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Stragi e servizi, le parole di Fulci dentro '''Ndrangheta stragista''

filippone gravianodi AMDuemila
Fissato per il 30 ottobre il processo ai boss Graviano e Filippone

E' l'ultimo elemento inserito nel fascicolo dell'inchiesta “'Ndrangheta stragista”, coordinata dal procuratore reggino Federico Cafiero de Raho e dall'aggiunto Giuseppe Lombardo. Si tratta – scrive Il Fatto Quotidiano – delle dichiarazioni rese da Francesco Paolo Fulci, ex ambasciatore dell'Onu ed ex capo del Cesis, ai pm di Palermo Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia il 4 aprile 2012. A prendere questa decisione sono stati il pm Lombardo insieme al sostituto della Direziona nazionale antimafia Francesco Curcio: è in questo fascicolo, infatti, che Fulci parla delle bombe esplose nel '93 “in continente”, contesto scandagliato nell'inchiesta che ha portato all'arresto di Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, l'uno boss di Cosa nostra, l'altro di 'Ndrangheta, accusati di essere i mandanti degli omicidi – alcuni dei quali falliti – commessi in Calabria tra il '93 e il '94 contro i carabinieri. Attentati che, secondo i magistrati di Reggio Calabria, sono inseriti nel più ampio contesto di un progetto criminale, la cui ideazione e realizzazione è maturata per destabilizzare il Paese anche con modalità terroristiche.
Fulci, di fronte ai pm di Palermo, parlò anche della Falange Armata, sigla che rivendicò le stragi del '93, e dei servizi segreti: “Un funzionario, che ora è morto, che si chiama De Luca del Sisde, che lavorava con me al Cesis mi portò due cartine. In una cartina – disse – c’era i luoghi da cui partivano tutte le telefonate della Falange Armata, nell’altra cartina i luoghi dove sono situate le sedi periferiche del Sismi e queste due cartine coincidevano perfettamente”.
All'epoca delle stragi Fulci era già ambasciatore all'Onu: “All’interno dei servizi c’è solo una cellula, che si chiama ‘Ossi’ (acronimo di Operatori speciali servizi italiani, ndr) molto esperta e addestrata nel fare questo genere di guerriglia urbana, di piazzare polveri, fare attentati”. I nomi dei componenti di questa sezione, ottenuti dallo stesso Fulci, sono ugualmente all'interno del fascicolo di Reggio Calabria.

fava garofalo eccidio 610

Gli agenti Vincenzo Garofalo e Antonino Fava


Nel periodo delle bombe l'ex ambasciatore arrivò da New York a Milano per incontrare il comandante generale dei carabinieri Federici. Circostanza da lui raccontata anche al processo trattativa Stato-mafia: “Quando cessò il mio incarico al Cesis andai a New York come ambasciatore dell’Italia presso le Nazioni Unite. Lessi sul New York Times che c’erano stati attentati a Roma, Firenze e Milano e siccome c’era scritto che erano ad opera di servizi deviati chiesi l’autorizzazione e mi misi in contatto a Milano con il comandante generale dei Carabinieri Federici, dicendo che si poteva verificare se c’entravano i Servizi. Diedi un elenco di 15 persone dei servizi che erano abilitate a utilizzare esplosivo così da verificare se erano in servizio. Perché Federici? – aveva continuato in aula –Perché lo conoscevo bene e sapevo che avrebbe fatto questi accertamenti così da scagionare i servizi da ogni responsabilità”. L’ambasciatore aveva inoltre riferito di aver ritenuto quei nomi ”un’anomalia” in quanto “ritenevo che i servizi non dovessero fare azioni di guerra, e non capivo perché ci fosse quel nucleo, mi ero annotato quei nomi, ma anche loro sono bravissimi ufficiali che hanno fatto il loro dovere. Fu per lavare l’onta, sui giornali americani si faceva scempio su questi sospetti. Avevo detto a mia moglie se mi succede qualcosa andate a vedere se qualcuno di quei nomi era nei paraggi… ”.
L'indagine si è inoltre incrociata con i riscontri emersi anche dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza, ex mafioso del quartiere palermitano di Brancaccio, mandamento dei Graviano. Proprio i suoi contributi avevano ribaltato le conclusioni delle indagini sulla morte di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e sui rapporti tra massoneria deviata, 'Ndrangheta e Cosa nostra. Nell'inchiesta era indagato anche Giovanni Aiello, ex poliziotto della squadra mobile di Palermo morto l'estate scorsa per cause naturali a Montauro (Catanzaro), coinvolto in diverse inchieste delle procure siciliane.
Secondo le ricostruzioni degli inquirenti la ‘Ndrangheta, al pari di Cosa nostra, sarebbe stata parte attiva nell'attacco frontale contro lo Stato perseguita con le stragi di Firenze, Roma e Milano. Un disegno destabilizzante voluto da Totò Riina e condiviso, secondo i magistrati di Reggio Calabria, dai clan della 'ndrangheta De Stefano, Piromalli e Papalia. Ma c'è di più. Sullo sfondo della strategia stragista si staglierebbe la presenza di soggetti occulti, provenienti dalle istituzioni deviate e collegati a settori del piduismo. Intanto, il gip di Reggio Calabria ha disposto il giudizio immediato per Graviano e Filippone: il processo inizierà il prossimo 30 ottobre dinanzi ai giudici della Corte d'Assise di Reggio Calabria.

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