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Il triumvirato di Pagliarelli: Alessi, Perrone e Giudice

alessi-perrone-giudiceIl nuovo asse dei boss svelato nell'operazione "Verbero"
di Aaron Pettinari - 26 maggio 2015
Boss giovani, dal “pedegree” mafioso importante, pronti a mettere da parte incomprensioni e contrasti, per il bene della famiglia. E' così che nasce il “nuovo asse” del mandamento di Pagliarelli dopo che l'operazione “Hybris” (luglio 2011) ne aveva azzerato i vertici. La triade, pronta a prende le decisioni importanti, si reggeva sulle famiglie mafiose di Pagliarelli, Villaggio Santa Rosalia e corso Calatafimi nelle persone di Giuseppe Massimiliano Perrone, Vincenzo Giudice ed Alessandro Alessi.
A loro il compito di prendere in mano uno dei mandamenti più vasti della città, regno incontrastato di Giovanni Motisi, ad oggi considerato latitante ma di cui non si hanno notizie da anni , e di Nino Rotolo. Dopo l'arresto del figlioccio di quest'ultimo, Gianni Nicchi, fermato nel 2009 mentre si nascondeva in una casa a poche centinaia di metri dal Palazzo di Giustizia, il comando era passato nelle mani dell'anziano boss Michele Armanno, più volte condannato e scarcerato per fine pena, e oggi di nuovo in cella.
Per riorganizzarsi Cosa nostra si era quindi affidata ai “triumviri” capaci di mettere in piedi un giro di affari solido, soprattutto nel traffico di stupefacenti, divenuto la principale forma di sostentamento dell'organizzazione criminale.
Le attività di indagine hanno anche chiarito come le decisioni più importanti siano state prese in comune accordo tra i tre, i quali si sono posti, con mansioni diverse, al controllo del territorio e alla gestione di tutte le attività illecite, coadiuvati ognuno nella zona di competenza da una serie di affiliati più fidati.
Quello di Alessandro Alessi era un nome già noto alle forze dell'ordine, in quanto comparso in più di un'occasione nelle informative dei carabinieri e dei poliziotti che davano la caccia a Gianni Nicchi. Fu anche processato ed assolto dalla Cassazione nel 2012 nonostante gli incontri con “u piccutteddu” fossero documentati ed i collaboratori di giustizia lo indicassero come “l'uomo da seguire per arrivare a Nicchi”. Da allora gli inquirenti hanno raccolto diversi elementi contro “belli capelli”, così era soprannominato Alessi, indicato in un'intercettazione ambientale da Giuseppe Bellino e Giampiero Scozzari (sempre appartenenti al mandamento di Pagliarelli) come uomo in grado di provvedere al sostentamento delle loro famiglie nel caso di loro arresto. “Alessà tu te la sentii – diceva Scozzari - Perché io ti sto tenendo in disparte non per me ... omissis... ci dissi: stai attento, noialtri pensavamo che domani salvavi a noialtri. Questa e un'altra! ...omissis ... non è buono, Giusè! Era buono che si stava bello tranquillo, domani che ... noialtri ... almeno c'era uno col cervello come a noialtri...”).
Altro elemento di spicco era Giuseppe Massimo Perrone, già coinvolto nell'inchiesta Paesan blues della polizia e indicato come presunto prestanome del boss Nino Rotolo, e suocero di Vincenzo Cancemi. Di lui, soprannominato “cappellino” per la sua abitudine a coprirsi il capo, parla Michele Armanno in alcune intercettazioni che emergono nelle carte dell'inchiesta Hybris, e viene indicato come uno pericoloso (“Mi manda i saluti e gli ricambio i saluti, però cappellino è pericoloso... cappellino si gioca a tutti, si sente furbo ma non arriva a niente”).

Uniti per i carcerati
Il mantenimento delle famiglie dei carcerati è uno dei “problemi” principali che la consorteria mafiosa si trova ad affrontare da sempre. Col passare degli anni, in parte a causa delle numerose operazioni che hanno colpito le famiglie, in parte a causa della crisi economica che ha costretto comunque la mafia ad abbassare le pretese nelle attività estorsive, le difficoltà si son fatte sempre più grandi. E proprio Alessi e Perrone erano tra i principali responsabili dell'impegno nei confronti
dei detenuti nonostante le casse mafiose fossero precarie. “Siamo messi male, male male”, commentava il primo in una conversazione registrata nel novembre 2011, “Siamo messi vero male” rispondeva il secondo. E poi ancora Alessi: “Io non sono in condizioni di poter aspettare, io non sono in condizioni di poter aspettare, perché volere o volare ci voglio i soldi ogni giorno”.
Ciò comunque non impediva ai capimafia, nati con il mito dei vecchi padrini al carcere duro, di intervenire quando richiesto, con riguardo, alimentando un sistema “mutuo soccorso” per le famiglie dei detenuti. Il due novembre il triumvirato, mantenendo fede a quella tradizione prettamente palermitana dei doni che vengono regalati ai bambini in occasione della commemorazione dei defunti, si impegna per fare contenti i parenti di Giuseppe Calvaruso, una delle figure più importanti degli ultimi anni del mandamento mafioso di Pagliarelli e forse in contatto con lo stesso Giovanni Motisi ammesso che sia ancora in vita.
Il collegamento con l'introvabile padrino è rappresentato anche dal terzo triumviro, Vincenzo Giudice, ad oggi incensurato, ritenuto reggente della famiglia mafiosa del Villaggio Santa Rosalia. Questi è infatti genero di un cugino di Giovanni Motisi, e secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe il vero gestore del bar all'interno dell'ospedale Civico di Palermo, dove più volte si sarebbero svolte riunioni della triade.

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