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Peppino Impastato, la voce denuncia contro la mafia

A quarant'anni dal suo omicidio le sue parole sono ancora attuali
di Davide de Bari
Era la notte tra l'8 e il 9 maggio 1978 quando Cosa nostra fece saltare in aria Peppino Impastato. Intorno alle 20.15, il giovane lasciò la redazione di "Radio-Aut", salì in auto e si avviò verso casa. La sua Fiat 850 fu fermata lungo il tragitto, all'altezza della litoranea Terrasini-Cinisi. Peppino fu stordito e condotto con la sua auto nel luogo dove venne torturato. Questo, però, non era abbastanza, gli assassini vollero sfigurare il suo corpo. Così inscenarono un “attentato-suicidio”. Presero il corpo di Peppino e lo legarono ai binari con una carica esplosiva. Il suo corpo fu fatto a pezzi, ma la mafia non riuscì a ridurre al silenzio la sua voce, a fermare il coraggio delle parole che nessuno osava pronunciare; a bloccare le sue idee che ancora oggi sono un esempio.

Il coraggio della denuncia
Peppino Impastato nacque a Cinisi da una famiglia mafiosa. Suo padre Luigi era il cognato del capomafia del paese, Cesare Manzella. Ma oltre a questo, era amico di uno dei boss più potenti di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Peppino, però, aveva altri interessi che andavano in contrasto con quelli della sua famiglia. Aveva una passione politica innata che fin da bambino mostrava nell'ascoltare i comizi politici del paese, come ricordava l'intellettuale siciliano Stefano Venuti: “Ai miei comizi ricordo sempre presente un ragazzino che, mentre tutti quelli della sua età giocavano e correvano, se ne stava seduto sul marciapiede ad ascoltare per tutto il tempo. La prima impressione che ebbi quando lo conobbi, fu quella di un ragazzo dotato di entusiasmo e di un desiderio enorme di giustizia, pulizia, di onestà”. L'interesse verso l'attivismo sociale lo spinse a intraprendere un percorso politico-culturale.
Peppino fondò il giornalino “L'idea socialista” e aderì al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Si occupò dei problemi del mondo operaio e contadino, della condanna del militarismo americano, dell'autoritarismo sovietico e dell'antifascismo. L'attività che Peppino portava avanti non piaceva per nulla alla cosca mafiosa, che accusava il padre Luigi di non aver saputo educare il figlio secondo le “giuste regole” o peggio di averne fatto un nemico. Questo fu il motivo di rottura con suo padre, che lo cacciò via di casa e ne prese pubblicamente le distanze. “Arrivai alla politica nel lontano novembre del '65 su basi puramente emozionali: - scriveva il giovane in una nota autobiografica - a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare divenuta ormai insostenibile”.
Dal 1968, Peppino militò nei gruppi di Nuova Sinistra, occupandosi delle lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo (nel territorio di Cinisi) e quindi anche della speculazione edilizia che stava prendendo piede. “L'attività di Impastato si colloca in un periodo di transizione e può considerarsi una sorta di ponte tra passato e futuro. - scriveva Umberto Santino in “Storia del movimento antimafia” (ed. Riuniti) - Egli è insieme l'erede del vecchio movimento antimafia e il pioniere della nuova fase di lotta”. Il giovane si avvicinò al movimento “Lotta continua” ed è qui che “Conosco Mauro Rostagno: - scriveva in un appunto - è un episodio centrale della mia vita degli ultimi anni”. Rostagno e Danilo Dolci furono, infatti, delle figure importanti per la formazione politica di Impastato.
Peppino costituì anche il gruppo “Musica e cultura” che svolgeva attività culturali come eventi musicali, teatrali e dibattiti. La vera svolta arrivò con la fondazione di “Radio-Aut” insieme ai suoi compagni di lotta (Ciccio, Benedetto, Giampiero, Guido e altri), per denunciare la mafia del suo paese e le speculazioni per poi passare al traffico internazionale di droga che si nascondeva dietro la realizzazione del nuovo aeroporto. Ma il personaggio di primo piano che Peppino prese di mira fu il capomafia Tano Badalamenti. “C’è il grande capo, i due grandi capi, Tano Seduto e Geronimo Stefanini, sindaco di Mafiopoli… - diceva il giovane nel suo programma “Onda pazza” il 7 aprile ’78 - Sì, i membri della Commissione discutono… c’è qualche divergenza ma sono fondamentalmente d’accordo. Sì, si stanno mettendo d’accordo sull’approvare il progetto Z-11”. Fu proprio per questo suo sbeffeggiare l'''onore'' dei mafiosi e dei politici della città, insieme al suo attivismo, che portò il boss Badalamenti a decidere la sua condanna a morte. Peppino fu assassinato il giorno prima delle elezioni comunali in cui si era candidato con la lista di Democrazia Proletaria.

L'accertamento della verità
Il 9 maggio 1978 non fu solo Peppino a morire, ma anche il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, rapito dalle Brigate Rosse e dopo 55 giorni di prigionia ritrovato senza vita in una Renault 4 in via Caetani a Roma, a poca distanza dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da quello della Dc. Per questo l'omicidio di Peppino passò quasi inosservato. Secondo i carabinieri, coordinati dall'allora capitano Antonio Subranni: “Anche se si volesse insistere su un'ipotesi delittuosa - si legge in un rapporto alla magistratura - bisognerebbe comunque escludere che, Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia”. Ipotesi che per i carabinieri si concretizzò con una lettera di Peppino, scritta un anno prima, trovata durante una perquisizione nella dimora di Impastato: “Medito sulla necessità di abbandonare la politica e la vita... oggi ho provato un profondo senso di schifo”. Solo la famiglia di Peppino, la madre Felicia Bartolotta. il fratello Giovanni e la cognata Felicetta, insieme ai compagni Salvo Vitale e Umberto Santino diventeranno i veri custodi della memoria, ma furono soprattutto coloro che fin dall'inizio accusarono Tano Badalamenti. La famiglia presentò un esposto alla procura di Palermo, sostenendo che il loro congiunto era stato ucciso dalla mafia.
Nel maggio 1984 il tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici (assassinato da Cosa Nostra il 29 luglio 1983), emise una sentenza, firmata da Antonino Caponnetto, che riconosceva la matrice mafiosa del delitto.
Una svolta fu data dalla rivelazione di Felicia quando ricordò la circostanza in cui il marito Luigi disse a una famigliare americana: “Prima di uccidere Peppino debbono uccidere me”. Era chiaro Cosa nostra aveva deciso già la morte del giovane comunista. Questo però non bastò per riaprire le indagini, che furono archiviate sia nel '84 che nel '92. Solo grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Salvatore Palazzolo, che identificò Badalamenti come mandante, e le forti pressioni della famiglia, il caso venne riaperto e si andò a processo. Il 5 marzo 2001 la Corte d'Assise di Palermo condannò Vito Palazzolo a 30 anni di carcere, mentre l'11 aprile 2002 la Terza Sezione riconobbe come mandante dell'omicidio Impastato Gaetano Badalamenti, condannandolo all'ergastolo. Finalmente la giustizia era arrivata e mamma Felicia poté festeggiare con grande gioia il suo primo compleanno dopo la sentenza: “E' il primo compleanno che vivo con la pace nel cuore”. Anche la Commissione parlamentare antimafia, il 6 dicembre 2000, approvò la relazione sul “caso Impastato” in cui si riconobbero le responsabilità delle istituzioni nel depistaggio delle indagini sul delitto di Peppino.
E' sempre su questa pista che proseguono le indagini. La Procura di Palermo nel 2011 ha aperto un'indagine sulla sparizione dell'archivio di Impastato durante la perquisizione dei carabinieri. Sono quindi indagati per favoreggiamento il generale Antonio Subranni e per falso i sottufficiali che all'epoca condussero la perquisizione a casa di Peppino: Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Ancora oggi il caso del giovane rivoluzionario di Cinisi non è chiuso.
Il coraggio di Peppino continua ad essere oggi uno sprone per chi non riesce a trovare il suo stesso coraggio di denunciare, per poter essere liberi fino in fondo. Un grazie va a chi ancora oggi ricorda la storia di Peppino, come la sua famiglia e i suoi compagni. Ma anche a chi attraverso film e libri ha permesso che l'impegno di Peppino non fosse stato vano e che le generazioni potessero conoscere.
Oggi non ci resta che andare avanti con il suo stesso impegno e coraggio.

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