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Omicidio Moro: la criminalità servente

Oggi 9 maggio 2018 il tempo della nostra memoria segna l'anniversario di un giorno e un anno indelebili. Quarant'anni fa (insieme al corpo di Peppino Impastato a sud dello Stivale) viene consegnato nel luogo simbolo del potere e della disfatta insieme, Roma, il corpo senza vita del presidente della DC Aldo Moro, l'uomo che stava tessendo le fila non tanto e non solo del compromesso storico fra PCI e DC, ma del passo italiano verso la democrazia compiuta in un progetto di alternanza politica, in cui ormai il monolite DC non poteva più essere il solo e unico gestore. Moro, l'uomo che voleva modificare gli assetti decisi a Yalta dopo la seconda guerra mondiale, il 9 maggio di 40 anni fa cessa di vivere. All'ombra dei contesti internazionali che formano il Caso Moro, un caso complesso fatto di tante parti si muove e si trasforma lungo l'arco di 40 anni la criminalità organizzata, la sua componente di vertice riservata che acquista un ruolo proprio a cominciare dal caso Moro a seguire del quale si sfalderanno via via la stessa lotta armata, la DC il PCI e il Paese tutto operando un'ulteriore trasformazione. Di seguito alcuni estratti del libro "La Criminalità servente nel Caso Moro (ed. La Nave di Teseo), pubblicato di recente, in cui ricostruisco e indago quel ruolo attraversando i 55 giorni del sequestro e andando oltre l'omicidio stesso fino ad arrivare alla trattativa stato-mafia di Palermo, il cui processo nel suo primo grado lo scorso 20 aprile ha stabilito esserci stato il patto che parti dello Stato e della mafia hanno stretto guidando la destabilizzazione del Paese e traghettandola verso nuovi equilibri. Nelle carte di quella trattativa, infatti, si nasconde quella che ha trasformato il Paese già 40 anni fa: il cuore del Caso Moro, con un riferimento diretto.
S. Z.


Omicidio Moro: la criminalità servente
di Simona Zecchi*
Qual è il vero problema del “Caso Moro”? Quale il nodo mai sciolto e insieme farsesco di quei cinquantacinque giorni che hanno rivoltato per sempre il destino del nostro Paese? Nel rispondere, questo libro intende la crimintalita servente nel caso morofocalizzarsi su un aspetto specifico che ha caratterizzato l’affaire Moro tutto, riannodando prima e dipanando poi un filo presente spesso sotto traccia. Il vero protagonista nascosto di quel dramma - il cui palcoscenico è stato calpestato da più personaggi a più livelli - è la criminalità organizzata nelle sue componenti fondanti di quegli anni, quelle meno note al grande pubblico. Un ruolo, il suo, sempre accennato, poco chiarito e spezzettato tra carte giudiziarie e cronache sommerse dal tempo e dall’incuria o dall’imperterrita attitudine tutta italiana di non volersi accorgere delle evidenze: quelle che contano, quelle che restano. La costante ignorata o volutamente estromessa che molti, nel corso degli anni, hanno deriso o sminuito. In questo magma le br non fanno certo da sfondo. [...] Il “cubo d’acciaio”, invece, nella definizione dell’organizzazione data da Prospero Gallinari - l’uomo che per anni nella versione ufficiale si è indicato come il killer di Moro per poi cambiargli di posto e collocarlo come carceriere nella prigione di via Montalcini alla Magliana di Roma - si era fuso, se non tutto, in buona parte. [...]

Il fatto: la strage e il sequestro di via Fani
Il presidente della dc Aldo Moro viene sequestrato il mattino del 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, quando, tra le 9.02 e le 9.05, novantuno raffiche di mitra colpiscono a fuoco incrociato le auto di scorta e la vettura in cui viaggia lo statista, senza ferirlo. Dei cinque agenti incaricati della sicurezza di Moro nessuno sopravvivrà, nemmeno Raffaele Iozzino, l’unico che riesce a rispondere alle raffiche con due colpi.
Saranno così in tutto novantatré i bossoli ritrovati e periziati nel corso dei cinque processi - l’ultimo, il V, a riunire i primi due. A sparare, secondo la Corte d’Assise di Roma - processo Moro IV -, sono state sei o sette armi, contro le quattro indicate in seguito dai brigatisti; dieci i componenti del commando individuati processualmente attraverso le conferme dei principali protagonisti. A sentire il fondatore del nucleo storico delle br, Alberto Franceschini, tuttavia, un numero insufficiente per un’operazione di quella portata, considerato che per il sequestro del magistrato Mario Sossi a compiere l’azione furono in diciotto. In realtà, secondo quanto verificato dal giudice Guido Salvini nel 1994 durante un colloquio in carcere con lo stesso Franceschini, sono in tutto diciannove i brigatisti che hanno preso parte all’operazione Sossi.
Di fatto, il dibattito sull’esatto numero di componenti del commando che ha rapito Moro e sterminato la scorta è tuttora in corso, così come lo è la definizione di una dinamica unica e certa di come le cose siano andate effettivamente quel giorno. L’ultima componente del nucleo, Rita Algranati, sarà individuata soltanto durante il Moro III nel 1988, a processo terminato. Algranati resterà latitante sino al 2004 ed è tuttora in carcere, mentre a oggi sono due i brigatisti a non aver mai scontato alcun giorno di pena: Alessio Casimirri (ex marito di Algranati, rifugiatosi in Nicaragua) e Alvaro Loiacono, latitante e residente in Svizzera. Per entrambi, i tentativi di estradizione da parte delle autorità sono andati a sbattere negli anni contro il muro di omissioni, insuccessi e divieti dei paesi che li “ospitano”. [...]
Tuttavia, la recente sentenza di archiviazione della Procura generale di Roma su un filone specifico riguardante via Fani si esprime così nel merito concludendo la requisitoria:
Si ritiene di poter affermare che [...] coloro che parteciparono in funzione operativa all’agguato di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, furono molti di più dei nove o dodici brigatisti indicati da Valerio Morucci; che non tutti i partecipanti all’operazione militare de qua agitur erano Brigatisti, ben potendo le persone di cui si è negata, contro ogni logica, la presenza in funzione operativa, essere sia appartenenti ad altre Organizzazioni terroristiche, diverse dalle br, comunque costituenti articolazioni del Partito Armato, sia “agenti destabilizzanti” infiltrati da strutture segrete paramilitari con funzioni di congiunzione tra gerarchie politiche e civili e ge- rarchie militari unite nella lotta al comunismo, sia appartenenti alla malavita organizzata.
Persino “il manifesto”, il giorno immediatamente successivo alla mattanza, riferisce in modo specifico di un numero diverso da quello ufficiale. Ma “il manifesto” non è il solo a recepire queste informazioni. Anche “la Repubblica” titola: “Dodici killer per un massacro scientifico”.
Si tratta di dettagli di cronaca comunicati ai giornalisti da addetti ai lavori che poi si disperdono con l’accavallarsi degli eventi e delle mancate indagini. O per necessità precipua di farli sparire. [...] In queste pagine non tratteremo della complicata dinamica della sparatoria, per cui sarebbe necessaria un’opera a sé stante. Ma dell’elemento che spariglia tutte le carte sin dall’inizio, ovvero la presenza di un esponente della ’ndrangheta sulla scena del massacro e del sequestro, è necessario sottolineare subito la rilevanza. Il volto del boss Antonio Nirta (classe 1946), appartenente come tutta la famiglia originaria di San Luca a un alto grado dell’organizzazione mafiosa calabrese, e precisamente alla “Maggiore”,10 spunta da una fotografia andata perduta e ricomparsa nel gennaio 2016 sul “Messaggero”. L’immagine, a cui l’ultima Commissione Moro ha dato attendibilità, seppure nei limiti delle valutazioni scientifiche che una foto dopo quarant’anni può permettere, è contenuta tra le carte del processo Mino Pecorelli, giornalista ucciso il 20 marzo 1979 la cui morte, i responsabili della quale non sono mai stati accer- tati, si intreccia con quella di Moro. La vicenda di Nirta, detto “Due nasi” o “l’Esaurito”, si affaccia pubblicamente su via Fani nel 1993, quando emerge anche la figura del quarto uomo delle br, il quarto carceriere di Moro nella cosiddetta “prigione di via Montalcini” a Roma: Germano Maccari. Il fatto viene alla luce a seguito delle dichiarazioni di un pentito di ’ndrangheta nel 1992, rese al pm di Milano Alberto Nobili durante l’operazione Nord-Sud che ha scoperchiato per la prima volta gli affari delle cosche calabresi in Lombardia, con oltre duecento arresti a tutti i livelli.

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Il ritrovamento di Aldo Moro in via Caetani il 9 maggio '78


Il legame Stato-mafia
Dobbiamo dunque riavvolgere il nastro del tempo per poter continuare in quest’ultima parte d’inchiesta a unire pezzi di eventi apparentemente lontani tra loro e tornare a quelle origini.
[...] Già allora, in mezzo c’erano sempre loro: gli arcoti De Stefano (dalla frazione Archi di Reggio Calabria), una famiglia che si pone ai vertici della ’ndrangheta reggina proprio nei primissimi anni settanta. Sono state per prime le carte dell’operazione Olimpia, inchiesta risalente al 1995 e guidata dal pm Vincenzo Macrì, a delineare la capacità dei De Stefano di infiltrare i palazzi e le amministrazioni e di tessere importanti relazioni con il mondo della politica e dei poteri occulti. All’inizio del decennio, infatti, i De Stefano decidono di cambiare le regole del gioco e di operare una spaccatura con le famiglie più potenti della ’ndrangheta, il cui referente è in quel momento il vecchio boss Domenico “Mico” Tripodo, eliminato poi nel carcere di Poggioreale, a Napoli, da alcuni detenuti legati al boss della nco, Raffaele Cutolo. [...] È in questa frazione di tempo che avviene un primo passaggio: Giorgio, Paolo e Giovanni De Stefano assumono il comando di ogni attività illecita nel reggino. Conseguentemente a questa presa di potere si innesca la prima guerra di ’ndrangheta (1974), quando i tre fratelli vengono sorpresi da un commando di killer. Nella sparatoria muore Giovanni e resta gravemente ferito Giorgio, il maggiore, ritenuto dagli inquirenti la “mente” del sodalizio criminale. I De Stefano, però, non si lasciano intimorire e ampliano ulteriormente la propria potenza economica e il proprio prestigio sociale. Nella seconda metà degli anni settanta puntano l’attenzione sui lavori miliardari per il raddoppio della linea ferroviaria Villa San Giovanni-Reggio Calabria, nei cui cantieri impongono i loro mezzi e i loro uomini. Ecco un altro tassello del mosaico che si va a comporre: quel luogo, come abbiamo già visto, si ricollega alla figura dal falsario Tony Chichiarelli, l’informatore per antonomasia del Caso Moro, incontrato insieme a esponenti di gruppi criminali che si erano prestati a diversi tentativi di liberazione del presidente dc: Villa San Giovanni, in Calabria, comune che si affaccia sullo stretto di Messina, era stato infatti indicato su un biglietto presente nel borsello lasciato da Chichiarelli in un taxi nel 1979, insieme a tanti altri indizi legati al sequestro Moro e all’omicidio Pecorelli. Luoghi e personaggi che ritornano, dinamiche che si modificano e si coagulano tutte intorno a un punto specifico. Ma proseguiamo. Il capo della cosca, Giorgio De Stefano, in quel periodo è ormai il leader riconosciuto della ’ndrangheta a livello mondiale: è in buoni rapporti con Cosa nostra e soprattutto in stretta amicizia con Nitto Santapaola, boss della cupola catanese. Ricordiamo a questo punto i viaggi in Calabria e in Sicilia (precisamente a Reggio Calabria e a Catania) di Mario Moretti, che tornerà a Reggio successivamente al Caso Moro incontrando il pregiudicato ’ndranghetista Aurelio Aquino, il quale, come si scopre in seguito al suo arresto, detiene in casa banconote appartenenti al riscatto per la liberazione dell’armatore genovese Costa, versato proprio alle br di Moretti. Il brigatista si reca al Sud mentre è in ballo la costituzione della colonna romana delle br e la loro mutazione all’insaputa di tutta l’organizzazione a eccezione di chi lo accompagna (una tale Giovanna Currò, secondo alcuni pseudonimo della ex brigatista Barbara Balzerani). [...]                                          
È il giudice Saverio Mannino che descriverà in una sentenza una svolta importante: “La mafia ormai da tempo non si limita più a convogliare consensi elettorali verso gli uomini politici, ma elegge direttamente propri rappresentanti negli organismi elettivi”. Cambia dunque la natura del rapporto ’ndrangheta-politica, e parallelamente, in questo contesto, avviene l’avvicinamento di cui abbiamo parlato in precedenza, quello in cui, durante i fatti di Reggio, i De Stefano (non tutte le ’ndrine) fanno una scelta ben precisa verso destra; il loro intermediario è Paolo Romeo, allora studente e presidente dei giovani del msi. Romeo, come abbiamo visto, era noto alle cronache giudiziarie di quegli anni (e continua a esserlo tuttora) per essere costantemente indagato o coinvolto in fatti riguardanti massoneria e ’ndrangheta; abbiamo visto anche come il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, nell’audizione più volte citata del settembre 2017 alla Commissione Moro, farà il suo nome per esemplificare le dinamiche che da sempre caratterizzano l’organizzazione criminale calabrese, la quale, nonostante una spiccata preferenza per una parte politica, non sdegna quando necessario di allearsi anche con altre fazioni, magari opposte.
Romeo è stato indicato da un importante collaboratore di giustizia, Giacomo Ubaldo Lauro, 9 che incontreremo ancora per la vicenda Moro, proprio come mediatore tra destra eversiva e mondo criminale. Lauro ha riferito di un incontro avvenuto a Montalto tra i De Stefano e il principe Junio Valerio Borghese per approntare il mancato colpo di Stato,10 dichiarazioni corroborate da altri collaboratori importanti. Borghese era capo della X Flottiglia mas, che riunirà intorno a sé quelli che poi saranno i più noti esponenti della destra estrema giovanile e non, come Stefano Delle Chiaie e Bruno Di Luia; siamo negli anni 1968-69, momento in cui altrove, parallelamente, nascono i presupposti della lotta armata di estrema sinistra e in cui, accanto a questa “sperimentazione” a destra della ’ndrangheta, si contrappone la parte cosentina e reggina più a sinistra, dove consorterie di potere si intrecciano anche con l’onorata società e vengono spartiti poteri e prebende. L’incontro mafioso di Montalto a cui partecipa il principe Borghese il 26 ottobre 1969 per decidere il colpo di Stato cade lo stesso giorno dell’incontro annuale delle varie cosche alla Madonna di Polsi sulla cima più alta dell’Aspromonte, a San Luca - riunione che, come si legge nella relazione della Commissione antimafia del luglio 2000, era stata appositamente spostata: il tradizionale raduno annuale alla Madonna di Polsi si tiene infatti a settembre di ogni anno. Anche su questo punto convergono le dichiarazioni di diversi collaboratori di ’ndrangheta. L’accordo viene osteggiato all’interno delle cosche perché di fatto opera una spaccatura all’interno della tradizionale struttura dell’organizzazione. Successivamente sarà proprio il processo istituito a Locri nel 1970 a stabilire come in quella occasione si tenti di unificare le varie organizzazioni in un’unica società. E in quell’incontro, che come vedremo salterà per ragioni precise, tra gli ordini del giorno troviamo l’alleanza della ’ndrangheta con la destra eversiva e la modifica stessa dell’organizzazione sul modello di Cosa nostra. È Stefano Carmelo Serpa - collaboratore di giustizia e agente esterno dei servizi segreti, che rilascia dichiarazioni alla Procura di Brescia anche su Francesco Delfino, il suo rapporto con Nirta “Due nasi” e con l’eversione di destra e poteri altri (la componente riservata) - a spiegare cosa è davvero accaduto.
Era indispensabile che le forze dell’ordine interrompessero il summit al momento giusto perché l’accordo comunque vi fosse, ma non fosse in qualche modo “sancito”, sugellato.
 Ed erano i De Stefano ad avere tutto l’interesse affinché la riunione fosse interrotta [...] perché loro erano già entrati in possesso di certi documenti, di certe carte compromettenti, e potevano vantare così un’enorme forza ricattatoria verso gli stessi politici convenuti al summit.
Dalle ceneri di questo patto, il principe Borghese otterrà l’autorizzazione a procedere nel territorio reggino e allo stesso tempo gli arcoti De Stefano si emanciperanno dalla vecchia mafia dei Tripodo. È così che nasce “la Santa”, il vertice di cui la famiglia Nirta, detta “la Maggiore” (cosa altra dai Nirta-Strangio), è parte fondante, la componente riservata non solo della ’ndrangheta, libera di muoversi tra apparati dello Stato, strutture segrete atte alla protezione del nostro paese e gruppi eversivi. È la criminalità servente che ha agito anche nel Caso Moro.

*per gentile concessione de “la Nave di Teseo”

Tratto da: "La criminalità servente nel caso Moro"

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