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''Bocciato ai tempi di Napolitano. Oggi a Roma con gli stessi titoli''

di matteo scorta2di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Il pm della Trattativa Di Matteo promosso alla Procura antimafia: “Il mio curriculum non è cambiato ma il Csm ora lo valuta diversamente”
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Dottor Di Matteo, per due volte bocciato e relegato all’undicesimo posto in graduatoria. Adesso promosso alla Direzione nazionale antimafia con gli onori e i riconoscimenti dovuti. Se gli elementi di valutazione a disposizione del Csm erano gli stessi, che cosa è cambiato, secondo lei?
Prescindendo dal valore dei colleghi prescelti nel concorso precedente, credo che abbiano pesato in passato pregiudizi e veti, qualcuno proveniente anche da qualche alto esponente istituzionale, che ha pressato perché il mio trasferimento alla Dna non fosse approvato. Ho qualche elemento per ritenere che ciò possa essere accaduto.

Si riferisce all’ex presidente Napolitano, a capo del Csm quando lei fu messo sotto accusa per un’intervista sulle intercettazioni con Mancino?
Non posso rispondere, non ho elementi precisi di fatto, quindi i ragionamenti e le possibili deduzioni li tengo per me. Un dato è che oggi, sulla base dello stesso curriculum, lo stesso Csm valuta diversamente gli stessi titoli e la stessa esperienza. Ne prendo atto.

È cambiato il vertice, adesso il capo dello Stato è Sergio Mattarella. Attende ancora un cenno di solidarietà dopo le minacce di morte di Riina e le acquisizioni investigative sul tritolo acquistato da Cosa Nostra per farla fuori? O questo silenzio istituzionale le pesa?
No comment, anche in questo caso tengo per me le mie considerazioni.

Lei è l’uomo più scortato d’Italia. Pensa che il trasferimento a Roma le permetterà di vivere più libero dalla gabbia delle misure di sicurezza?
No. Le misure di sicurezza non verranno attenuate. Né mi illudo che il solo fatto di trasferirmi a Roma possa rappresentare un’attenuazione del rischio.

E adesso come si sente?
Dopo 25 anni trascorsi nelle procure di frontiera della lotta alla mafia non è facile lasciare la Sicilia. Mi sento un po’ frastornato. È stata però la scelta giusta. La mia non è una fuga né una resa. E con la mia richiesta di applicazione al processo della Trattativa, ma anche ad alcune indagini collegate, ritengo coerente e doveroso concludere con i colleghi Teresi, Del Bene e Tartaglia un percorso che è stato difficile e irto di ostacoli, spesso creati strumentalmente, verso l’accertamento della verità.

È convinto che le concederanno l’applicazione a Palermo per concludere il processo sulla Trattativa?
Prima ancora che il plenum si esprimesse a mio favore, ho anticipato questa mia volontà sia al procuratore di Palermo Francesco Lo Voi che al procuratore nazionale Franco Roberti. Credo sia utile dare il mio contributo ai colleghi che rimangono, non perché non siano altrettanto esperti, ma perchè la vastità degli argomenti trattati richiede l’apporto di ciascuno di noi.

Era proprio necessario lasciare Palermo? Dopo un anno e 4 mesi poteva rientrare in Dda. E invece è rimasto fuori…
Qui non potevo più restare. Prima per scadenze normative, poi per una precisa scelta del procuratore Lo Voi, non sono stato messo nelle condizioni di potermi dedicare a tempo pieno alle indagini antimafia. Non potevo continuare a tentare malamente di conciliare un processo complesso come quello sulla trattativa con la massa dei procedimenti riguardanti truffe, furti e piccoli reati. Non era più tollerabile una situazione che mi è apparsa ingiusta e paradossale, tanto più in un contesto di sovraesposizione per me e i miei familiari.

In via Giulia andrà a collaboratore con il procuratore Roberti. Vi siete sentiti?
Sì, e mi è sembrato disponibile, c’è un’interlocuzione che dura da qualche tempo. Vado lì nel tentativo di rilanciare il mio impegno nel settore delle indagini antimafia, nell’ottica del completamento della ricerca della verità sulle stragi e sui rapporti tra Cosa nostra e altri poteri. In questi anni ho incontrato numerosi punti di contatto tra le indagini sulle relazioni occulte di Cosa Nostra e quelle sulle stragi.

Di Palermo cosa le mancherà di più?
Tutto. Da giovane sognavo di fare il magistrato avendo come punto di riferimento una certa magistratura palermitana. Questo ufficio in certi momenti ha segnato la punta più avanzata del contrasto alla mafia e della capacità della magistratura di colpire i poteri forti.

Come ha reagito l’ufficio al suo trasferimento?
Molti colleghi, soprattutto giovani, si sono congratulati. Non solo pm, anche giudici.

Anche il procuratore Lo Voi?
Non ci siamo ancora incontrati.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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