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Giuseppe Di Matteo, il bambino trucidato da Cosa nostra

di matteo cavallodi Davide de Bari
L'eccidio che segnò la fine della cosca corleonese
Era l'11 gennaio 1996, quando Vincenzo Chiodo, Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo eseguirono l'ordine di morte nei confronti del piccolo Giuseppe Di Matteo, prigioniero dei corleonesi da 779 giorni. Tutto si svolse in fretta. Chiodo disse al bambino di mettersi nell'angolo della camera dove si trovava, vicino al letto con le braccia alzate; mentre Enzo Brusca e Monticciolo tenevano il bambino fermo, Chiodo si avvicinò al bambino e gli avvolse la corda intorno al collo, ma prima ancora di stringerla, Monticciolo si rivolse al bambino e disse: “Tuo papà ha fatto il cornuto”. Una volta morto, presero il corpo e lo sciolsero nei fusti dell'acido. E' così che finirono i giorni della prigionia del giovane dodicenne.

Il rapimento del bambino
Giuseppe Di Matteo era un bambino sorridente, che amava la vita e aveva una passione per i cavalli. Suo padre, Santino Di Matteo detto “Mezzanasca”, era affiliato a Cosa nostra e frequentava personaggi come Giovanni Brusca. Santino fu arrestato il 4 giugno 1993 per numerosi omicidi mafiosi e poco dopo decise di collaborare. Iniziò così a fare i nomi di chi si nascondeva dietro le stragi mafiose di Capaci e Via D'Amelio, che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le dichiarazioni del pentito portarono a una svolta nelle indagini, fino a quel momento nessun collaboratore di giustizia aveva osato parlare delle stragi del '92. Ma quelle rivelazioni scatenarono la reazione di Cosa nostra che voleva fermare l'ex picciotto e affidò a Giovanni Brusca il compito di rapire il figlio. Il 23 novembre 1993, i corleonesi adescarono il bambino mentre usciva dal maneggio, dove abitualmente andava a cavalcare. Quattro uomini si presentarono come poliziotti incaricati per portarlo dal padre. Invece lo caricarono in macchina e lo portarono in una villa a Misilmeri, dove era stato allestito un bunker per la prigionia.
Al nonno, Giuseppe Di Matteo, fu fatto recapitare un biglietto con scritto: “Il bambino c'è l'abbiamo noi, non andare ai carabinieri se tieni alla pelle di tuo nipote”. Poi una sera il nonno fu avvicinato da un affiliato che gli mostrò una foto del bambino e gli disse: “Devi andare da tuo figlio e farci sapere che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse fatte a quei personaggi, deve finire di fare tragedie”. Rientrato a casa, il nonno raccontò il tutto a Franca, madre del bambino, che chiamò subito la DIA per parlare con suo marito. L'incontro avvenne in una stanza della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, dove la moglie raccontò al marito che il loro bambino era stato sequestrato. I messaggi e le foto da parte dei sequestratori continuarono ad arrivare alla casa del nonno Giuseppe tramite il messaggero di Brusca, Pietro Romeo. In famiglia però decisero di non denunciare il rapimento, ma di aprire una trattativa. Dato l'antico legame con Benedetto Spera, capomandamento di Belmonte Mezzagno, vicinissimo a Bernardo Provenzano. Nonostante la notizia, Santino continuava a parlare e i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone e Francesco Lo voi trovavano conferma ai racconti del pentito.
Il 13 dicembre 1993 Santino, molto preoccupato per il piccolo, valutò la possibilità di interrompere la collaborazione e provare a salvare suo figlio e durante un'udienza per un delitto di mafia, dove era stato chiamato a deporre, Di Matteo si avvalse della facoltà di non rispondere. Successivamente Santino incontrò suo padre nel Commissariato di Palermo e insieme decisero di trovare a “modo loro” il bambino. Un giorno, Di Matteo fu condotto a Roma a Piazza Vescovio, in una delle sedi della DIA, per rispondere ad alcune domande, ma in un vuoto del controllo della sorveglianza, scappò via. Santino si ritrovò in Umbria, si nascose grazie all'aiuto di conoscenti, ma dopo poco si costituì alle forze locali. Intanto il bambino veniva trasferito in varie località delle provincie palermitane, agrigentine e trapanesi. Brusca chiese anche aiuto a Matteo Messina Denaro per nascondere il bambino e trovò l'aiuto del boss Lentini. Il bambino fu trasferito da Gangi a Castellammare del Golfo.
La notizia del rapimento non riuscì a restare nascosta, arrivò alla stampa e ai notiziari televisivi. Un redattore vide su una volante l'immagine del bambino e un'altra in cui saltava a cavallo. Indizi che portarono a Santino Di Matteo.
La storia del rapimento cominciò a pesare all'interno di Cosa nostra, tanto che il boss Antonino Madonia affrontò rabbiosamente Leoluca Bagarella nel carcere di Paliano.
Nella casa di Enzo Brusca a Giamascio, Monticciolo stava costruendo un bunker, dove si decise di trasferire il bambino e dove poi fu ucciso.
La Corte d'Assise di Palermo condannò all'ergastolo Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella per essere stati gli esecutori dell'omicidio di Ignazio Salvo. Questo fece scatenare l'ira di Brusca che la riversò sul piccolo Di Matteo, sentenziando la sua morte. Il boss di San Giuseppe Jato infatti ordinò a Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo di eseguire l'uccisione del bambino. Così l'11 gennaio 1996 Giuseppe Di Matteo fu strangolato e sciolto nell'acido.

L'atroce racconto
La notizia della morte del bambino fu rivelata proprio dai due esecutori dell'omicidio Giuseppe Monticciolo e Vincenzo Chiodo. Monticciolo fu arrestato dagli agenti della DIA a bordo della sua Mercedes. Fin dall'inizio dimostrò la sua ostilità verso i suoi vertici e decise di collaborare. Monticciolo rivelò non solo segreti della cosca corleonese, ma anche la fine che avevano fatto fare al piccolo Di Matteo. Oltre a lui, Vincenzo Chiodo si costituì volontariamente e raccontò più dettagliatamente le atrocità dell'omicidio del bambino. Anche il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza fece un quadro minuzioso della vicenda, in quanto partecipò al sequestro. Da quel momento in poi le Forze di Polizia si impegnarono ancora di più nella ricerca di Giovanni Brusca, responsabile dell'eccidio e della strage di Capaci. Dopo l'arresto di Salvatore Cucuzza, boss di Porta Nuova, la DIA trovò una rubrica telefonica dove non erano riportati numeri, ma soprannomi; grazie ai quali si riuscì a localizzare Brusca ed arrestarlo il 20 maggio 1996. Per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, sono sono stati condannati all'ergastolo Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, ancora latitante, Giuseppe Graviano, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone. Mentre a Monticciolo sono stati inflitti 20 anni di carcere, a Enzo Brusca 30 anni anche per altri omicidi di mafia, Chiodo 21 anni di reclusione e Spatuzza è stato condannato a 12 anni di carcere.
Giuseppe era un bambino innocente, come le altre vittime di mafia. La cui “colpa” era di essere figlio di un pentito che stava aiutando lo Stato a ricercare la verità e la giustizia di questo Paese. Con l'omicidio del piccolo Di Matteo, Cosa nostra ha mostrato la sua massima mostruosità e crudeltà. La mafia non ha “onore”, la mafia è vigliacca e per le atrocità di cui è carnefice, si nasconde. Ha ucciso il giovane Di Matteo alle spalle. Non ha nemmeno il coraggio di guardare negli occhi gli innocenti.

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