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Stato-mafia: Berlusconi dietro le stragi del '93?

berlusconi c filippo monteforte AFP getty imagesMentre Mori festeggia l’assoluzione in Cassazione, il boss Giuseppe Graviano chiama in causa l’ex premier per certe “vecchie storie”
di Lorenzo Baldo
“Vecchie storie”. Sembra ancora di sentire Silvio Berlusconi mentre definiva così le indagini sulle stragi di 25 anni fa che lo vedevano coinvolto assieme al suo braccio destro Marcello Dell’Utri (attualmente in galera a scontare una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Tanta era l’irritazione del Caimano quando i suoi avvocati lo informavano delle inchieste sulle bombe di Roma, Firenze e Milano che non riusciva a trattenersi. Come fumo negli occhi erano le parole di quei pentiti che lo indicavano come un possibile mandante esterno degli eccidi del biennio ‘92/’93. Uno su tutti l’ex boss Gaspare Spatuzza che aveva raccontato per filo e per segno l’incontro a Roma al Bar Doney, il 22 gennaio ‘94, assieme allo stragista Giuseppe Graviano. Quest’ultimo gli aveva fatto il nome di Berlusconi spiegandogli di “avere il paese nelle mani” grazie “al nostro compaesano Dell’Utri. A distanza di oltre due decenni è sempre Graviano - in questo caso intercettato in carcere mentre parla con il co-detenuto Umberto Adinolfi - a riprendere l’argomento. “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo è stata l’urgenza…”. Il dialogo tra i due, riportato sul sito di Repubblica, è del 10 aprile del 2016 e fa parte di quelle migliaia di pagine depositate oggi al processo sulla trattativa Stato-mafia. Per entrare nel cuore della vicenda basta rileggere il passaggio quando viene citato lo stesso Berlusconi. Nel '92 già voleva scendere… voleva tutto, ed era disturbato, perché era… acchianavu (sono salito, ndr)… nei… con quello…”. “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi, lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa". Per gli inquirenti il riferimento esplicito è alle stragi di quel biennio.

Ritorno al futuro
A cavallo tra gli anni '90 e gli anni 2000 il pm Luca Tescaroli stava indagando sui “mandanti esterni” a Cosa Nostra nelle stragi del ‘92. Dal ‘98 al 2001 in quella inchiesta erano stati indagati anche  Dell’Utri e Berlusconi. Poi però l’allora procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, aveva impedito a Tescaroli di poter proseguire il suo lavoro e contestualmente aveva avvisato i due indagati della richiesta di archiviazione, 24 ore prima che fosse depositata regolarmente (il 2 marzo 2001, ndr).
Del dominus della Fininvest e del suo più stretto collaboratore, indicati quali possibili mandanti esterni delle stragi del ‘93, se ne era occupata qualche anno prima la procura di Firenze. Anche in quel caso si era arrivati ad una richiesta di archiviazione (1998, ndr) nella quale, però, venivano evidenziati quei contatti “non meramente episodici” tra Dell'Utri, Berlusconi e “i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato. Anni dopo la Cassazione aveva confermato la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa per lo stesso Dell’Utri definendolo il garante “decisivo” dell'accordo tra Berlusconi e Cosa nostra.
Dal canto loro i giudici avevano sancito che lo stesso Berlusconi, per un determinato periodo, aveva stabilito con i boss un rapporto di do ut des.
Le nuove indagini basate sulle dichiarazioni di Giuseppe Graviano riaprono una ferita che non si è mai rimarginata e che continua a sanguinare nella richiesta di verità e giustizia di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’associazione tra i familiari vittime della strage di via dei Georgofili, ma soprattutto madre di una ragazza rimasta invalida nella strage di Firenze. Si tratta di un filone di inchiesta delicatissimo nel quale il nome di Giuseppe Graviano è solamente il primo della lista.

L’esultazione
Mentre al processo trattativa vengono depositati nuovi atti tra cui le dichiarazioni di Totò Riina, più lucido che mai, sui suoi legami con Licio Gelli e Rosario Pio Cattafi ed altro ancora, c’è un co-imputato di questo stesso procedimento che esulta per la sua assoluzione (in un altro processo) assieme a buona parte dei media. Nessuno stupore per la gioia di Mario Mori e Mauro Obinu di fronte ad una sentenza della Cassazione che sancisce la loro innocenza. La loro “fortuna” è quella di vivere in un Paese alla Truman Show, dove per un personaggio come Giulio Andreotti ci si ricorda per lo più della scritta “assolto” nel salotto di Bruno Vespa, e non si rammenta la prescrizione del “reato commesso fino al 1980”. Un atteggiamento che si ripete spesso anche per tanti altri “vip”.
Probabilmente anche per Mori e Obinu l’italiano medio ricorderà essenzialmente la parola “assoluzione” per la mancata cattura di Provenzano. Difficilmente i grandi media ricorderanno le tante zone d’ombra che rimangono sul fallito blitz di Mezzojuso. E ancora meno ne avrà memoria un popolo che a mala pena sopravvive in un Paese dalla fragile democrazia i cui ultimi governi (per usare un eufemismo) non hanno mai brillato per coerenza e onestà, soprattutto nella lotta alla mafia.

Il documento
Nel ricorso in Cassazione scritto alcuni mesi fa dal Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato (assieme al sostituto Pg Luigi Patronaggio), veniva evidenziato come nella sentenza di appello non vi fosse stata una corretta valutazione su un documento, presente negli atti, che l'accusa riteneva “decisivo per la prova del dolo. Si trattava del rapporto del Ros di Palermo del 3 maggio 1996 in cui al maggiore Obinu venne comunicata l'identificazione di Giovanni Napoli, soggetto che curava la latitanza di Bernardo Provenzano e che il 31 ottobre del '95 era andato a prendere Luigi Ilardo (confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio) al bivio di Mezzojuso (Pa) per poi accompagnarlo dal boss corleonese con un'autovettura (una Ford Escort) che venne persino fotografata dai carabinieri.
Nel documento presentato alla Suprema corte, in cui si chiedeva l'annullamento della sentenza d'appello, la Procura generale evidenziava come “nonostante l'Ilardo avesse fornito nell'immediatezza il numero di targa di quell'autovettura ed indicato il nome di battesimo (Giovanni) di quella persona, non era stata attivata per mesi alcuna indagine per individuare il proprietario dell'autovettura”. Solamente a cinque mesi di distanza dai fatti, su delega inviata il 12 marzo 1996, firmata proprio da Mori, veniva avviata l’indagine: semplicemente immettendo i dati forniti da Michele Riccio ed Ilardo nel database del Ministero degli Interni. Secondo la Procura generale, tenuto conto che quelle informazioni erano state trasmesse a Mori e Obinu, si dimostrava “la responsabilità penale degli imputati” così come “la volontà favoreggiatrice degli stessi” nei confronti dei favoreggiatori di Provenzano e dello stesso capo di Cosa Nostra che ha proseguito impunemente per altri 10 anni la propria latitanza. Comportamenti di favoreggiamento - si leggeva ancora nel ricorso - ancor più decisivi, ove posti in relazione alle condotte omissive precedenti e successive degli imputati. Evidentemente per gli ermellini non era così.

Foto © Filippo Monteforte - AFP - Getty Images

Dossier Processo trattativa Stato-Mafia

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