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Arresti a Messina, quando la mafia mette ''l'abito buono''

ros eff 700Con l’operazione “Beta” in manette un funzionario, imprenditori ed un avvocato
di Aaron Pettinari - Foto e Video
“L’operazione odierna è un'attività ingente e importante. Un'operazione nella quale emergono due aspetti. Uno è il fatto che palesa l'esistenza di un'entità di tipo mafioso che cerca di lavorare nell'economia reale e di infiltrarsi nella società attraverso gruppi finanziari. Il secondo dato è che questa indagine mette a nudo una cellula di Cosa Nostra, sovraordinata rispetto ad altri gruppi mafiosi che quando si imbattono in questa entità fanno un passo indietro”. Così il Procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, ha commentato oggi l’esito dell’operazione “Beta”, da lui coordinata assieme ai sostituti Liliana Todaro, Maria Pellegrino e Antonio Carchietti, e condotto dai carabinieri del Ros e del comando provinciale. Un’inchiesta che ha portato all’esecuzione di trenta ordini di custodia, con le accuse a vario titolo di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, estorsione, corruzione, trasferimento fraudolento di valori, turbata libertà degli incanti, esercizio abusivo dell’attività di giochi e scommesse, riciclaggio, reati in materia di armi ed altro. Non solo. E’ stata così svelata l’esistenza di una “cellula” operativa in città del clan Santapaola di Catania e tra gli arrestati figurano anche un funzionario del Comune di Messina, accusato di corruzione, imprenditori e l’avvocato Andrea Lo Castro. A quest’ultimo è contestato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa in quanto avrebbe messo a disposizione del gruppo criminale le proprie competenze professionali per consentire il riciclaggio di denaro proveniente da reati, la falsa intestazione di beni e l'elaborazione di strategie per la sottrazione, in frode ai creditori, della garanzia patrimoniale sulle obbligazioni, prestandosi anche a fare da prestanome per l'intestazione di beni.
Secondo la Dda della Procura di Messina questi soggetti sarebbero "tutti connessi a un disegno di gestione di interessi economici illeciti contrassegnati da riservatezza e reciproca affidabilità".
In particolare all’apice dell’organizzazione criminale vi erano Francesco e Vincenzo Romeo, il cognato ed il nipote del boss Nitto Santapaola, rispettivamente marito e figlio della sorella del capomafia catanese, Concetta Santapaola.
Secondo le indagini dei carabinieri del Ros, avviate nel 2013, era in particolare Vincenzo a vestire i panni del capo, mentre il padre era più un supervisore. A dare una mano anche i suoi fratelli, Pasquale, Benedetto e Gianluca.

beta foto segnaletiche

Basso profilo
Un elemento fondamentale emerso è la capacità di inabissamento del clan, seguendo una linea “low profile”, senza azioni criminali eclatanti (addirittura abbandonando il rito della “punciuta”) fino a diventare una forza imprenditrice. La cosca Santapaola, che fino a questo momento aveva sempre agito in maniera “indiretta” nel territorio di Messina, ha pian piano scalzato le altre forze criminali in una forma decisamente più redditizia, collocandosi all'interno dell'economia reale e delle relazioni socioeconomiche, con agganci in ogni settore della società che conta.
Sono proprio le intercettazioni telefoniche ad evidenziare quella volontà di abbandonare le forme criminali violente e del rituale mafioso per gestire società di servizi, controllare in modo diretto appalti su scala nazionale, gestire il gioco illegale e le scommesse della massima serie calcistica, operare attraverso la corruzione e il clientelismo il controllo sull'attività di enti pubblici, attivare informatori in tutti gli uffici pubblici.
Addirittura il tradizionale “pizzo” era stato sostituito con altre forme di intervento economico, ad esempio utilizzando società che forniscono servizi alle imprese (come le cooperative nel settore dalle forniture alimentari) o gestiscono in subappalto la fornitura di prodotti parasanitari per conto delle Asl.
In un’intercettazione è uno dei destinatari del provvedimento restrittivo, Stefano Barbera, a spiegare al proprio interlocutore l’ordine imposto dalla “Cosa Nostra messinese”: “Fanno, costruiscono, sistemano, cercano di fare attività … hanno eliminato del tutto il pizzo… il primo che chiede il pizzo lo ammazzano loro … perché dice ci stiamo rovinando da soli … non esiste più l’antica … addio pizzo… sarà qualche clan a Palermo, ma qua non esiste più le posso garantire che non esiste più …”.
Così i Santapaola erano riusciti a creare una struttura in grado di operare per il profitto rovesciando il tradizionale rapporto dei ruoli dell’organizzazione criminale con il mondo della “società bene”, addirittura operando con il “concorso esterno” della mafia violenta. La struttura catanese, infatti, veniva riconosciuta negli ambienti criminali al punto che le bande di Messina, ogni qualvolta si imbattevano negli interessi dell'associazione si fermavano senza battere ciglio.



La rete degli affari
Le indagini hanno accertato i molteplici e cospicui interessi del clan nella gestione di centri scommesse e nella distribuzione di macchinette video-poker in provincia di Messina attraverso diverse società. Dal complesso delle acquisizioni è emersa ancora l'influenza di Vincenzo Romeo sulla Primal s.r.l., società titolare di una concessione con diritti su 24 sale e 71 'corner'. In alcune intercettazioni ambientali è lo stesso Romeo a spiegare di aver preso parte a Roma ad un incontro con i finanziatori di questa società e che nell'occasione sarebbero stati presenti numerosi rappresentanti di diverse "famiglie" della Sacra Corona Unita e della 'Ndrangheta che avrebbero riconosciuto a Romeo il proprio ruolo in una logica di comuni interessi.
Proprio Vincenzo Romeo sarebbe intervenuto con esponenti della cosca dei Barbaro di Platì (RC) per definire la "messa a posto" delle società messinesi "Demoter S.p.a.", riconducibile a Carlo Borrella, ex presidente dell'associazione degli imprenditori edili di Messina e "Cubo S.p.a.", che, secondo l'accusa, essendo state finanziate dall'organizzazione mafiosa, si erano avvicendate nei lavori di realizzazione e parziale adeguamento della "S.S. 112 Dir. SGC Bovalino - Platì - Zillastro - Bagnara". Sempre stando alla narrazione, definita “autentica” di Vincenzo Romeo, è emerso il peso dello stesso che, a suo dire, avrebbe fatto valere il proprio lignaggio mafioso per mitigare le pretese dei calabresi per i lavori svolti in Calabria dalla “Cubo S.p.a.”.
La 'cellula' del clan Santapaola aveva anche interessi negli appalti, attraverso l'imposizione di forniture e manodopera grazie a funzionari corrotti. In un episodio in particolare, riferito al risanamento della zona di Fondo fucile, non si sarebbe data esecuzione all'appalto per rinuncia degli stessi indagati che, in corso d'opera, hanno ritenuto economicamente più vantaggioso alienare gli immobili sul libero mercato. Il gruppo avrebbe avuto interessi anche nell'autostrada Salerno-Reggio Calabria e ad Expo, e gestito il gioco illegale e avuto un ruolo nelle scommesse di calcio. Poteva contare anche su informatori in uffici pubblici, di polizia e della Procura per ottenere notizie su eventuali indagini in corso. Infine, sempre grazie alle intercettazioni, è stata anche evidenziata la disponibilità di armi in capo al gruppo.

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