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Caso Manca, Ginebri: ''Attilio tossicodipendente, ci drogavamo assieme''

manca attilio 900di Lorenzo Baldo
Al processo Mileti la testimonianza dell'architetto barcellonese

Attilio Manca? “Ricordo diverse occasioni in cui siamo usciti per comprare una dose insieme”. Monica Mileti? “So che Manca conosceva la Mileti, li ho presentati io: siamo andati diverse volte a comprare droga insieme, ma in nessuna delle occasioni la donna ce l'ha venduta. Era solo una grande consumatrice, non certo una spacciatrice”. E ancora: “ho visto Attilio iniettarsi più volte eroina”. Le dichiarazioni del 54enne Guido Ginebri riportate dai siti Viterbonews24 e Tusciaweb riaccendono i riflettori sul processo per la morte del giovane urologo di Barcellona Pozzo Di Gotto. “Da quando ho abbandonato Roma – prosegue l’architetto barcellonese – non so se Attilio e Monica abbiano continuato a frequentarsi o assumere droga insieme. Ho perso completamente contatti con loro”. Eccolo un ennesimo “amico” di Attilio Manca che parla di quella tossicodipendenza decisamente anomala. Rispondendo al procuratore Paolo Auriemma, Ginebri ripercorre di fatto le sue dichiarazioni rese il 9 marzo 2011 alla Squadra Mobile di Messina. “Attilio – aveva riferito 6 anni fa agli investigatori –, rispetto agli altri ragazzi, me compreso, era in grado di gestire in modo quasi scientifico l’assunzione di eroina. Forse più che gestire la voglia o l’assuefazione da eroina riusciva a gestirne il consumo con una cadenza sistematica”. Il “modo quasi scientifico” di assumere eroina giustifica quindi quella strana morte avvenuta nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004.
E le testimonianze dei colleghi di Attilio dell’ospedale “Belcolle” che hanno sempre confermato agli inquirenti di non aver mai avuto riscontri su una sua possibile tossicodipendenza “controllata”? In questo processo pare che non abbiano peso. E quegli stessi amici che fino alla morte di Attilio lo dipingevano come il migliore di tutti per poi cambiare repentinamente opinione definendolo un tossico? Chissà perché ma in questo procedimento assumono il ruolo di testimoni “credibili”. Tutto il resto non conta. Non conta che Guido Ginebri, oltre ad aver presentato la Mileti al dottor Manca, è soprattutto amico del cugino di Attilio, Ugo Manca, nonché co-imputato assieme a quest’ultimo al processo “Mare Nostrumdroga” (Ugo Manca è stato condannato in primo grado a 9 anni per traffico di stupefacenti, e assolto in appello, Guido Ginebri è stato assolto in primo grado con sentenza divenuta definitiva, ndr). Non contano i frenetici contatti telefonici intervenuti tra i due il giorno del rinvenimento del cadavere di Attilio Manca. Non conta che la famiglia Manca sia stata estromessa dal processo in quanto per il giudice monocratico lo spaccio di sostanze stupefacenti che hanno causato la morte del giovane urologo non ha determinato danni agli stessi Manca. Non contano le immagini strazianti del corpo di Attilio. E soprattutto non conta il ritrovamento di due buchi nel braccio sinistro nonostante il mancinismo di Attilio e nonostante l’assenza di un istinto suicida da parte del medico siciliano.
Fino a questo momento Monica Mileti si è trincerata dietro una coltre di silenzio: meglio non parlare troppo del suo rapporto con lo stesso Ginebri o con Salvatore Fugazzotto, l’amico di Attilio, che era riuscito a convincerlo controvoglia ad andare a Roma il 10 febbraio 2004 dove poi si era incontrato con la Mileti. Rintracciata telefonicamente alcuni mesi fa quest’ultima si è limitata a poche parole. “Io Attilio l’ho amato, ma ora basta, mi lasci vivere… mi ha creato così tanti problemi averlo visto quel giorno e aver accettato quel passaggio…”. Alla domanda se si rendesse conto di essere una sorta di “capro espiatorio” dietro il quale si nascondono altre persone, ha alzato la voce per affermare con convinzione: “Si, lo so…”. E dopo aver insistito sul punto: “è il momento di parlare, lo faccia per un padre e una madre che rischiano di morire prima ancora di avere un brandello di verità”, questa donna è rimasta un momento in silenzio. Poi però sono state le sue paure ad avere il sopravvento.
E’ mai possibile che su tutto questo non vengano fatti i dovuti approfondimenti? E perché la memoria di Attilio Manca continua ad essere infangata? Se lo ho chiesto anche la madre del giovane urologo che, a caldo, ha affidato a facebook la sua amara riflessione. “Non comprendo perchè tutto questo accanimento contro chi non si può più difendere – ha scritto Angela Manca –. Chi è l'assassino che si vuole proteggere? Vorrei complimentarmi con il procuratore Paolo Auriemma per l'interesse con cui sta ascoltando ed interrogando i testimoni... peccato che non abbia dimostrato la stessa solerzia, ma anche cortesia, durante la mia testimonianza. Forse avrà dimenticato che io sono la madre ed avrei potuto informarlo di chi era veramente Attilio e della stima di cui godeva da parte dei colleghi e di tutti coloro che lo avevano conosciuto”.
Esattamente un anno fa si veniva a conoscenza delle dichiarazioni del pentito Carmelo D’Amico. A suo dire Attilio Manca sarebbe stato ucciso all’interno di un disegno formato da mafia, Servizi segreti, massoneria; dietro le quinte l’ombra di Provenzano e la sua rete di protezione istituzionale. Dichiarazioni “bomba”. Che da più di un anno sono approdate alla Procura di Roma (nelle mani del Procuratore aggiunto Prestipino e della sua collega Palaia) e sulle quali non si è saputo più nulla. Nel frattempo a Viterbo si continua a dare fiato alla pista del tossico anomalo morto per overdose.

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