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Fiammetta Borsellino, 25 anni dopo la strage: ''Via d'Amelio storia di orrore e di menzogna''

borsellino fiammetta caffedi Silvia Buffa
«Credo che chi sa debba dare un contributo di onestà che non è dovuto solo ai familiari, ma a tutti coloro che hanno avuto fiducia nella giustizia. E lo devono principalmente a loro stessi». È l’appello della figlia minore del magistrato ucciso 25 anni fa da Cosa nostra. Un delitto ancora oggi senza risposte

«Con il processo Borsellino quater sono emerse delle verità così inquietanti, che volutamente del Borsellino quater non se n’è parlato. Quello che sto per dire è supportato da atti e carte che comprovano le gravissime anomalie che hanno caratterizzato le indagini ma anche i processi». E queste anomalie, Fiammetta Borsellino, le snocciola tutte, una ad una, senza risparmiarsi. Lo fa, seduta su una poltrona del Caffè Internazionale, ospite e protagonista assoluta dell’IntellectualEYEzed#55. Lo fa tenendo un microfono e guardando negli occhi tutti i palermitani accorsi ad ascoltarla, a domandarle, ad esserci. «L’eccidio di via d’Amelio oggi più che mai è un argomento attuale, perché storia di orrore e menzogna». La sua voce è calma, serena, non trema, non tentenna mai nella serrata ora e mezza vissuta a ritroso, a partire dall’indomani di quel 19 luglio. Il primo team di magistrati, l’abbandono di Giuseppe Saieva e di Ilda Boccassini e le loro «lettere di fuoco con le quali prendevano le distanze dall’operato dei colleghi», gli ammonimenti, Vincenzo Scarantino.

«Non c’è stato un tempestivo esame del dna sulla borsa di mio padre, nonostante mia sorella a novembre ‘92 avesse dichiarato che dalla stessa mancava l’agenda rossa. Non ci si è voluto avvalere nemmeno della professionalità dell’Fbi che si era messa a disposizione e aveva dimostrato capacità investigativa analizzando i mozziconi lasciati per la strage di Capaci». Una borsa per molto tempo rimasta abbandonata in una stanzetta dell’ufficio del capo della mobile Arnaldo La Barbera, che già il 25 luglio ’92 dichiarava all’Ansa che l’agenda rossa non esisteva o se fosse esistita, che era andata distrutta con l’esplosione. L’agenda si, la borsa no. «Anomalie che si aggiungono a numerose omissioni che da subito avrebbero dovuto dimostrare l'inattendibilità di Scarantino, sul quale si è costruito un processo, fino alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza del 2008». E ancora i mancati confronti, i verbali e le relazioni di servizio mai stilati, sono troppe le incongruenze. C’è anche il famoso sopralluogo nel garage Orofino, dove Scarantino dichiara di essere stato per imbottire la Fiat 126 di tritolo: ma quando gli inquirenti lo portano sulla scena, lui non sa neppure come si apre quell’officina.

«Di questi sopralluoghi non esiste nessun verbale e non ci fu nessun magistrato di allora che ritenne di presenziare». Poi il particolare dei colloqui investigativi, in genere effettuati prima del pentimento di una persona, poiché è quello il fine ultimo, mentre nel caso di Scarantino ce ne sono dieci autorizzati a pentimento già avvenuto. A cosa sono serviti? Per non parlare della ritrattazione. È il 26 luglio ’95, l'uomo si trova nella località protetta di San Bartolomeo a Mare. «Quel giorno decide di ritrattare tutte le sue dichiarazioni auto ed etero accusatorie. Lo fa col giornalista Angelo Mangano e indica nella persona di La Barbera l’autore del depistaggio. Questa cassetta viene subito sequestrata e fatta sparire dal capo della Mobile. Intervista resa in forma privata alle 14.30 e resa pubblica tra le 18-19.30. I pm, prima ancora che l’intervista divenisse pubblica, con dispacci Ansa e Agi smentiscono Scarantino sulla sua volontà di ritrattare. Come facevano già a sapere?».

Sparita ogni traccia anche di una rissa fra il finto pentito e il funzionario di polizia Mario Bo precedente alla ritrattazione della ritrattazione. E le annotazioni dei poliziotti sui verbali. «Mi vogliono indrottinare» dice lui ai giudici della Corte d’assise il 15 settembre 1995. «Visto l’infimo spessore culturale, volevamo aiutarlo a ripassare», è la giustificazione data per buona. «Per 20 anni non si sono accorti che al primo piano di via D’Amelio abitava quel Salvatore Vitale coinvolto nel rapimento del piccolo Di Matteo. Lo stesso che il 19 luglio porta la famiglia in un maneggio a Castelbuono, salvo poi tornare indietro per constatare i danni della strage», continua senza sosta la serrata ricostruzione di Fiammetta Borsellino.

«Non far luce su tutte queste anomalie rischia di creare quei tanti buchi neri della storia italiana, dove convergono quegli attori e quelle inconfessabili ferite di un paese che ha avuto molto da nascondere. Aspettiamo non più procrastinabili risposte istituzionali, ma sembra quasi impossibile fare luce su questa storia, mai come oggi l’accertamento di questa verità sembra connesso all'accertamento delle ragioni di chi doveva attivarsi - spiega - Credo che chi sa debba dare un contributo di onestà che non è dovuto solo ai familiari, ma a tutti coloro che hanno avuto fiducia nella giustizia. E lo devono principalmente a loro stessi». Non vuole puntare il dito contro nessuno, però. «Non è una guerra, questa. Mi sto solo documentando, ne ho il sacrosanto diritto, sto cercando di farmi un’idea su quello che è successo». Si resta in attesa, intanto, delle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, che forse imprimeranno un nuovo corso alle indagini sulla strage.

Tratto da: palermo.meridionews.it

Foto © Silvia Buffa

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