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Voce del verbo ''fare'' memoria

pettinari casa paolo librodi Miriam Cuccu
Alla Casa di Paolo, da "Il bandito della guerra fredda" a “Quel terribile ‘92”

La casa di via Vetriera dove nacque Borsellino - oggi “Casa di Paolo”, dedicata ai ragazzi della Kalsa - è quella cornice che accoglie e dà senso al fare memoria, a ridosso del 25° anniversario della strage di via d’Amelio e degli eventi di questa tre giorni. Un ciclo di appuntamenti, ha detto Rosanna Melilli, referente del Movimento Agende Rosse “organizzato a partire dalla parola ‘depistaggio’ e dalla sentenza del Borsellino quater” per “tutti coloro che gridano verità e giustizia”. Filo conduttore che unisce i due libri ieri presentati all’ex farmacia dei Borsellino, “Il bandito della guerra fredda” di Pietro Orsatti e “Quel terribile ‘92” di Aaron Pettinari e a cura di Orsatti (entrambi editi da Imprimatur). Partendo dalla strage di Portella della Ginestra - di cui ricorre il 70° anniversario - per arrivare ai ricordi di 25 voci che, nel tornare indietro al 1992, riflettono sulle ripercussioni tra passato e presente, memoria e impegno.
“Nel ricordare le stragi del ‘92 c’è un comune denominatore - ha spiegato Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila - che qualcosa in più, oltre la mafia, c’era. E se l’Italia è stata oggetto di stragi tanto quanto la Colombia e il Libano” ha aggiunto, è perché “la mafia è parte dello Stato, un’associazione di cui il potere criminale si serve per fare politica attraverso l’omicidio”. Così, ha chiarito Bongiovanni, “la strage di Portella della Ginestra è stata chiesta al bandito Giuliano, l’uccisione del generale dalla Chiesa è stata voluta, così come la strage di via d’Amelio e quella di Piazza della Loggia. L’input viene dallo Stato” e per voltare pagina “serve il coraggio di tirare fuori tutti gli scheletri dagli armadi”. Tra il pubblico, presenti anche Antonio Domino e Graziella Accetta, genitori del piccolo Claudio Domino ucciso a 11 anni da Cosa nostra.

casa paolo 20170716

“E’ proprio a Portella che si giocarono i destini d’Italia” ha detto Luigi Lombardo, presidente del Siap (Sindacato italiano appartenenti polizia). “Fu il primo intervento in cui la strage di Stato, di matrice politica, cominciò a farsi vedere. Giuliano non era solo un bandito ‘fai-da-te’ - ha proseguito - ma addestrato nei campi” insieme a “militari fascisti” ed era “nelle mani dell’agente della Cia James Jesus Angleton”. I fili di potere che nel nostro Paese hanno manovrato i principali eventi storici hanno inizio proprio dal dopoguerra in poi, “e il fascismo - ha commentato Lombardo - è un fiume sotterraneo che nella storia d’Italia ha sempre cercato di emergere” per “bloccare l’avanzata della sinistra”.
Dal ‘47 al ‘92 c’è un salto di 45 anni. Ma l’uso violento dell’azione stragista non cambia. “Nel libro Vauro racconta che il ‘92 lo disegnerebbe con un paio di occhi sgranati per ciò che accadde, a partire dalle stragi e Tangentopoli” ha raccontato Aaron Pettinari, caporedattore di Antimafia Duemila. “Le 25 diverse letture di quell’anno incarnano il valore della memoria, ma anche della responsabilità. Come scrisse Josè Saramago: ‘noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere’”. Poi c’è anche chi, attraverso questo libro, la memoria l’ha ritrovata. “Grazie a ‘Quel terribile ‘92’ - ha rivelato l’attrice Annalisa Insardà, una delle 25 voci del volume di cui alcuni passi sono stati letti dal giovane gruppo “Our voice” - oltre all’unico flash che, a 14 anni, conservavo del 19 luglio, ho ricordato dov’ero non il 23 maggio, ma il giorno dei funerali: davanti alla televisione, con i miei genitori, mentre ascoltavo la voce di Rosaria Schifani giovanissima vedova dell’agente di scorta Vito “che piangeva e diceva ‘io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio’. Fu così che compresi perché, nel mio monologo ‘La scorta’, misi Vito Schifani al primo posto. Perché al tempo mi aveva segnato. Era un ricordo che avevo cancellato per 25 anni, ma proprio da lì ho sviluppato la mia responsabilità etica di attrice impegnata. La memoria conserva le cose - ha riflettuto la Insardà - le chiude dentro ai cassetti, ma non a chiave. Aspetta che qualcuno li vada ad aprire”.

Foto © ACFB

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