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Processo d'appello Mori-Obinu: il valore di Riccio e Ilardo

riccio ilardo effdi Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari
Il Pg Patronaggio nella sua requisitoria traccia un profilo di “assoluta rilevanza”

“Non vi è nulla di anomalo nell'azione di Michele Riccio”. Così il sostituto Pg, Luigi Patronaggio, riprende la requisitoria iniziata lo scorso 21 ottobre, mettendo in evidenza i vari punti “distorti” della sentenza di primo grado in particolare in riferimento alla mancata comunicazione all'autorità giudiziaria dell'intera operazione. “L'inerzia – dice Patronaggio – non è del colonnello Riccio ma dei due imputati che mettono in atto un uso distorto e strumentale delle proprie prerogative. E l'atteggiamento del Riccio è quello di chi in un primo momento crede di operare all'interno del Ros, che quindi deve sottostare a certe dipendenze gerarchiche, mentre in un secondo momento, progressivamente, prende coscienza dell'inerzia degli imputati assolutamente dolosa”. Nella sua ricostruzione il Pg rappresenta alla Corte le varie fasi del rapporto di collaborazione tra l'ufficiale ed il confidente Luigi Ilardo, uomo di spicco della mafia nissena.
“Riccio – prosegue il sostituto procuratore generale – parla della possibile cattura di Provenzano a Mezzojuso mettendo le proprie conoscenze a disposizione di interlocutori di primissimo livello come Ganzer, Mori, Obinu e De Caprio. Poi prevale quella linea attendista di cui più volte si parla nella sentenza e lo stesso Riccio ritiene che ci si possa ancora fidare. Solo in un secondo momento capisce che non ci sono gli uomini ed i mezzi per sviluppare un corretto servizio di osservazione. Capisce poi che non si è fatto nulla nonostante i diversi elementi investigativi portati dallo stesso Ilardo. Riccio nei mesi successivi farà un sopralluogo in forma 'artigianale' assieme allo stesso Ilardo ed appare evidente come le due fattorie erano facilmente localizzabili. Se vi erano riusciti Riccio ed Ilardo, sul posto con una macchina civile, cosa poteva fare il Ros con i suoi potenti mezzi investigativi?”.

L'incontro con l'autorità giudiziaria il 2 maggio '96
Altro punto toccato nella requisotoria è poi quello dell'incontro del 2 maggio 1996 tra lo stesso confidente Ilardo, Mori, Subranni ed i pm di Palermo e Caltanissetta, Gian Carlo Caselli, Gianni Tinebra e Teresa Principato. “Questo –, prosegue Patronaggio – è un momento importante. Ilardo, prima di vedere i magistrati, di fatto anticipa quelle che saranno le sue dichiarazioni parlando non solo del mondo di Cosa nostra ma paventando un coinvolgimento di pezzi deviati dell'Arma, dei Servizi di sicurezza e lancia un messaggio chiaro. Di fronte a quel mondo oscuro e complesso di questi segmenti deviati non si fermerà. Ed è a questo contesto, probabilmente, che si deve l'accelerazione che portò all'omicidio Ilardo. Un omicidio che maturerà in tempi brevissimi. Dal pentito Giuffré sappiamo che vi fu una fuga di notizie sul fatto che Ilardo stesse collaborando con la giustizia. Notizie che provenivano da ambienti giudiziari di Caltanissetta. Un dato confermato anche dal capitano Damiano al colonnello Riccio. Quest'ultimo non solo riferisce di quel dialogo, ma lo registra, lo annota sulle agende. Si tratta di importantissimi riscontri. Proprio dopo l'incontro tra i due ci sarà la notizia della morte di Ilardo. E' a quel punto che Riccio prende le distanze da Mori, prepara l'informativa Grande Oriente che gli stessi imputati volevano censurare in alcune parti, in particolare rispetto al nome di Marcello Dell'Utri”.

Quelle “difficoltà” di Michele Riccio
In quel momento Riccio era un uomo in grande difficoltà sia rispetto al Ros, tanto che è consapevole della vicinanza di Mori con certi ambienti politici (Forza Italia, ndr), che rispetto alla magistratura, tanto che da investigatore diventa imputato. Diventa un ufficiale dimezzato sotto il diretto controllo del capitano Damiano e non si sente libero di scrivere quello che vuole nel rapporto Grande Oriente, poi viene arrestato. Non siamo d'accordo con quel che dice il Tribunale in primo grado quando dichiara l'inattendibilità di Riccio bollandolo come teste dell'ultima ora che viene fuori per fini personali in un momento a lui favorevole. Riccio non è questo. E' stato collaboratore di dalla Chiesa, ha condotto irruzioni armate nei covi delle Brigate rosse, ha esperienza di indagini contro la criminalità organizzata, contro le infiltrazioni massoniche nelle pubbliche amministrazioni e tra i Carabinieri, indaga su una figura inquietante come Luigi Savona. Queste sono le capacità di Riccio”. Il Pg spiega poi i motivi che hanno portato all'ex capo della Dia, Gianni De Gennaro, ad affidare la gestione del confidente Ilardo allo stesso Riccio. “Viene scelto – dice Patronaggio rivolgendosi alla Corte - per indagare sui mandanti esterni delle stragi del '93. Ilardo era il cugino di Piddu Madonia ma aveva anche un passato con la destra eversiva ed era in rapporti con i Servizi segreti”. “Riccio quindi si comporta in modo lineare, redige le relazioni e non nasconde nulla all'Autorità giudiziaria sul suo rapporto con Ilardo” (al contrario dei suoi superiori, ndr).

La cattura di Spera nei luoghi di Provenzano
L'arresto del boss Benedetto Spera nel 2001 nella stessa masseria di Mezzojuso dove si era nascosto Provenzano torna quindi sotto i riflettori. Il pg cita le dichiarazioni rese in dibattimento dell'allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Guido Marino, che per la cattura du Spera era riuscito a localizzare il covo riuscendo addirittura a realizzare un servizio di intercettazione: una schiacciante risposta alle fantasmagoriche difficoltà paventate dal Ros per localizzare quegli stessi luoghi . “Quello che doveva fare il Ros lo ha fatto la squadra mobile 6 anni dopo”, sottolinea Patronaggio evidenziando che dal '96 al 2001 Provenzano resta “non si è mosso da quei sylos”.

La cintura della discordia
E proprio in merito all'attrezzaura speciale che un agente della Cia era disposto a cosegnare a Riccio per la cattura di Provenzano, il pg evidenzia l'errore della sentenza di primo grado nella quale vi è scritto che che questa attrezzatura, che sarebbe stata posta dentro ad una normale cintura, “non era stata sperimentata”. Tutt'altro: era stato dimostrato che era stata utilizzata nell'operazione “piña colada” (e non solo) e che lo stesso Mori ne era a conoscenza.

L'appuntamento Riccio-Pignatone
L'incontro in Procura del 1 novembre '95 tra Riccio e l'allora sostituto procuratore Giuseppe Pignatone viene affrontato successivamente dal Pg. Che puntualizza la questione (citata dai giudici del Tribunale) addebitata a Riccio di aver parlato in quella occasione “in maniera ermetica”. “L'impostazione della sentenza di primo grado su questo punto va completamente rivista – ribadisce Patronaggio –. Questo non è un episodio che ci indica la mancanza di lealtà di Riccio nei confronti dell'Autorità giudiziaria. Non è un episodio che ci indica un Riccio reticente”. “Riccio in quel momento sente l'esigenza di dialogare con un referente della procura di Palermo, il giorno dopo l'incontro di Mezzojuso si prende carico di questo incontro da solo, si muove in un giorno di festa, va con il cap. Damiano, ufficiale competente per quel tipo di indagini, per cui non va in segreto, va perchè ha bisogno di un interlocutore e tuttavia non vuole tradire il mandato del Ros per cui fa un'interlocuzione a metà, di cui il dott. Pignatone capisce l'importanza tanto che a distanza di anni ricorda l'episodio tira fuori dal suo computer questa annotazione e la mette a disposizione del Tribunale”.  Per il Pg il col. Riccio è “vincolato dalle direttive del Ros, ribadite dagli stessi imputati, che in quel momento ritenevano di non dire nulla all'Autorità Giudiziaria perchè si trattava di un'attività di tipo confidenziale che non andava riferita. E invece vi era un obbligo giuridico di informare la Procura della Repubblica e che quest'obbligo giuridico gravava proprio sugli imputati Mori e Obinu”.

Un uomo libero
Per il Pg “i tempi di Riccio sono tempi necessitati, è un uomo in difficoltà che può parlare solo quando riacquista la libertà, quando esce fuori dalla stretta: da una parte il Ros e dall'altra l'Autorità giudiziaria di Genova che lo priva della libertà personale. Riccio parla quando diventa un uomo libero”. Per Patronaggio lo stesso Riccio “si sforza di capire il perchè di queste inerzie e coperture del Ros” e arriva quindi a fornire alcune spiegazioni. “Riccio ci dice che con la mancata cattura di Provenzano e il mancato sviluppo delle indagini su Provenzano si sia voluto favorire l'ala moderata (di Cosa Nostra, ndr) per un'interlocuzione con lo Stato”. Il magistrato evidenzia che lo stesso col. Riccio “è un uomo intelligente e lo capisce”. “Riccio ci dice inoltre che Mori 'è da sempre un uomo che si è mosso con la logica dei servizi. La sua carriera assolutamente anomala lo dimostra: chi è quell'ufficiale dei Carabinieri che esce dall'Accademia e inizia la sua carriera al Sismi? Io non ne ho mai conosciuti altri'”. In conclusione il Pg ricorda alla Corte che alla richiesta di riapertura dibattimentale, per approfondire questo specifico aspetto, era stata richiesta l'acquisizione (negata successivamente dalla Corte, ndr) delle dichiarazioni di Mauro Venturi (un ufficiale dei Carabinieri che nel 1971 lavorava al Sid - Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, dove Mori ha prestato servizio dal ’72 al ’75, ndr) e del fascicolo personale di Mori durante la sua permanenza ai Servizi. “Avremmo avuto altro materiale su cui parlare e su cui riflettere – ribadisce Patronaggio –. Volevamo sentire Vito Galatolo perchè noi siamo convinti che c'è una linea oscura che attraversa i fatti più gravi di questa Repubblica e penso sia dovere di tutti noi continuare a indagare su questo filone”.
La prosecuzione della requisitoria è stata programmata per il prossimo 9 dicembre.

Dossier Michele Riccio

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