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Un silenzio 'very british'

a very sicilian judgedi Toby Follett*
Come ha scritto Saverio Lodato nel suo eccellente articolo, il rifiuto da parte delle autorità britanniche di offrire una scorta armata a Nino Di Matteo nell’occasione del dibattito sulla lotta alle mafie il 3 maggio al King’s College, Università di Londra, porta ulteriore prova del fatto che la tanto strombazzata ‘collaborazione internazionale’ nella lotta contro le mafie lascia molto a desiderare’.
Vale la pena aggiungere un particolare di non poca importanza su questa visita a Londra del Magistrato che indaga sulla “Trattativa Stato-mafia”. Quando le autorità italiane informarono quelle britanniche della visita, il Dott. Di Matteo fu anche invitato ad un dibattito da un gruppo parlamentare britannico - da tenersi durante lo stesso giorno il 3 maggio - sulla corruzione e la collaborazione internazionale nella lotta alla criminalità organizzata. Il dibattito sarebbe dovuto avvenire nel famoso Palazzo di Westminster, sede ufficiale del Parlamento britannico. In questo incontro, insieme al Dott. Di Matteo, sarebbe dovuto intervenire Ben Wallace, ossia il Ministro della Sicurezza Britannico, che avrebbe dovuto presentare agli invitati - ministri, politici, Lords, Ladies, giudici ed importanti funzionari di stato - il suo nuovo disegno di legge sulla criminalità organizzata e sul riciclaggio di denaro sporco, con particolare attenzione alle problematiche delle famigerate giurisdizioni offshore britanniche.
Non sappiamo se il rifiuto ad assegnare una scorta armata a Nino Di Matteo sia stato influenzato dal fatto che questa conferenza fu cancellata dopo la decisione improvvisa, e di grande sorpresa, del Premier Theresa di indire le elezioni politiche anticipate per l’otto giugno (e come diretta conseguenza, il 3 maggio, si sarebbe dovuto sciogliere il Parlamento, rendendo da quel giorno il Palazzo di Westminster inaccessibile ai politici per legge).
Non sappiamo neanche se Angelino Alfano e company avrebbero fatto uno sforzo in più per spiegare alle autorità britanniche chi fosse il Dott. Di Matteo se quest’incontro al parlamento con il Ministro della Sicurezza non fosse stato cancellato. Comunque, come solo dato certo resta la comunicazione da Londra che dichiara che solo dai ministri in su si gode della protezione armata della Regina (non vi siete mai chiesti cosa c’è in quella borsetta sgraziata che la Regina porta sempre con se?).
Agli occhi dei cittadini Italiani, e non solo, potrebbe sembrare assurdo che nel Regno Unito la protezione venga assegnata secondo il ‘grado politico’ invece del grado di rischio (va ricordato che il grado di sicurezza di Di Matteo è 'Livello Uno Rischio Eccezionale' che sarebbe l'equivalente al grado del Presidente Della Repubblica). Ma è giusto ricordare che in Gran Bretagna non siamo abituati a vedere per strada né giudici, né ministri, né giornalisti, sotto protezione armata come in Italia. Forse anche questo contribuisce al fatto che ‘la mafia’ resta nell’immaginario collettivo britannico come un concetto lontano.
Ma come sappiamo, e come Nino Di Matteo ci ha ricordato giustamente nel suo discorso d’apertura letto da uno studente il 3 maggio al King’s College, sono due le facce della medaglia nel metodo mafioso: ‘mafia e corruzione, reati tipici della criminalità organizzata e delitti legati a fenomeni corruttivi e di abuso di poteri pubblici’.
Infatti: ‘It takes two to tango’, come diciamo in inglese. Bisogna essere in due per ballare il tango. E Londra questo tango mafioso lo balla squisitamente bene.
La City e le giurisdizioni britanniche internazionali offshore sono considerati oggi un polo mondiale del riciclaggio di denaro sporco – possibilmente il polo più importante del mondo. Il nuovo disegno di legge britannico sulla criminalità organizzata e la finanza, che il ministro Ben Wallace doveva presentare al dibattito con il Dott. Di Matteo il 3 maggio, si riferisce specificamente al problema dei fondi illeciti che ‘attraversano’ Londra. Malgrado questo aggiornamento recente della legge, e gli sforzi di Wallace, non c’è nessun tentativo serio da parte delle autorità britanniche di incoraggiare una vera e propria trasparenza nel settore finanziario, di sorvegliare i paradisi fiscali offshore, e di controllare seriamente l’evasione di tasse attraverso queste giurisdizioni. Senza queste verifiche, che speranza c’è di controllare i terrificanti livelli di “lavaggio” di denaro attraverso la City di Londra? Neanche l’incredibile caso di riciclaggio di denaro sporco del cartello messicano di Sinaloa attraverso la banca multinazionale HSBC – la banca più grande di Europa, con sede a Londra – ha minimamente incrinato le fortune della banca, né le fortune, né libertà del consiglio dell’amministrazione della HSBC.
C’è un silenzio ‘very british’ sul lato oscuro del settore finanziario britannico. Un silenzio assordante che riecheggia dalle isole paradisi fiscali quando le forze dell’ordine internazionali chiedono informazioni. Un silenzio omertoso con tutto quello che la parola implica.
Più di un magistrato antimafia italiano, che ho avuto il privilegio di conoscere, mi ha espresso la propria frustrazione verso l’approccio britannico alle mafie e al riciclaggio di denaro sporco. I giudici, i magistrati e gli investigatori sono infastiditi dal fatto che gli anglosassoni vedono nella mafia un fenomeno puramente italiano e sono insensibili alla realtà che Londra è altrettanto importante nell’equazione mafia, come lo è Palermo.
Negli anni 90 il magistrato Pierluigi Vigna mi ha raccontato come Londra fosse la destinazione di prima scelta per gli affiliati di Cosa Nostra da tanti anni. Lì riciclavano non solo i loro soldi ma anche la loro immagine. Il ‘Perfect English Gentleman’ era lo stile più ‘in’ per le cosche.
La Gran Bretagna, e Londra in particolare, ha ospitato, negli anni, una serie dei più sgradevoli personaggi nella storia italiana degli ultimi 40-50 anni. Mafiosi ed elementi dell’estrema destra fascista - alcuni dei quali con legami stretti con Cosa Nostra - hanno visitato quest’isola e si sono nascosti qui per anni. La mancanza di una legge sull’associazione mafiosa in Gran Bretagna amplifica ancora di piú il problema rendendo difficilissimo per le autorità italiane investigare ed estradare questi personaggi.
E sembra che questa “grande tradizione” di gemellaggio mafie-Gran Bretagna continui. Le notizie più recenti riguardano Massimo Carminati.  Estremista di destra indicato come il capo di 'mafia Capitale', è attualmente imputato in un processo a Roma ed è accusato di essere il capo di “mafia Capitale”, con l’aggravante di associazione mafiosa. Secondo articoli recenti della rivista l’Espresso e del quotidiano economico Sole 24 Ore negli ultimi 40 anni, Carminati avrebbe fatto su e giù tra Roma e Londra. Sempre secondo la stessa inchiesta, la capitale britannica sarebbe il cuore del suo impero finanziario, protetto da ‘un complicato meccanismo di scatole societarie e dalla segretezza che tutela la finanza internazionale’.
Alla luce di questi fatti, il rifiuto da parte delle autorità britanniche di non scortare i magistrati antimafia italiani a rischio in visita a Londra - e la non curanza del governo britannico verso questo ‘sistema mafioso’ - consacra, per omissione, questo tango internazionale fatto di sangue, sofferenza e soldi. Un tango che lascia magistrati come Nino Di Matteo in pericolo di morte, senza il diritto elementare di cui ogni cittadino dovrebbe godere, di poter muoversi in una capitale europea in sicurezza, mentre a Londra gli esecutivi di HSBC e company ridono e bevono champagne.

* Producer del documentario 'A Very Sicilian Justice' (ha organizzato l'incontro a Londra a cui si riferisce quest'articolo, insieme agli studenti della Italian Society di King's College, Università di Londra).

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