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Mafia-politica-stragi: Di Matteo e Lodato spiegano le ''scomode verità''

dimatteo lodato pavia 960“Così si compromette la nostra democrazia”
di Aaron Pettinari - Foto e Video integrale all'interno!
“In Italia la mafia esiste da oltre un secolo e mezzo ed è forse l’unico fenomeno criminale al mondo con una durata così sterminata. Non ci vuole molto a capire che se ha potuto sopravvivere così a lungo, e ancora ne parliamo nel 2017, è perché ha avuto e continua ad avere collusioni e rapporti con quei poteri di diversa natura che attorno alla mafia si sono stretti, quello politico, quello, economico, quello finanziario, quello religioso ed il potere criminale occulto”. L’analisi logica di Saverio Lodato, editorialista di questa testata, mette subito a fuoco il nodo irrisolto del nostro Paese. Un nodo che attraversa la storia passando anche da eventi tragici come le stragi di Capaci e via d’Amelio. Attentati che hanno portato alla morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, su cui sono ancora irrisolti numerosi quesiti. Quesiti che il giornalista rivolge senza remore al sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, che per la ricerca della verità ha speso un’intera vita. I tanti presenti presso l'Aula del '400, dell'Università di Pavia, in occasione dell’incontro organizzato dall’Osservatorio Antimafia Pavia, dalla Commissione permanente studenti dell'Università degli studi di Pavia - A.C.E.R.S.A.T dal Coordinamento per il Diritto allo Studio - UDU Pavia e da Radio Aut per la XIII edizione di "Mafie, Legalità ed Istituzioni" 2017, dedicato alla memoria del Prof. Grevi (il cui ricordo è stato affidato alle parole del professore Paolo Ranon), ascoltano attentamente. La domanda è semplice. “Chi ha ucciso i giudici che il mondo ci invidiava? Perché dopo 25 anni dalle stragi l’Italia non è riuscita a dare una risposta?”. Il motivo, forse, si comprende ascoltando l’intervento del magistrato più scortato d’Italia, condannato a morte direttamente da Totò Riina, impegnato assieme a Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, in un processo chiave come quello sulla trattativa Stato-mafia. “Le mafie - dice Di Matteo - rappresentano una mentalità che sta pervadendo il tessuto sociale del nostro Paese e costituiscono uno dei fattori di inquinamento della nostra democrazia. Non è solo una questione di ordinaria criminalità, che riguarda semplicemente killer, estorsori o stragisti. C’è molto di più. In particolare la mafia siciliana ha nel suo Dna quella capacità di creare, mantenere ed implementare nel tempo i rapporti con il potere ufficiale. Per questo da 150 anni non riusciamo a venirne a capo”. Secondo il pm in questi ultimi anni “la parola mafia è scomparsa sostanzialmente dall’agenda politica dei governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese. E ciò è grave se si considera che il sistema mafioso uccide l’uguaglianza dei cittadini davanti la legge, uccide le libertà individuali, il diritto alla salute, allo studio, il diritto all’impresa finanche la libertà di voto”.
Di Matteo, nel corso del suo intervento, citando le sentenze, ricorda come la mafia “ha avuto a livello apicale rapporti con un politico che è stato sette volte presidente del consiglio (il senatore Giulio Andreotti). Un soggetto che ha avuto interlocuzioni dirette sia prima che dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella”. Cita poi la sentenza Dell’Utri, con la condanna definitiva a sette anni per concorso esterno, per cui “l’ex senatore è stato condannato per avere svolto funzioni di tramite tra i capi di alcune famiglie mafiose palermitane e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi.Un patto che è stato stipulato dal 1974 e che è stato reciprocamente rispettato almeno fino al 1992. Fatti che si vuole far dimenticare ai cittadini”.



Le stragi: non è solo mafia
Parlando delle stragi il pm palermitano sottolinea come “rispetto a quelle di Capaci e via d’Amelio non è vero che non si sa nulla. Diversi sono gli ergastoli che sono stati erogati per quei delitti e ad oggi sono state ricostruite molte condotte con cui le stesse sono state organizzate ed eseguite. Tuttavia emergono netti elementi di prova che inducono a ritenere che quegli uomini condannati all’ergastolo, appartenenti al Gotha della mafia, siano stati in qualche modo o ispirati o coadiuvati nell’ideazione, nell’organizzazione e persino nell’esecuzione delle stragi da uomini che non erano di Cosa nostra. Poiché non ci possiamo accontentare di verità parziali. Una verità parziale è pur sempre una verità negata e da qui si deve ripartire. E’ sbagliato ed immorale che lo Stato consideri quelle pagine delle stragi del 1992-1993 e di altri delitti come pagine chiuse, da archiviare definitivamente perché tanto si sono trovati gli esecutori materiali”.

L’esempio di Pio La Torre e Piersanti Mattarella
“Quale può essere la speranza nell’arrivare a certe verità se non si smuove almeno una parte della politica? Quali sono le possibilità di non ritrovarsi tra trent’anni e parlare ancora di una mafia che non è stata debellata?” chiede con chiarezza Saverio Lodato. La risposta è altrettanto seria e motivata: “La politica ha un ruolo primario nella lotta alla mafia. Esempi come quello di Pio La Torre e Piersanti Mattarella sono emblematici di un impegno in prima linea. Pio La Torre, nella relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1976, parlava di soggetti come Ciancimino, Lima e Gioia, già allora collusi con Riina, non solo ipotizzando sospetti ma citando fatti e prove. E questo lo faceva prima ancora che quei nomi comparissero nei rapporti di polizia”. “Oggi - prosegue - quando c’è un’inchiesta che tocca un livello, alto, medio o persino più basso tra un esponente politico in collusione con un gruppo mafioso le reazioni sono di due tipi. La parte politica a cui appartiene il soggetto accusato parla di complotto e strumentalizzazione politica. Gli altri, invece, dicono di ‘aspettare la sentenza definitiva della magistratura’. Ecco come si delega alla magistratura quella che dovrebbe essere una propria responsabilità, ovvero il riconoscimento di una responsabilità politica di fronte a certi comportamenti”. Un tema, quest’ultimo affrontato negli anni anche da figure come Paolo Borsellino. “Oggi - aggiunge Di Matteo - spesso non bastano neanche le sentenze definitive per prendere le distanze”. Ancora una volta viene citato l’esempio della sentenza Dell’Utri. Quindi vengono messe in evidenza quelle normative che sarebbero necessarie per far fronte non solo alla criminalità organizzata, ma anche alla dilagante corruzione. “In molti casi - ricorda il magistrato - anche quando si dimostra un fatto corruttivo interviene la prescrizione che permette, così, una sostanziale impunità che è un’offesa ai cittadini onesti”.

Questione “trattativa”
Di Matteo non si sottrae alle domande, neanche a quelle più “scivolose” sulla trattativa Stato-mafia, un processo che, come sottolineato da Lodato “è un processo che a molti non piace perché parla di quei rapporti tra mafia e Stato, che vede imputati capi mafia, uomini politici e rappresentanti delle forze dell’ordine”. “Come siete giunti alla conclusione che dietro l’ombra delle stragi fosse stata creata una trattativa?” chiede l’autore di “Quarant’anni di mafia”. Di Matteo non risponde direttamente alla domanda ma spiega come membri della Cupola, poi divenuti pentiti, come Giovanni Brusca o Salvatore Cancemi“hanno ricordato come tra Capaci e via d’Amelio Riina fosse raggiante perché lo Stato si era ‘fatto sotto’. Senza entrare nello specifico dei singoli imputati voglio ricordare quanto scritto in sentenze definitive come quella della Corte d’assise di Firenze in cui si stabilisce che ‘indubbiamente la trattativa ci fu e non fu indubbiamente Cosa nostra a cercare lo Stato ma lo Stato a cercare Cosa nostra’. Non è corretto dunque ritenere che dal processo di Palermo dipenderà la ricostruzione che già è stata fatta in altre sentenze”.


Ricorda il pm che “se lo Stato cerca la mafia in qualche maniera la legittima. E’ sempre scritto in sentenza che così si è fatto capire che le stragi in qualche maniera pagassero. Così ci sono state le bombe del 1993”. Di Matteo ricorda poi gli attacchi subiti nel corso del processo da tutte le parti politiche. Uno scontro che è culminato quando l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sollevato un conflitto di attribuzione senza precedenti, nei confronti della Procura di Palermo per la nota vicenda delle intercettazioni con l’allora indagato Nicola Mancino. “Non ritenemmo rilevanti quelle intercettazioni - ricorda il sostituto procuratore nazionale antimafia - e con orgoglio voglio ricordare che non è mai uscita alcuna sillaba su quelle intercettazioni né da parte nostra né dagli ufficiali di polizia giudiziaria che le hanno ascoltate”.
E’ Saverio Lodato a ricordare che “se quelle intercettazioni sono state distrutte, altre, come quelle tra l’onorevole Nicola Mancino ed il Consigliere del Quirinale Loris D’Ambrosio furono pubblicate sui giornali. E in una di queste il vice presidente del Csm dice chiaramente che se ‘Mancino sarà lasciato solo con il cerino in mano, solo con il cerino in mano non ci vuole restare’”. E fa specie che dal momento che certe intercettazioni emergono non sia stato direttamente Napolitano a sentire la necessità di mettere a disposizione dei giudici e dell’opinione pubblica quelle telefonate che lo riguardavano”.

Le parole di Graviano
Altro tema sviluppato è quello delle intercettazioni in carcere tra Giuseppe Graviano e la dama di compagnia Umberto Adinolfi. Registrazioni che hanno portato la Procura di Firenze a riaprire l’inchiesta a Firenze su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi. “Noi abbiamo trasmesso quelle intercettazioni sei mesi fa - dice Di Matteo - non c’è relazione con le elezioni politiche di oggi come qualcuno ha sostenuto. Di fronte a quanto avvenuto in quegli anni, con le stragi, credo che sia necessario andare avanti fino in fondo”.

Il voto in Sicilia
Nel corso dell’intervento Di Matteo si dice anche “amareggiato, da siciliano, che il 53% dei miei concittadini non è andato a votare, perché non rappresenta solo la sfiducia nei candidati o magari per la questione delle liste pulite, ma evidenzia anche una rassegnazione nell’accettare la situazione per cui chiunque mi governa non ha importanza. E’ la presa di posizione di chi non crede in una possibilità di cambiamento. E se non si crede a questa possibilità, se si perde la capacità di indignarsi e partecipare attivamente, che Paese siamo diventato?”. Ed infine, rivolgendosi ai giovani, conclude: “Se questa società non vi piace impegnatevi per cambiarla anche facendo politica. Il disimpegno dalla politica rischia di consegnare la stessa nelle mani verso chi la fa solo per interesse o per speculare. Se recuperassimo la costituzione nell’ottica di applicarla, finalmente, credo che il Paese marcerebbe verso periodi realmente più positivi”.

Foto © ACFB

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