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Strage dei Georgofili: una verità (ancora) a metà

strage-georgofili-big2di Lorenzo Baldo - 26 maggio 2015
La pretesa di giustizia nel 22° anniversario dell’eccidio di Firenze
“Tutto questo dimostra che con la mafia si vuole convivere”. A pronunciare queste parole con tanta rabbia e amarezza è Giovanna Maggiani Chelli all’indomani della sentenza di Cassazione che il 17 settembre 2014 ha annullato con rinvio la condanna all’ergastolo per strage del boss Francesco Tagliavia. Quel giorno la presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili ribadisce un concetto già espresso qualche anno prima in occasione dell’anniversario dell’eccidio del 27 maggio ’93. “O il Parlamento dà più garanzie ai cosiddetti pentiti – dichiara con forza la Chelli – o, in alternativa, parli lo Stato. Facciamola finita di far friggere sulla graticola le vittime delle stragi del 1993. Sono gli uomini dello Stato a conoscenza dei fatti e che si trincerano dietro la ragion di Stato a dover dire la verità sulle stragi del 1993!”. Oggi quelle parole risuonano più attuali che mai. Stanotte, all’una e zero quattro, la città di Firenze si fermerà per ricordare una strage che a tutti gli effetti si può definire di Stato. A quell’ora tarda di 22 anni fa Francesca Chelli, figlia di Giovanna, si trovava assieme al suo fidanzato e coetaneo, Dario Capolicchio, nella loro stanza di via dei Georgofili 3. Nell’epicentro dell'inferno. In quel momento un tuono fragoroso scuote l’intera città. Duecentocinquanta chili di tritolo piazzati all’interno di un furgone Fiat Fiorino provocano cinque morti e quarantotto feriti. L'intera famiglia dei custodi dell'Accademia dei Georgofili viene sepolta dalle macerie della Torre dei Pulci: Fabrizio Nencioni, 39 anni, sua moglie Angela Fiume, di 36 e le due bambine, Nadia di 8 anni e Caterina di appena 50 giorni. Centoquarantotto opere d’arte vengono danneggiate. L’autobomba provoca un cratere della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30. Seppur colpita da una miriade di schegge Francesca Chelli riesce a salvarsi. Ma prima i suoi occhi vedono l'orrore. Dario Capolicchio muore bruciato vivo davanti a lei. Secondo gli atti processuali il monossido di carbonio nei suoi polmoni non è sufficiente a farlo svenire, perché solo lui brucia e da lui si sviluppa l’incendio tutto intorno. Ed è così che Dario muore per consumazione davanti allo sguardo inorridito della sua ragazza. Da quel momento per Francesca inizia un calvario fatto di visite neurologiche, terapie riabilitative che si limitano a curare in superficie un corpo e un'anima feriti per sempre. Una via Crucis che Giovanna Chelli affronta con incredibile forza e dignità dividendosi tra ospedali e aule di giustizia.

I processi
Il primo processo per la strage di via dei Georgofili inizia il 12 novembre 1996. L'ipotesi di una regia “occulta” dietro a Cosa Nostra aleggia per tutta la durata del procedimento penale per poi consolidarsi il 13 gennaio 1998, quando Giovanni Brusca parla in aula del “papello” con le “richieste” di Totò Riina presentate allo Stato per far cessare le bombe. Brusca rivela le parole ascoltate da Riina dopo le stragi di Falcone e Borsellino: “si sono fatti sotto, gli ho presentato un 'papello' di richieste lungo così e ora aspetto una risposta”, gli aveva raccontato il capo di Cosa Nostra. “Non so chi c'era dall' altro lato del tavolo – specifica lo stesso Brusca –, Riina non me l'ha detto, non so se si tratti di magistrati, poliziotti, carabinieri o massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il ‘papello’ potrebbe essere il dottor Antonino Cinà, forse con Ciancimino o altri”. Poi l’ex boss di San Giuseppe Jato rimarca ancora: “ad un certo punto però, sempre nell'estate del 1992, venne da me Salvatore Biondino (braccio destro di Riina, ndr) e mi disse: 'C’è bisogno di un altro colpetto, un’altra spinta alla trattativa'. Così pensammo di uccidere il giudice Pietro Grasso. Preparai io l'attentato, dovevamo farlo a Monreale, dove sta sua suocera, ma poi si fermò tutto”. Il 6 giugno 1998 boss mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro (tuttora latitante), Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Giovacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo vengono condannati all'ergastolo per le stragi di Firenze, Roma e Milano. La posizione di altri due imputati di primo piano, Totò Riina e Giuseppe Graviano, viene invece stralciata (nel 2000 entrambi vengono condannati ugualmente all'ergastolo). Il 27 luglio del '99 viene depositata la motivazione della sentenza del primo processo nella quale le inquietanti “trattative” tra Stato e mafia riaffiorano con tutte le loro ombre. Il 6 maggio del 2002 la Corte di Cassazione conferma le 15 condanne all'ergastolo per i boss di Cosa Nostra ritenuti mandanti ed esecutori delle stragi del ‘93. Resta, però, ancora aperto il capitolo sui “mandanti esterni”. Grazie alla testimonianza dell'ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, il 23 novembre 2010 inizia a Firenze un nuovo processo per le stragi del Continente a carico del mafioso del mandamento di Corso dei Mille, Francesco Tagliavia, per aver messo a disposizione i suoi uomini per l'esecuzione delle stragi. Lo stesso Tagliavia, condannato all'ergastolo per la strage di via D'Amelio, era già stato coinvolto nella prima indagine sulle stragi del '93, ma la sua posizione era stata poi archiviata. Il 5 ottobre 2011 la Corte di assise di Firenze condanna all’ergastolo Francesco Tagliavia. Il 12 marzo 2012 vengono depositate le motivazioni della sentenza. I giudici parlano chiaro. Lo Stato avviò una trattativa con Cosa nostra, una trattativa che “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” per interrompere la strategia stragista di Cosa nostra. E “l'iniziativa - scrivono - fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”. Nella sentenza si legge che “l'obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d'intesa con ‘Cosa Nostra’ per far cessare la sequenza delle stragi”. Secondo i giudici fiorentini la trattativa, iniziata dopo Capaci, si sarebbe ben presto interrotta con l'attentato di via D'Amelio “forse per una sorta di ritirata di chi la conduceva (certamente il colonnello Mori, forse i livelli superiori degli apparati istituzionali) di fronte al persistere del programma stragista, laddove la trattativa avrebbe richiesto quantomeno un armistizio. Proprio per queste ragioni, l'uccisione di Borsellino resta nelle motivazioni e nella tempistica una variante anomala”. “Esce una quadro disarmante che proietta ampie zona d'ombra sull'azione dello Stato nella vicenda delle stragi”, scrivono ancora i giudici per i quali è del tutto “incomprensibile come apparati di governo si muovessero in un modo così incerto e scoordinato rispetto alla drammatica situazione in cui versava il Paese”. La Corte fa riferimento alla revoca o al mancato rinnovo del 41 bis nei confronti di alcuni mafiosi, con decisioni che “prestano il fianco a molte considerazioni critiche per la loro singolarità e diacronia rispetto a quanto sarebbe stato da attendersi in un momento così allarmante per la vita del Paese”. Per i giudici, “quello che sconcerta nella vicenda è la tempistica e il parallelismo dei percorsi tra lo sviluppo della trattativa, per come emergente dalle dichiarazioni e quei provvedimenti ablatori del regime del carcere duro, che oggettivamente, e al di là di qualsiasi interpretazione o proposito, in quel contesto potevano apparire come sintomo di un cedimento alla mafia”. La sentenza di condanna per Tagliavia viene quindi confermata in Appello nel 2013 per poi essere annullata con rinvio l’anno successivo dalla Cassazione che fissa per il prossimo mese di luglio un nuovo processo di appello.

Dolore e riscatto
Nel frattempo Francesca Chelli si laurea in Architettura all'Università di Firenze con la votazione di 110 e lode. A seguito di quel risultato sua madre Giovanna scrive una lettera aperta a Totò Riina. “Egregio Signor Riina, il suo tritolo, il vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata. Pur fra mille difficoltà, con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata. Posso oggi ben dirlo: quella mattina del 27 Maggio 1993, mia figlia doveva affrontare un importante esame di architettura. Il sistema marcio, colluso con 'Cosa nostra', colluso con lei, ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta. Una rondine non fa primavera, non ci illudiamo, non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia. Ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in architettura, per non darla vinta a lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici che hanno fatto e fanno affari con lei comprandosi barche da mille metri e ville faraoniche in mezzo al verde, a quei banchieri che i soldi li hanno messi sul tavolo di trafficanti di armi che hanno le case piene di quadri preziosi, e ancora per non darla vinta a quei capi militari che giocano a chi compra il diamante più grosso alla propria moglie e a quegli uomini di Chiesa che si sono venduti per avere più oro sulle mitre e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti anche solo per risultare più importanti, ebbene quello sforzo compiuto è riuscito”. “Questa laurea di mia figlia – conclude Giovanna Chelli – è la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento”.

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