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Contrada, ''l'onore'' e la ''coerenza'' di chi ha servito (un certo) Stato

contrada bruno zoomeff 900di Lorenzo Baldo
Probabilmente ha ragione Bruno Contrada quando afferma di “avere servito con onore lo Stato”. La domanda retorica è se mai: qual è lo Stato che ha servito? Certamente non quello di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Né tanto meno quello di Boris Giuliano, Carla Del Ponte, Antonino Caponnetto, Mario Almerighi ed altri ancora che su di lui avevano nutrito una pesante diffidenza. Certo è che Contrada non ha servito nemmeno lo Stato di Laura Cassarà, vedova di Ninni, uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo uccisi da Cosa Nostra mentre lui colludeva con la mafia. Davanti ai giudici di Palermo testimoni importanti come questi hanno ribadito che Contrada passava informazioni a Cosa Nostra e che a volte aveva persino incontrato alcuni boss come Saro Riccobono e Calogero Musso. Questo è decisamente un altro Stato. Che ha usato Contrada per i suoi scopi, trattandolo quindi come capro espiatorio, per poi lanciargli questo segnale obliquo a mo’ di feticcio. Un feticcio strumentalmente utilizzato da quei mezzi di informazione che spacciano la sua sentenza di condanna “ineseguibile e improduttiva di effetti penali” come una sorta di novella assoluzione in toto, quasi fosse stato fatto un processo di revisione. Un falso. Tanto di moda nel nostro Paese. Non va dimenticato in alcun modo che le sentenze hanno accertato fatti oggettivi a dir poco inquietanti a carico di Contrada: la patente di guida concessa ai boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco; aver agevolato la latitanza di Totò Riina e la fuga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; aver intrattenuto rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; aver rivelato segreti d’indagine ai mafiosi. Per non parlare del caso di Oliviero Tognoli, l’imprenditore di Brescia arrestato nel 1988 in Svizzera con l’accusa di essere un riciclatore della mafia. Per il giudice Carla Del Ponte, che lo aveva interrogato a Lugano insieme a Giovanni Falcone, Tognoli aveva ammesso che a farlo fuggire dall’Italia era stato proprio Contrada, poi però, letteralmente terrorizzato da quel nome, aveva rifiutato di metterlo a verbale. Per poi ritrattare. Qualche mese dopo Cosa Nostra aveva cercato di eliminare il giudice Falcone e la dottoressa Del Ponte con la bomba all’Addaura. Un attentato fallito, sul quale a tutt’oggi permangono ombre persistenti di mafia e Servizi.
Il segnale che giunge oggi dal palazzaccio di Roma va inevitabilmente a toccare i nervi scoperti della nostra fragile democrazia. Che mai come in questo momento appare vulnerabile e in balia di un sistema di potere refrattario alla Giustizia con la G maiuscola. Un sistema di potere che sono pronti ad accogliere benevolmente le richieste di un capo di Cosa Nostra come Totò Riina e quelle di un ex potente condannato per mafia come Marcello Dell’Utri che - in una sorta di effetto domino - si preparano a battere cassa davanti a quello Stato che a tutti gli effetti hanno servito con “coerenza” e con “onore”.

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