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Divieto di soggiorno per il direttore di Telejato, Pino Maniaci

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L’accusa è di aver estorto soldi e favori a due sindaci

A poco più di una settimana dalle indiscrezioni giornalistiche sull’inchiesta aperta nei confronti del direttore di Telejato, Pino Maniaci, questa mattina i Carabinieri della Compagnia di Partinico hanno notificato al giornalista un provvedimento di divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani. Il provvedimento è stato emesso dal gip Fernando Sestito su richiesta dei sostituti procuratori Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi, Roberto Tartaglia e dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi.
L’accusa nei confronti di Maniaci è di estorsione nei confronti dei sindaci di Partinico e Borgetto. Secondo gli inquirenti avrebbe preteso soldi e favori per ammorbidire i suoi servizi televisivi.
L’indagine sul direttore di Telejato sarebbe iniziata nel 2014 in maniera casuale mentre i militari stavano compiendo alcuni accertamenti sulle amministrazioni comunali nell’ambito di un’altra indagine. Tanto che stanotte è anche scattato un blitz fra Partinico e Borgetto, che coinvolge nove presunti mafiosi. Ciò significherebbe che l’indagine non può essere vista come una ritorsione rispetto alle denunce che hanno poi portato alle inchieste aperte dalla Procura di Caltanissetta (iniziate nel maggio successivo) sulla gestione allegra della sezione Misure di prevenzione di Palermo sui beni confiscati.
Il quadro che emergerebbe dalle indagini lascerebbe spazio a poche interpretazioni e chiarirebbe anche alcuni episodi che si sono verificati negli anni scorsi.
I primi di dicembre del 2014 ha fatto il giro della Nazione la notizia dell’uccisione di Billy e Cherie, gli storici cani che da anni vivono a fianco della famiglia Maniaci, ritrovati appesi senza vita alla recinzione. Un fatto che era stato preceduto di pochi giorni dal ritrovamento dell’auto di Maniaci, bruciata a pochi metri dalla redazione. Quelli che sembravano gli ennesimi atti intimidatori nei confronti del direttore di Telejato, che ha denunciato in più occasioni le attività criminali dell’organizzazione di Partinico e dintorni, oggi non sono ritenuti più tali. Le indagini infatti avrebbero svelato che non furono i boss a bruciare la sua macchina e ad impiccare i due cani, ma il marito della sua amante. E lui ne sarebbe stato ben consapevole. Nonostante questo ai giornali e alle Tv annunciava in pompa magna: “E’ stata la mafia a minacciarmi per le inchieste del mio tg”. In quei giorni ricevette solidarietà da tutta Italia compreso dal presidente del Consiglio Matteo Renzi.

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La conferenza stampa © ACFB


L’estorsione
Per quanto riguarda le accuse che hanno portato al provvedimento odierno Maniaci avrebbe estorto al sindaco di Partinico Salvatore Lo Biundo anche un’assunzione per la sua amante. Il quotidiano La Repubblica, che per primo aveva dato la notizia dell’inchiesta aperta, oggi riporta anche alcuni passaggi di verbali ed intercettazioni.
Così si scopre che l’assunzione avrebbe riguardato un contratto di solidarietà al Comune per tre mesi: “Alla scadenza, non poteva essere rinnovato – ha ammesso il sindaco interrogato dai carabinieri – ma Maniaci diceva che dovevamo farla lavorare a tutti i costi e allora io e alcuni assessori ci siamo autotassati per pagarla”.
E nel frattempo il direttore di Telejato avrebbe rassicurato la donna: “Per quella cosa ho parlato, già a posto, stai tranquilla, si fa come dico io e basta. Qua si fa come dico io se ancora tu non l’avevi capito… decido io, non loro… loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa”.
Ma Maniaci diceva all’amante anche di volerle fare vincere un concorso all’azienda sanitaria locale di Palermo, sfruttando le sue buone amicizie: “Quello che non hai capito tu è la potenza… tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci. Stai tranquilla che il concorso te lo faccio vincere”. E poi ancora in un’altra occasione: “Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione”.
C’è il sindaco che mi vuole parlare – diceva ancora all’amante – per ora lo attacco perché gli ho detto che se non si mette le corna a posto lo mando a casa, hai capito? A Natale non ti ci faccio arrivare, che te ne vai a casa e non ci scassi più la minchia”. Poi aggiungeva: “Mi voglio fare dare 100 euro così domani te ne vai a Palermo tranquilla”. E sempre rispetto al sindaco: “Dice che in tasca non ne aveva e che stava andando a cercare i soldi… i piccioli li deve andare a cercare a prescindere… così ne avanzo 150 di iddu”.
Sempre La Repubblica scrive che il 10 giugno 2014 gli inquirenti, che al tempo non indagavano sul direttore di Telejato, ripresero nella stanza del sindaco di Borgetto il momento in cui vengono consegnati dei soldi allo stesso giornalista. Si vedrebbe quest'ultimo prima dire alcune parole ("Benedette liquidità sborsate...") e poi distendere il braccio e fare un cenno con la mano per poi dire "Mi dai 250 euro". E il sindaco risponde: "Sì, 400 te ne devo dare". Ed è da quel momento che si sarebbe deciso di mettere il telefono di Maniaci sotto controllo. Maniaci sul sindaco di Borgetto aveva fatto dei servizi pesanti ma poi, scrive il giornale, diceva che era anche pronto uno scoop così senzazionale che avrebbe portato allo scioglimento del Comune. Uno scoop che poi non è mai andato in onda. Vi sarebbero una serie di telefonate con l'addetto stampa del primo cittadino che poi riferiva sempre a Gioacchino De Luca. All'assessore di Borgetto Gioacchino Polizzi avrebbe imposto di comprare duemila euro di magliette antimafia e di pagargli tre mesi di affitto. Ma in quest'ultimo caso l'ordinanza specifica che “I dati emergenti dall’indagine non consentono di ravvisare gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato in ordine al reato a lui provvisoriamente ascritto di estorsione continuata".

Operazione Kelevra
Nelle indagini della Compagnia dei Carabinieri di Partinico viene poi fotografata la mappa della mafia di Borgetto. Da questa mattina i militari sono impegnati nel dare esecuzione a 10 misure cautelari emesse dal Gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della Dda, nei confronti di esponenti della "famiglia" mafiosa di Borgetto, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni. L'inchiesta prende il via nel 2012 quando i militari dell'Arma cominciano a monitorare la famiglia mafiosa di Borgetto e in particolare Antonino Giambrone e i suoi due fratelli Tommaso e Francesco. Gli elementi acquisiti svelano il ruolo di comando di Giambrone e le dinamiche interne all'organizzazione criminale. L'11 febbraio del 2013 viene scarcerato Nicolò Salto, storico esponente mafioso e nemico dei Giambrone. Tornato libero, il capomafia cerca immediatamente di imporre la sua presenza sul territorio attraverso danneggiamenti a imprenditori locali. Nell'aprile del 2013, Giambrone viene arrestato nell'operazione "Nuovo Mandamento". Poco dopo, Salto rassicura il padre di Giambrone promettendogli che il figlio non sarebbe stato abbandonato. E' il suggello di una pax mafiosa tra clan rivali e l'affermazione del ruolo di vertice di Salto, che in diversi summit stabilisce, insieme all'ex rivale, il programma criminale sul territorio. Giambrone diventa punto di riferimento per la raccolta del pizzo, sostegno logistico viene assicurato, invece, da Antonino Frisina, autista e consigliori di Salto. Le indagini dei carabinieri consentono di documentare, infine, l'interesse dei clan nel condizionare le scelte amministrative del Comune di Borgetto, con particolare riguardo all'esecuzione dei lavori pubblici.

Foto tratta da livesicilia.it

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