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Diffamò il pm Di Matteo, imputazione coatta per Giuliano Ferrara

ferrara giuliano effdi Aaron Pettinari
Per il Gip di Milano nel suo articolo “riferimenti a circostanze di fatto obiettivamente false”

Aveva definito i colloqui tra il boss corleonese, Salvatore Riina, e il pugliese Alberto Lorusso, compagno nell’ora d’aria del Capo dei capi presso il carcere opera di Milano, come una “spaventosa messa in scena” architettata da “qualche settore d’apparato dello Stato italiano” per “mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare Di Matteo e il suo traballante processo”. Ora, il fondatore de “Il Foglio”, Giuliano Ferrara dovrà spiegare di fronte ad un Gup, il prossimo 19 luglio, le ragioni assurde che lo portarono a scrivere un articolo in cui, non solo sminuiva la portata degli strali di morte lanciati dal boss stragista nei confronti del pm titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ma di fatto accusava lo stesso magistrato di “confezionare prove 'ad arte', già predisposte nel loro contenuto e di perseguire finalità politiche”. Il nove maggio scorso, infatti, il gip di Milano, Franco Cantù Rajnoldi, ha disposto, per il giornalista, l’imputazione coatta per diffamazione a mezzo stampa.
Il provvedimento nasce dalla querela presentata dallo stesso Di Matteo, lo scorso 12 febbraio 2014, dopo un articolo, pubblicato sul quotidiano dal titolo: "Riina, lo Stato come agente provocatore. Subito un'inchiesta".
Nella sua denuncia presso il nucleo di polizia giudiziaria del palazzo di giustizia di Palermo lo stesso magistrato palermitano aveva sottolineato la natura diffamatoria in suo danno "sotto il profilo della non corrispondenza a verità di alcune circostanze ed evidenziando un consapevole travisamento della realtà”.

Rigettata la richiesta di archiviazione
Il pm milanese Civardi aveva chiesto l'archiviazione evidenziando come l'articolo si limitasse “ad esprimere una opinione, insusciettibile di essere vera o falsa, su un fatto di rilevanza nazionale con un stile satirico ed aggressivo”. Non è di questo avviso il giudice che ha dato ragione all’opposizione presentata dallo stesso Di Matteo disponendo l’imputazione coatta e restituendo gli atti al pm che quindi ha dovuto chiedere il rinvio a giudizio.
Nel provvedimento del Gip, depositato in cancelleria, è scritto che “quanto al merito, ritiene questo giudice che la richiesta di archiviazione del pm non possa essere accolta, rinvenendosi in realtà nell'articolo in questione, riferimenti a circostanze di fatto obiettivamente false". Ferrara avrebbe scritto di "spaventosa messinscena" - a proposito delle indagini e delle intercettazioni ambientali su Riina con Lorusso - "affermando quindi (in modo allusivo ma di immediata e facile comprensione) che detto atto - si legge nel provvedimento - di indagine era stato già predisposto dall'inizio nei minimi dettagli e con la piena e diretta adesione e partecipazione di tutti i soggetti... Inoltre l'autore dell'articolo - scrive il gip milanese - indica la finalità di detta messinscena e precisamente individuate in quelle di 'mistificare il presidente della Repubblica', 'calunniare Berlusconi' e monumentalizzare il pm Di Matteo e il suo traballante processo'; nonché qualifica il sopra descritto atto investigativo come 'collusione subdola in funzione del suo stesso uso politico".
Secondo il giudice, dunque, lo stretto collegamento creato tra il termine "messinscena" ed il relativo "obiettivo" determina come risultato concettuale immediato "quello di indicare il pm Di Matteo quale soggetto processuale impegnato a confezionare prove 'ad arte', gia' predisposte nel loro contenuto e di perseguire finalità politiche. Conseguenze queste che danneggiano - sostiene Cantù Rajnoldi - la reputazione del pm Di Matteo".

Non solo Ferrara
Oltre al fondatore de “Il Foglio” ad essere querelato dal pm furono anche Vittorio Sgarbi i giornalisti Filippo Facci ed Enrico Deaglio, autori di articoli di tenore simile a quello di Ferrara. Inoltre furono denunciati per “omesso controllo” i direttori de Il Giornale, Libero e “Il Venerdì di Repubblica” di allora, dunque Alessandro Sallusti, Maurizio Belpietro ed Ezio Mauro. Se per Sgarbi, Facci ed i rispettivi direttori le indagini sarebbero ancora in corso per Deaglio e Mauro si è già svolta l’udienza preliminare.
Di Matteo, dopo i ripetuti attacchi ricevuti sulla carta stampava aveva così motivato la sua decisione di querelare i giornalisti: “Dopo la pubblicazione successiva al deposito processuale delle intercettazioni di numerose conversazioni nelle quali Riina ripetutamente si riferisce alla mia persona anche manifestando la sua volontà di uccidermi paradossalmente è iniziata quella che ritengo una vera e propria campagna di stampa che, partendo dal chiaro travisamento dei fatti, tende ad accreditare versioni che mi indicano quale autore di condotte e comportamenti che non ho mai tenuto”. “Non posso accettare - aveva concluso il pm - che si continui a speculare impunemente perfino su vicende che tanto incidono anche sulla mia vita personale e familiare”.
Purtroppo però ancora oggi, nonostante le parole di Riina siano un dato di fatto così come le dichiarazioni di più collaboratori di giustizia su un progetto di morte ancora in corsa nei confronti del pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia, la campagna di delegittimazione del magistrato è tutt’altro che finita. Basta leggere le cronache recenti, rafforzate dalle sentenze di assoluzione arrivate in primo grado (processo in abbreviato per Mannino) e in appello (processo Mori-Obinu), impegnate a demolire il processo trattativa e quei magistrati che vestono i panni de l’accusa. Come se bastasse una sentenza a cancellare fatti e verità che restano comunque scritti anche nelle sentenze passate in giudicato. Ma l’informazione in Italia, si sa, è particolarmente lontana dal manifestare quell’etica auspicata da Pippo Fava, prima che fosse ucciso dalla mafia, e che tutti coloro che lavorano in questo campo, dovrebbero tenere a mente.

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