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La regia occulta della 'ndrangheta dietro gli attacchi ai carabinieri

pistola fumantedi AMDuemila
C'è un'inchiesta che si avvia alla conclusione, scrive L'Espresso, sui tre eccidi scattati per mano della 'Ndrangheta contro i carabinieri tra il '93 e il '94. E su una strategia stragista-lampo delle cosche calabresi che, dichiara il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, ha preso vita nei mesi di dicembre 1993 e febbraio 1994, salvo poi arrestarsi immediatamente dopo.
Il primo attentato, risalente al 2 dicembre 1993, si conclude con un nulla di fatto dopo che i killer non riescono a colpire i bersagli. Ma il 18 gennaio 1994 vengono uccisi Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, entrambi appuntati scelti. Proprio poche settimane fa de Raho ha annunciato ulteriori notizie sul duplice omicidio, riconducibile ad “un piano di adesione a quello stragista su cui, come Procura di Reggio abbiamo lavorato”. L'ultimo atto si consuma invece il 1° febbraio 1994, quando i militari Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra vengono investiti dai proiettili durante il controllo di un'autovettura. Il commando di fuoco, però, per evitare di restare imbottigliato nel traffico dell'ora di punta serale, non riesce a fermarsi per eliminare le due vittime che riescono a salvarsi nonostante le gravi ferite riportate.
Ad uccidere Fava e Garofalo sono stati Giuseppe Calabrò e Consolato Villani, all'epoca ancora minorenne e oggi collaboratore di giustizia. Il primo spara agli appuntati, il secondo è alla guida dell'autovettura. I due vengono arrestati pochi mesi dopo il tentato omicidio di Musicò e Serra e confessano le loro responsabilità, ma spiegano che l'assassinio sarebbe stato compiuto con l'intenzione di evitare un controllo a un'altra auto di boss mafiosi contenente armi prelevate al porto di Gioia Tauro.
Al processo il tribunale considera Calabrò, che inizia a collaborare, credibile solo quando si autoaccusa e non quando parla delle responsabilità altrui. Nel 1997 viene condannato all'ergastolo mentre Villani è affidato al giudice del tribunale dei minori.
Ma gli attentati ai carabinieri vengono consumati in un contesto ben più ampio, che vede nello stesso periodo lo svolgimento di due summit di 'ndrangheta: all'ordine del giorno la decisione se appoggiare o meno la strategia stragista di Cosa nostra, che tra il '93 e il '94 già aveva fatto saltare in aria lo svincolo di Capaci e via d'Amelio a Palermo, via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e a Roma davanti a San Giorgio al Velabro e a San Giovanni in Laterano. Ancora dovrà essere predisposto, invece, l'attentato allo Stadio Olimpico di Roma contro due pullman di carabinieri, poi fallito per un malfunzionamento del telecomando collegato alla bomba. A parlare dei contatti tra mafia calabrese e siciliana in quel periodo è anche Gaspare Spatuzza, pentito dalla credibilità ormai incontrovertibile. Secondo Spatuzza, infatti, c’erano anche i calabresi a spingere per una trattativa Stato-mafia ma in seguito, nel primo periodo della sua detenzione, il pentito riportò a Giuseppe Graviano (anch’egli detenuto) di alcune “lamentele che giravano in carcere” per opera “soprattutto di napoletani e di qualche calabrese” che “attribuivano a noi siciliani la responsabilità del 41bis… all’ala stragista”. Graviano replicò: “E’ bene che parlassero con i loro padri che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Per ‘padri’ il capomafia intendeva “i responsabili, i capifamiglia” che sia in Calabria che in Campania sarebbero stati parte attiva, “tutti partecipi a questo colpo di Stato”. Altrimenti, aggiunge Spatuzza, “non avrebbe senso per Giuseppe dirmi che ‘i calabresi si sono mossi’…”.
Per gli inquirenti a decidere la strategia dell'attacco all'Arma, configurata in un'ipotesi di autonomismo eversivo, sarebbe stata una commissione ristretta composta da siciliani e rappresentanti dei De Stefano e dei Piromalli, rispettivamente di Reggio Calabria e Gioia Tauro, i due clan di maggiore rilievo. Ma a seguito degli attentati contro i carabinieri le cosche chiedono una riunione plenaria in Aspromonte, presso il tradizionale santuario della Madonna di Polsi, dove la 'ndrangheta emette il suo verdetto definitivo di dissenso nei confronti della linea stragista. È il periodo in cui si registra, inoltre, un grande cambiamento politico con l'avvento di Forza Italia, coordinato in Calabria da Amedeo Matacena, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e latitante a Dubai, tra gli eletti alle elezioni del 1994. Da quel momento la 'ndrangheta tornerà ad essere quell'organizzazione dal basso profilo e dall'elevatissima penetrazione nel resto d'Italia e all'estero che le ha consentito di diventare la mafia con maggior disponibilità economica ed infiltrazioni ad ogni livello.
Ma il caso dei carabinieri riemerge nel 2011 quando il procuratore aggiunto Vincenzo Macrì si trova alla Direzione nazionale antimafia: è lui a riconfigurare Giuseppe Calabrò nell'ambito dei legami tra 'ndrangheta e apparati delle istituzioni, in un contesto al quale si sta dedicando anche Gianfranco Donadio, ugualmente alla Dna, in merito al ruolo del poliziotto dal volto sfregiato conosciuto come “faccia da mostro”. Alla Dna arriva un'informativa con una missiva anonima che descrive gli attentati ai carabinieri tra il 1993 e il 1994 come una nuova edizione della strategia della tensione mai veramente cessata in Italia. Contenuti confermati dallo stesso Villani, a ottobre 2012, in un interrogatorio davanti a Donadio. In seguito Calabrò, di fronte allo stesso magistrato, conferma il contenuto e la paternità di quella lettera. Poi però l'inchiesta di Donadio subisce il terremoto di Nino Lo Giudice, altro collaboratore di giustizia, protagonista di una ritrattazione seguita alla scomparsa dalla località protetta, salvo poi fare marcia indietro e confermare le precedenti dichiarazioni.
Ora le indagini, dirette dal procuratore de Raho e dall'aggiunto Giuseppe Lombardo, vanno avanti. Un ulteriore tassello è stato aggiunto con la maxioperazione “Mammasantissima”: quella che ha svelato l'esistenza di una “struttura elitaria occulta”, una componente segreta e di livello ben più alto rispetto alle singole e tradizionali mafie dalla quale, ha detto de Raho il giorno del blitz, “partono le strategie che devono poi infiltrare l’economia”.

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