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Caso Manca: “Attilio si drogava da anni e la Mileti era la sua spacciatrice”

manca attilio 900di Lorenzo Baldo
Depositate le motivazioni della sentenza per la morte del giovane urologo

Ferragosto. Decisamente inusuale che in una giornata come questa vengano pubblicate le motivazioni di una sentenza. Ma è quanto è accaduto. Dal sito tusciaweb si apprende del deposito di questo documento firmato dal giudice di Viterbo Silvia Mattei e composto da 22 pagine: Attilio Manca era un drogato anomalo – da quindici anni – capace di stare mesi senza drogarsi e la sua pusher era Monica Mileti che va condannata a 5 anni. Fine del film. Nessun mistero, nessuna ombra di mafia, massoneria e servizi segreti: è la morte di un tossico di provincia. I due buchi sul braccio sinistro, lui che era un mancino puro? Dettagli insignificanti. Le foto del suo cadavere che sono all’antitesi di una morte per overdose? Quisquilie. Le testimonianze dei colleghi dell’ospedale Belcolle di Viterbo che all’unisono smentiscono l’ipotesi di una eventuale tossicodipendenza di Attilio Manca? Irrilevanti. Le dichiarazioni degli ex amici del giovane urologo che improvvisamente decidono di riscrivere la storia di Attilio dipingendolo come un drogato part-time? Oro colato per la procura di Viterbo. Le affermazioni del cugino di Attilio, Ugo Manca, secondo cui il giovane urologo era un drogato atipico? Veri e propri pilastri dell’impianto accusatorio. Poco importa che l’impronta di Ugo Manca sia stata ritrovata nel bagno dell’appartamento di Viterbo del dottor Manca, e tanto meno interessa che il cugino di Attilio sia stato condannato per droga in primo grado (poi assolto in via definitiva), la cui amicizia con un pregiudicato del calibro di Rosario Pio Cattafi non è stata mai smentita. Quattro pentiti circoscrivono la morte del dottor Manca all’interno di un disegno criminale dentro il quale si muovono Cosa Nostra e pezzi deviati delle istituzioni? Per il giudice Mattei queste “cause alternative” si possono tranquillamente escludere. Piena sintonia quindi con il pm Paolo Auriemma, che nella sua requisitoria aveva definito la pista mafiosa e l’ombra dei Servizi “ipotesi fantasiose". Per la dottoressa Mattei, quindi, del “vizio di Manca non si ha motivo di dubitare”. Dei prestigiosi attestati di merito ricevuti da Attilio Manca in Italia e all’estero per la sua altissima professionalità – lontana anni luce dall’immagine del medico tossico – il giudice Mattei non sa che farsene. Peccato che non si sia preoccupata particolarmente di approfondire minuziosamente le importanti dichiarazioni della madre di Attilio Manca, Angela. Se non fosse stato per le dichiarazioni spontanee della signora Manca, il 4 novembre dello scorso anno (con tanto di assenza clamorosa del pm Auriemma che si era fatto sostituire da un magistrato onorario), la deposizione del teste si sarebbe esaurita nell’arco di 5 minuti. Altrettanto irrilevanti per il giudice di Viterbo devono essere state le interrogazioni parlamentari sollevate da alcuni parlamentari dei 5Stelle tre anni fa in cui venivano elencate una per una le incongruenze di quello che a tutti gli effetti appare come un omicidio. Incongruenze che erano state nuovamente elencate in una petizione on line contro la possibile archiviazione dell’inchiesta aperta a Roma per omicidio volontario, un appello sottoscritto da oltre 30.000 persone, a partire da importanti personalità del mondo dell’antimafia, della politica, dell’arte e della cultura.
Concentrandosi sulla figura di Monica Mileti, la dottoressa Mattei ammette che “non esiste una prova diretta della cessione dello stupefacente da Mileti a Manca nei giorni immediatamente precedenti il decesso”. Eppure, “ritiene che esistano una serie di elementi che inducono a ritenere che l’autrice della cessione fatale sia stata l’imputata”. Certo è che il giudice ignora volutamente i contatti – questi sì anomali – della signora Mileti con alcuni amici di Attilio Manca di Barcellona Pozzo di Gotto (Me). Tra questi spicca Guido Ginebri che materialmente presenta Monica Mileti al dottor Manca. Ginebri è soprattutto amico del cugino di Attilio, Ugo Manca, nonché co-imputato assieme a quest’ultimo al processo “Mare Nostrum – droga” (Ginebri è stato assolto in primo grado con sentenza divenuta definitiva, ndr). Evidentemente per il giudice di Viterbo si tratta di ulteriori dettagli irrilevanti.
Di tutt’altro avviso il vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Claudio Fava, per il quale è necessario che la Commissione faccia fino in fondo “il suo dovere” per fare luce sulle zone d’ombra di questo caso. Dello stesso avviso la deputata dei 5Stelle, Giulia Sarti (componente della Commissione antimafia) che dichiara convintamente come sia fondamentale “continuare a cercare la verità” sulla strana morte di Attilio Manca.
Bisogna dedurre che ha ragione l’ex magistrato di Messina Marcello Minasi quando, in merito alla sentenza di condanna nei confronti di Monica Mileti, ha dichiarato che questa decisione era funzionale “per dimostrare l'uso di droga della vittima”? “Quello di Attilio Manca è un assassinio di Stato: un episodio della trattativa Stato-mafia”, aveva ribadito Minasi nella sua analisi. Che si scontra inevitabilmente contro un muro di gomma che in questo disgraziato Paese continua ad impedire di arrivare alla verità su casi come questo. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. O restano solo “ipotesi fantasiose”, così come affermano i giudici di Viterbo? La palla passa ora alla procura di Roma che si appresta a chiedere l’archiviazione sul caso Manca. La speranza che finalmente si trovi un giudice che abbia il coraggio di andare fino in fondo è attraversata da una grande amarezza. Al telefono Angelina Manca non ha più parole per commentare: “ci hanno fatto il regalo per ferragosto”, sospira senza alcuna emozione. Ma in fondo al suo cuore c’è ancora un minimo spazio per un sentimento che la spinge a non arrendersi.

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