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Ingiustizia è fatta!

ayala giuseppe 600Assolto l’ex pm Giuseppe Ayala dall’accusa di diffamazione aggravata nei confronti di Salvatore Borsellino
di Lorenzo Baldo

“Alla udienza di oggi, presso la Corte d'Appello di Milano, Giuseppe Ayala è stato assolto dall'accusa di avermi diffamato nell'intervista resa a Giulia Sarti, in cui dichiarava che io ero un caso umano perché sofferente di turbe mentali. Da oggi, invece che fratello di Paolo Borsellino potete chiamarmi pure fratello di Abele, appellativo di cui mi aveva gratificato in quell'intervista il suddetto individuo. Che poi il fratello di Abele si chiamasse Caino e fosse il suo assassino dalla Corte è stato giudicato un dettaglio senza importanza. GIUSTIZIA E' FATTA”. Le parole di Salvatore Borsellino pubblicate qualche ora fa su Facebook sono un pugno nello stomaco. Per comprendere fino in fondo come si sia arrivati a questa sentenza – a dir poco vergognosa – bisogna ripartire dal 7 dicembre 2010. Quel giorno il fratello del giudice assassinato in via d’Amelio era tornato a scrivere di suo pugno quelle “domande che non avrei voluto fare” rivolte all’ex magistrato Giuseppe Ayala.

L’agenda Rossa, Mancino e quegli spettacoli teatrali
La prima domanda riguardava l’agenda rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa subito dopo la strage, ma soprattutto le differenti versioni dello stesso Ayala relativamente al fatto di aver preso in mano la borsa del giudice appena ucciso assieme agli agenti della sua scorta. Una dopo l’altra Salvatore elencava le quattro differenti versioni.
“Quella dell’8 aprile 1998, nella quale Ayala dichiara di avere rifiutato di prendere in mano la borsa che un ufficiale dei carabinieri gli porgeva dopo averla prelevata dal sedile posteriore della macchina blindata di Paolo”. Poi c’era quella del 2 luglio 1998 “nella quale Ayala non è più sicuro che l’uomo, seppure in divisa, fosse un ufficiale dei carabinieri”. Di seguito quella del 12 settembre 2005, avvenuta dopo il ritrovamento di una fotografia che aveva coinvolto anche l’ex capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli (successivamente prosciolto dall’accusa di furto dell’agenda rossa), “nella quale Ayala cambia completamente versione e dice di avere prelevato lui la borsa dal sedile posteriore ma di averla poi affidata ad un ufficiale dei carabinieri escludendo addirittura ‘in modo perentorio che sia stato l’ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa’”. Ed infine quella dell’8 febbraio 2006 “la più confusa nonostante sia l’ultima, nella quale prima sarebbe una persona che ‘è certo che non fosse in divisa’ a prelevare la borsa e poi è la stessa persona, che adesso però è improvvisamente ‘in divisa’, a volgersi verso di lui e a consegnargli la borsa, che egli stesso, a sua volta, consegna ‘istintivamente’ ad un ufficiale in divisa che si trovava accanto alla macchina”. All’epoca Salvatore Borsellino aveva evidenziato come “le corrispondenti dichiarazioni del Cap. Arcangioli del 5 maggio 2005 sono completamente differenti e raccontano di Arcangioli e di Ayala che aprono insieme la borsa e constatano che non c’è l’agenda. Ma sapevano che ci fosse o che ci dovesse essere?”. Di fronte a queste palesi contraddizioni la prima domanda “naturale e legittima” rivolta ad Ayala era stata la seguente: “come è possibile che un magistrato della sua esperienza dia versioni così contrastanti e contraddittorie di un episodio di cui, come magistrato, sapeva che sarebbe stato chiamato a rendere testimonianza? Come è possibile che, da magistrato, seppur già passato alla carriera politica, si sia prestato ad alterare o a permettere che venisse alterata la scena del delitto senza neanche curarsi di identificare o di fare identificare la persona alla quale veniva consegnata la borsa di Paolo, senza neppure ricordare chiaramente se questa persona fosse in divisa oppure in borghese?”. borsellino salvatore web11La seconda domanda riguardava invece l’incontro del 1° luglio 1992 al Viminale tra Paolo Borsellino e l’ex ministro democristiano Nicola Mancino. “Qui Ayala non è direttamente coinvolto – aveva sottolineato Salvatore –, ma è intervenuto di propria iniziativa come testimone, prima involontariamente a carico e poi a discarico, asserendo prima che Mancino gli avesse mostrato un’agenda con annotato, il 1° luglio, l’incontro con Paolo Borsellino, e cambiando poi completamente versione, dicendo di avere visto un’agenda senza nessuna annotazione e sostenendo come questo dimostrasse che non ci fosse stato nessun incontro. La mia richiesta era quella di chiarire questa circostanza e di spiegare perché si fosse prestato a sostenere prima una versione e poi ritrattarla e se per questa ritrattazione avesse subito sollecitazioni da parte di qualcuno”. L’ultima domanda posta a Giuseppe Ayala riguardava unicamente “una questione etica”, e cioé “se ritenesse opportuno che un magistrato in servizio, ovvero lui stesso, partecipasse, in veste di protagonista unico, ad uno spettacolo a pagamento, nel quale si parla del periodo da lui trascorso insieme con Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: se, cioé, ritenesse opportuna la mercificazione del ricordo dei due giudici uccisi e del suo rapporto di amicizia con questi ultimi”.
Per più di due mesi queste domande non avevano avuto alcuna risposta. I primi giorni del mese di dicembre 2010, però, Giulia Sarti (attuale deputato M5s), assieme ad un gruppo di ragazzi appartenenti al Movimento 5 Stelle di Bologna, si era presentata all’ingresso di un teatro bolognese dove andava in scena lo spettacolo di Ayala e dopo averlo avvicinato gli aveva ricordato le domande del fratello di Paolo Borsellino.  
Dal canto suo l’ex pm al Maxiprocesso aveva replicato parlando di “farneticazioni di una persona che non sta bene” ovvero che Salvatore Borsellino sarebbe affetto da “problemi di sanità mentale” e che “quelle di Salvatore Borsellino non sono domande… sono farneticazioni… me ne assumo la responsabilità… di una persona che non sta probabilmente bene… e non sono il solo che lo dice…”, aggiungendo poi che “anche Abele aveva un fratello”, accostando in tal modo la persona di Salvatore Borsellino a quella di “Caino”.

Rinvio a giudizio e condanna
Il 21 novembre 2011, appena due anni dopo l’episodio davanti a quel teatro di Bologna, Giuseppe Ayala era stato rinviato a giudizio dalla seconda sezione del Tribunale di Milano “per aver leso la reputazione di Borsellino Salvatore”.
Il 18 ottobre 2013 il giudice monocratico Lucio Nardi aveva quindi condannato Giuseppe Ayala “per aver offeso la reputazione” del fratello di Paolo Borsellino. Nella motivazione della sentenza (depositata alcuni mesi dopo) veniva evidenziato come “le circostanze che risultano dagli atti consentono di giungere con certezza ad affermare la penale responsabilità dell'imputato per il reato in questa sede a lui contestato, non residuando alcun dubbio né sulla sussistenza dell'elemento oggettivo del reato, né sulla piena consapevolezza e volontà della condotta, intenzionalmente posta in essere”. Il dott. Nardi aveva inoltre specificato che dagli atti risultava “che nel settembre del 2010 il dottor Ayala aveva mosso dure critiche ad alcuni magistrati palermitani titolari, all'epoca, di un procedimento in fase d'indagine particolarmente delicato: il procedimento per la trattativa Stato-Mafia e, a proposito di quei magistrati, il dottor Giuseppe Ayala aveva affermato che era del tutto ingiustificato che questi ultimi continuassero ad avere la scorta”. “Non può trascurarsi – proseguiva il Giudice – il fatto che, nel caso in esame, da un lato, ci si trova di fronte ad una persona che ha svolto notoriamente il lavoro di magistrato, con decenni di anzianità, parlamentare per molte legislature ed anche sottosegretario alla Giustizia e dall'altro, al fratello del giudice ammazzato dalla mafia nella strage di via d'Amelio del 1992 al quale deve essere riconosciuto, fino in fondo, il suo diritto di capire, di ottenere risposte ai suoi interrogativi, soprattutto laddove possano apparirgli delle lacune o contraddizioni in merito al tragico evento”. “Il valore semantico delle singole espressioni utilizzate – si leggeva ancora nella sentenza – e il tenore assertivo e definitivo delle stesse convincono pienamente della loro portata diffamatoria ai danni di Borsellino Salvatore”. Alla luce di queste considerazioni veniva quindi sancito il reato di diffamazione aggravata con tanto di condanna “alla pena di euro 2.000,00 di multa oltre al pagamento delle spese processuali; al risarcimento di tutti i danni patiti dalla costituita parte civile che si liquidano, anche in via equitativa, nella complessiva somma di euro 15.000,00 oltre alla rifusione delle spese di costituzione e difesa che si liquidano nella complessiva somma di euro 1.800,00 oltre accessori di legge”.

L’assoluzione odierna
Questa improvvisa assoluzione giunge a ridosso del 25° anniversario della strage di Capaci: una vera e propria panacea per Giuseppe Ayala. Che potrà così proseguire indisturbato il suo “tour” di interviste commemorative. Restano però quegli ambigui interrogativi attorno alla sua persona. Che  qualificano immancabilmente la sua caratura morale. La decisione della Corte di Appello di Milano conferma – una volta di più – lo status (di malato cronico) in cui versa la giustizia in Italia. La ricerca della verità di Salvatore Borsellino – in un Paese dove quasi nessuno la vuole, a partire dai massimi rappresentanti delle Istituzioni – resta quindi la migliore risposta all’ingiustizia perpetrata oggi con questa sentenza.

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