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Intercettazioni Napolitano-Mancino, pm ancora nel mirino

napolitano mancinoIl Corriere scrive dei controlli sull'esistenza di copie dei colloqui, già distrutti
di Aaron Pettinari
E' una storia senza fine quella delle intercettazioni tra l'ex ministro Nicola Mancino (all'epoca indagato ed oggi imputato al processo trattativa Stato-mafia) e l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano (all'epoca ancora al Quirinale). L'Ispettorato del ministero della Giustizia è tornato, per l'ennesima volta, a chiedere chiarimenti ai pm titolari dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia predisponendo anche verifiche tecniche. A dare la notizia, oggi, è stato il Corriere della Sera e ambienti del ministero confermano che l'attività ispettiva è volta a chiarire ogni dettaglio, anche a tutela dei singoli interessati in caso di eventuali, future fughe di notizie.
Secondo quanto riferito dal quotidiano gli accertamenti sono partiti su impulso del capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giovanni Melillo, a seguito di un'intervista rilasciata dall'ex pm Antonio Ingroia al quotidiano Libero nel novembre scorso. Ingroia, che lasciò l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia nel 2012, disse parlando del contenuto di quelle intercettazioni tra Napolitano e Mancino: “Non è ancora arrivato il momento, anche se, probabilmente un giorno lo racconterò: credo che 'tutte le verità' di uno Stato democratico vadano svelate ai cittadini. Ma non in un'intervista”.

Conflitto di attribuzione
Quelle intercettazioni non erano mai state trascritte per ordine degli stessi pm che le ascoltarono e le giudicarono irrilevanti ai fini dell'inchieste. Non si può dimenticare, poi, che a mettere un sigillo definitivo sulla questione fu lo stesso Presidente Napolitano che sollevò un conflitto di attribuzione senza precedenti contro la Procura di Palermo, rivendicando l’assoluta e inviolabile segretezza dei propri colloqui, anche informali, con chicchessia. La Consulta diede ragione al Quirinale e la Procura attivò davanti al giudice l’iter di distruzione delle intercettazioni senza che nemmeno le parti coinvolte nel procedimento penale potessero venirne a conoscenza.

Botta e risposta
Secondo quanto appreso lo scopo dell'approfondimento degli Ispettori è quello di verificare che non ci fossero ulteriori registrazioni o copie in circolazione.
Una nuova verifica che suona come una nuova pressione sui magistrati che nei mesi scorsi avevano già risposto ai primi quesiti posti dal capo degli Ispettori Elisabetta Cesqui.
Infatti, come racconta il Corriere, i magistrati che hanno partecipato alle indagini (i procuratori aggiunti Vittorio Teresi e Lia Sava, i sostituti Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Paolo Guido, hanno messo per iscritto che le registrazioni sono state cancellate “come da richiesta in data 17 gennaio 2013” e non esiste altra copia. Se così non fosse stato, del resto, proprio questi magistrati avrebbero commesso un reato. Così non è stato e giustamente c'è anche chi, come il pm Di Matteo, ha voluto esprimere la propria amarezza di fronte ad una richiesta reiterata che suona anche come una sfiducia nel suo operato. “Tanto rappresento – ha scritto nella nota inviata - pur non comprendendo le ragioni di reiterate richieste che sembrano muovere da ingiustificata sfiducia nell’operato del sottoscritto”.
Nonostante le rassicurazioni è arrivata la nuova verifica sul server che registra le telefonate installato presso gli uffici giudiziari palermitani per appurare se potevano trovarsi tracce di eventuali duplicazioni; e relazioni da parte dei pm titolari del fascicolo sulle modalità di ascolto delle conversazioni poi distrutte e sull'eventuale presenza di copie in carta o informatiche. “Non si tratta né di un'ispezione , né di un'inchiesta, ma di una normale attività di accertamento”, dicono da ambienti ministeriali dove si sottolinea anche come ogni iniziativa dell'Ispettorato sia “di intesa o in raccordo con il Gabinetto”.

Quale timore?
Se c'è un dato che appare singolare in tutta questa vicenda è proprio la forte ingerenza della politica. Cosa si teme ancora? Quale inconfessabile segreto si cela dietro a quelle telefonate che l'ex capo dello Stato ha voluto a tutti i costi distruggere? Domande legittime se si considera proprio l'eccezionalità dell'azione condotta da Giorgio Napolitano.
In passato, infatti, vi erano già stati due episodi di intercettazioni casuali tra un indagato ed un Presidente della Repubblica, ed entrambe vanno ricordate. La prima avvenne nel 1993, con il coinvolgimento dell'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. La sua voce venne registrata il 12 novembre sull’utenza dell'amministratore delegato della Banca Popolare di Novara. Tale intercettazione era stata disposta dalla Procura della Repubblica di Milano e il suo contenuto finì pubblicato sul quotidiano “Il Giornale” il 27 febbraio 1997. Il Presidente Scalfaro non sollevò alcun conflitto ma in Senato, in data 7 marzo 1997, furono svolte numerose interpellanze al Ministro della Giustizia. Nonostante ciò il comportamento della Procura di Milano fu ritenuto ineccepibile.
Il secondo precedente è del 2009 e al Quirinale sedeva lo stesso Napolitano. I carabinieri del Ros, nell'ambito dell’inchiesta della Procura di Firenze sugli appalti per il G8 del 2009, intercettarono la sua voce per ben due volte tra il 6 marzo e il 9 aprile 2009 ed anche quelle conversazioni non avevano alcun rilievo investigativo. All'altro capo del telefono c'era l'allora numero uno del Dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. Era proprio il cellulare di quest’ultimo ad essere sotto controllo. Nel corso delle due telefonate Bertolaso e Napolitano parlavano del terremoto che aveva appena devastato l’Aquila. Anche se quelle telefonate non avevano nulla a che fare con l'inchiesta i carabinieri le trascrissero lo stesso e tre anni dopo il quotidiano “La Repubblica” le pubblicò. Uno scenario per certi versi peggiore rispetto a quanto avvenuto nei colloqui con Mancino, dove le telefonate neanche furono trascritte.
Come mai allora Napolitano non sollevò alcun conflitto di attribuzione? Forse in quei colloqui con Mancino, escludendo la rilevanza penale, vi sarebbero state parole che avrebbero potuto provocare imbarazzi alla prima carica dello Stato? E cosa si teme ancora oggi che quelle telefonate sono state distrutte? E' un dato di fatto che in tutti questi anni mai una parola sia stata detta su quelle conversazioni e poco importa se l'indagine, sebbene formalmente non ancora chiusa, sembra sembra essere destinata all’archiviazione.
Resta l'ingerenza della politica. Il segnale di un controllo continuo sull'operato di quei magistrati che indagano, o hanno indagato, su quanto avvenuto in quel biennio, '92-'93, segnato dalle stragi.

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