenza, la sua genialità e la verità di ciò in cui credeva. Questi anni non sono stati affatto semplici. Abbiamo affrontato l'isolamento, le minacce, l'indifferenza e i tentativi di coloro che volevano strumentalizzare la figura di Peppino. Non dobbiamo dimenticare quanto successo a Ponteranica dove abbiamo lottato e reagito alla cancellazione del nome di Peppino dalla biblioteca comunale". Giovanni Impastato parla dal balcone di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato e lo fa soprattutto rivolgendosi ai tanti giovani presenti lungo il corso di Cinisi. I ragazzi di cento scuole, provenienti da più parti d’Italia, hanno invaso le vie della città e della vicina Terrasini. Assieme a loro attivisti, militanti, rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni antimafia ma anche semplici cittadini che hanno voluto essere presenti in questo giorno. Quasi a raccogliere il testimone di quell’inno di libertà rappresentato dal giovane Impastato ucciso il 9 maggio 1978, su ordine del boss Tano Badalamenti, per le sue denunce dei microfoni di Radio Aut.
Proprio dalla sede della radio, a Terrasini, è partito il corteo. Cori, striscioni, bandiere rosse, bandiere della pace, i tricolori dei sindaci presenti hanno colorato questo pomeriggio. In mezzo ai giovani, oltre a Giovanni Impastato, i compagni di Peppino, Don Luigi Ciotti, il segretario della Cgil Susanna Camusso, i giornalisti Beppe Giulietti, Giulio Francese e Lirio Abbate, Ascanio Celestini, i familiari vittime della mafia Salvatore Borsellino, Vincenzo ed Augusta Agostino, Graziella e Ninni Domino, Ferdinando Domé. "Siamo in tanti" mi dice con un sorriso lungo il cammino Salvo Vitale, amico e compagno di Peppino. Un dato sicuramente importante, anche se molti vengono da lontano. Il segno che le idee di Peppino e quella sua voglia di lottare per i diritti non è qualcosa di astratto.
"Questi anni non sono stati affatto semplici - ha aggiunto sempre Giovanni - Vi abbiamo consegnato la storia e la memoria di Peppino, un militante comunista, un uomo di valori, un attivista che in trent’anni di vita ha dimostrato la sua coerenza. Sappiate farvene eredi". "Oggi viviamo un momento quanto mai difficile nella politica nazionale dove ormai è chiaro il vuoto che in questi anni è stato scavato nella coscienza civile e sociale di ogni singolo cittadino che è dimostrato dall'incapacità dei partiti di dare una guida al nostro Paese - ha proseguito Giovanni Impastato - il risultato peggiore è il totale sfascio della sinistra che paga le conseguenze dell'aver rinunciato alla sua cultura, alla sua memoria per farsi coinvolgere dalle lobby e dai palazzi del potere, dimenticandosi totalmente della sua base. Niente è stato recepito di quanto ci hanno lasciato Gramsci e Pasolini o anche Peppino con il loro libero pensiero".
Tra momenti di riflessione e spettacoli le iniziative sono andate avanti da giorni per poi arrivare a questa giornata clou. Nel corso della mattina in tanti erano presenti davanti al casolare in cui l'attivista fu massacrato; ancora una volta per chiedere con forza l'esproprio del fabbricato che con la collaborazione dell'assessorato regionale ai Beni culturali, resterà aperto fino a venerdì prossimo per poi tornare ad essere un semplice casolare.
Il concetto di “responsabilità ed impegno” risuona forte in questa giornata, non solo per essere testimoni e parte attiva nel tempo presente ma anche per chiedere giustizia. Non a caso sono intervenuti i genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto. Un simbolo, se si vuole, di tante verità negate, come quelle sulle stragi avvenute nel corso della nostra storia.
Di “responsabilità ed impegno” ha parlato con la sua solita passione Don Luigi Ciotti. "Peppino è stata un'anima vera, ha vissuto per gli altri e chi vive per gli altri, vive negli altri - ha ricordato il Presidente di Libera - Combattere le mafie dissacrandole, questa è stata la sua grande intuizione”. “Usare l'arma della satira contro la mafia e contro la politica che con quella mafia fa affari - ha aggiunto - Non dimentichiamo 'Onda pazza', la sua trasmissione, e pazzi lo erano davvero Peppino e i suoi amici, una sana follia che li ha portati ad alzare il volume della loro radio. Noi dobbiamo alzare il volume delle nostre coscienze. Un pensiero va ai tanti giornalisti come Peppino assassinati dalle mafie e a quelli che ogni giorno subiscono pressioni e minacce a causa della serietà del loro lavoro". Don Ciotti ha anche voluto ricordare la sentenza della Corte d’Assise di Palermo di appena un mese fa, ma soprattutto ha stimolati i presenti nel continuare a chiedere verità e giustizia: “La trattativa è stata dimostrata, è stata un reato, bisogna però andare avanti, è solo un pezzo della verità. Alziamo la voce quando in molti scelgono un quieto silenzio. Ho due preoccupazioni: che si faccia della legalità un idolo, non è questo, è un mezzo per ottenere giustizia. La seconda preoccupazione è che ci siamo fermati a una lettura delle mafie di 26 anni fa, alle morti di Falcone e Borsellino. Oggi la mafia è meno appariscente e più inquietante. L’intreccio fra criminalità politica, economica e organizzata è davanti gli occhi di tutti".


Ricordare il giovane militante di Lotta Continua non può che accompagnarsi alla memoria della madre, Felicia. “Una maestra di speranza” l’ha definita Don Ciotti, che con le sue parole ha dimostrato di poter combattere la mafia senza la vendetta. Un simbolo ulteriore di una rottura culturale e sociale contro il potere mafioso.
Una scelta di campo di cui ha parlato anche Susanna Camusso: “Quaranta anni fa faceva paura dire che ci potevano essere dei ragazzi che mettevano a nudo attraverso un microfono della radio i misfatti della criminalità organizzata. Per almeno altri dieci anni staremo qui e staremo al fianco di tutti quei giornalisti che sono oggi sotto minaccia perché ciò che è successo allora può ancora succedere oggi. La libera informazione è un'arma contro chi ci minaccia". E poi ancora: “Sentiamo un brutto vento intorno a chi vuol farci dimenticare che la nostra storia sono quelle che stanno nella libertà e nella conquista della democrazia. Non abbiamo mai immaginato che Peppino fosse un eroe, non bisogna inseguirlo come qualcosa di irraggiungibile. Per continuare il suo cammino occorre sapere che era una persona normale che aveva scelto da quale parte stare. Non c'è niente di invincibile, abbiamo pagato prezzi altissimi ma la vera democrazia sarà quando non ci sarà più la mafia e la politica non avrà più collusioni". Fare memoria è anche chiedere verità e giustizia. Ed ognuno può essere protagonista in questa “pretesa”. Lo ha ribadito Beppe Giulietti, ma anche Umberto Santino che ha messo in evidenza proprio i termini del depistaggio perpetrato sin dal primo momento delle indagini sul “caso Impastato”. “Questo è un Paese dove c’è poca giustizia ma impunità e depistaggi sono troppi - ha ricordato con amarezza - I compagni di Peppino da subito avevano evidenziato che quello era un omicidio di mafia. E noi tutti abbiamo tempestato il Palazzo di Giustizia con esposti e prove che dovevamo presentare perché loro non cercavano nulla”. Ed è questa la pretesa di verità da cui si deve ripartire per far vivere Peppino, oltre la memoria.

Foto © ACFB

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