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Salvatore Borsellino, quando la pretesa di verità e giustizia finisce nel mirino

borsellino s c giorgio barbagallo eff 2014di Aaron Pettinari
Due articoli nell’arco di 24 ore, pubblicati su livesicilia.com, hanno avuto come bersaglio vita, pensieri e parole di Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via d’Amelio il 19 luglio 1992. Due articoli per dimostrare in maniera subdola “Come il fratello chiacchierone spreca il nome di Paolo Borsellino” o come non onorerebbe la sua memoria “Paolo Borsellino è l'eroe di tutti. Caro Salvatore, onori il suo nome”. Di fronte all’impegno nella ricerca della verità e giustizia profusi non solo in convegni e manifestazioni ma anche, se non soprattutto, nelle aule di giustizia, lasciano il tempo che trovano critiche come quella di aver iniziato il proprio cammino con le Agende Rosse a 17 anni di distanza dalla strage, l’aver abbracciato Massimo Ciancimino in via d’Amelio o l’aver accostato le vicende del fratello con quelle di Luigi de Magistris, ex pm ed oggi sindaco di Napoli.
Come parte civile al processo Borsellino quater, tramite l’avvocato Fabio Repici, Salvatore Borsellino ha compiuto forse il gesto più eclatante degli ultimi anni, quello di chiedere l’assoluzione di Vincenzo Scarantino, il “pupo vestito” vittima di incredibili abusi affinché si auto accusasse della strage di via d’Amelio. Non solo. Ha dato un contributo importante offrendo alla Corte una chiave di lettura su quell’attentato che non punta il dito sui soli boss mafiosi, che ovviamente sono gli esecutori materiali del delitto eccellente, come testimoniato da due fatti incontrovertibili come la sparizione dell’Agenda Rossa e il depistaggio stesso, la cui tela è stata tessuta da uomini delle istituzioni. Gli stessi pm nisseni, nella richiesta di archiviazione delle indagini sugli ufficiali di polizia avevano scritto che “Non può infatti sottacersi come l’intera vicenda che ha avuto come epilogo la celebrazione dei primi due processi per la strage di via d’Amelio sia tra le più gravi, se non la più grave in assoluto, della storia giudiziaria di questo Paese. E non può che conseguentemente essere ritenuta grave ed inqualificabile la condotta di quegli investigatori che hanno significativamente contribuito ad allontanare la verità processuale, costruendo un castello di menzogne che ha condotto a risultati che lasciano davvero attoniti”.
L’impegno nella ricerca di verità e giustizia di Salvatore Borsellino, dunque, non è qualcosa di sterile, così come non è sterile quello degli altri familiari del giudice.
Chi può giudicare o interpretare le scelte di ogni singolo fino a far credere all’opinione pubblica che gli uni siano contro gli altri?
Nel luglio 2015, il figlio di Borsellino, Manfredi, era intervenuto con forza nell’aula Magna del Tribunale di Palermo. In quell’occasione disse che lui e le sue sorelle non sarebbero stati presenti il 19 luglio alle commemorazioni e parlò anche di “passerelle” ed “antimafia di facciata”. Erano quelli i giorni in cui montava l’indiscrezione giornalistica sull’intercettazione, di cui la Procura ha sempre smentito l’esistenza, tra il Presidente della Regione Rosario Crocetta ed il suo medico personale, il primario dell'ospedale palermitano Villa Sofia, Matteo Tutino in cui si sarebbe detto “La Borsellino (all’epoca Assessore alla Sanità della Regione Siciliana) va fatta fuori. Come suo padre”. Certa stampa interpretò le parole di Manfredi Borsellino come una presa di distanze dalle manifestazioni portate avanti dagli zii.
E lo stesso Salvatore Borsellinno, intervenuto alla conferenza "Il patto. Dal doppio Stato al sistema criminale integrato”, aveva già capito che quelle parole sarebbero state strumentalizzate anche in futuro: “Succederà quello che è successo in questi giorni, che verranno adoperate le parole dei figli di Paolo per dire che si dissociano a quello che i fratelli di Paolo fanno in via d'Amelio, perché secondo qualcuno fanno delle passerelle, quando invece in via d'Amelio sono tornato dopo 10 anni di silenzio per impedire che ci siano delle passerelle, e da sette anni non si è visto più un solo rappresentante delle istituzioni". In quel suo intervento, inoltre, Borsellino aveva anche ricordato che Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino "non sono mai venuti in via d'Amelio perché hanno fatto una scelta che io rispetto di vivere le giornate che ricordano il sacrificio del padre lontano dalle polemiche vergognose che ogni anno puntualmente vengono tirate fuori".
Non è una questione di scontro, dunque, né di scelta giusta o sbagliata.
Negli articoli di livesicilia si chiede anche “quando finirà lo show delle agende rosse?”. La verità è che non c’è nessuno show nell’operato di un’associazione che ha iscritti in tutta Italia che altro non fanno che affiancarsi a quella richiesta di verità e giustizia non solo per via d’Amelio ma anche per essere accanto a tanti altri familiari di vittime di mafia che ancora oggi attendono di sapere perché sono avvenuti certi fatti.
Salvatore Borsellino è anche colui che ha documentalmente smentito, grazie a quanto scritto sull’agenda grigia di Paolo Borsellino, l’ex ministro Nicola Mancino, oggi imputato al processo trattativa Stato-mafia, che diceva di non aver incontrato il primo luglio del 1992 il giudice al Viminale.
E’ così che Salvatore Borsellino ha dato un contributo ante litteram nella ricostruzione di quelle verità di cui si occupano quei processi che oggi sono in corso davanti alle Corti d’assise di Caltanissetta e Palermo.
E veniamo al “sacrilegio ideologico” di paragonare la vicenda di de Magistris con quella di Paolo Borsellino e di abbracciare Massimo Ciancimino, l’imputato-testimone che ha svelato auto accusandosi parte di quel dialogo avviato tra Cosa nostra ed istituzioni in quegli anni, in via d’Amelio.
Fermo restando il diritto di ognuno di condividere o meno una scelta operata da un singolo, specie se figura pubblica, è il come ciò avviene che offende. Perché le parole dette non sono frutto di “chiacchiere surrealiste”.
Perché si continua a tirare in ballo la scelta di aver abbracciato Massimo Ciancimino in via d’Amelio quando lo stesso Salvatore ha spiegato in più occasioni il motivo di quella scelta riconoscendo il valore di un Ciancimino-uomo che “anziché godersi i soldi, che può avergli lasciato il padre Vito, ha fatto una scelta precisa dicendo ciò di cui era a conoscenza al processo sulla trattativa Stato-mafia”? Dichiarazioni, quelle del figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, che hanno fatto tornare la memoria a tantissimi smemorati di Stato che invece erano rimasti colpevolmente in silenzio per vent’anni. Questo si è un silenzio deprecabile, inaccettabile e ignobile in quanto “di Stato”.
Nascondendo la verità, senza il coraggio di volerla guardare. E’ così che si infanga la memoria di quegli “eroi di tutti”. Perché, come ha detto l’avvocato Fabio Repici nella sua arringa al processo Borsellino quater, “lo stupro della figura morale di Paolo Borsellino, dopo la sua uccisione, è che non Cosa nostra ma banditi di Stato si siano appropriati dell'agenda Rossa”.

Foto © Giorgio Barbagallo

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