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Processo d’appello Mori-Obinu, ex carabiniere Longu: “A Terme Vigliatore per ricognizioni”

lo-verso-ste-effdi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 13 maggio 2015
La vicenda di Terme Vigliatore, con la mancata cattura del boss catanese Nitto Santapaola e la sparatoria che ha visto coinvolto il povero Giacomo Fortunato Imbesi, torna protagonista al processo d’appello Mori-Obinu. Dopo la deposizione del pentito Stefano Lo Verso, è stato ascoltato in aula Roberto Longu, ex appartenente del Ros e membro del gruppo del capitano Sergio De Caprio (alias Ultimo), anch’egli intervenuto nell’aprile 1993 in quella zona. Rispondendo alle domande del pg Patronaggio l’ex carabiniere, oggi consulente per le aziende come security manager (con questo ruolo ha collaborato negli anni scorsi anche con Giuseppe De Donno), ha ricordato quelle che erano le attività svolte a Terme Vigliatore. “Credo fossimo lì per una ricognizione del territorio, in quanto vi era una certa attività investigativa ma nello specifico non ricordo cosa”. Lo scorso luglio, come ricordato da Patronaggio in una contestazione, aveva parlato di attività di “ricerca latitanti e ricognizione del territorio”. “Se l’ho detto lo confermo - ha ribadito Longu - Escludo che ci trovassimo lì casualmente. L’oggetto delle indagini? Non so l’oggetto preciso ma si parlava di attività investigativa in zona. Fu generico”. Quindi ha raccontato le fasi dell’inseguimento di Imbesi: “Io mi trovavo con Randazzo, ad un certo punto arriva la comunicazione radio che era stato visto qualcuno che assomigliava ad Aglieri. Ci avvicinammo anche ad una macchina, venne tirata giù una paletta, ma questo soggetto speronò l’auto credo e riuscì a scappare. Noi andammo all’inseguimento”. Patronaggio ha poi evidenziato come nelle relazioni di servizio di Longu, Randazzo e Mangano con quest’ultimo che parla di essere in quei luoghi per la sicurezza di De Caprio, il secondo parlava di un passaggio casuale mentre il primo ha ribadito anche in aula che si stavano eseguendo delle ricognizioni. Anche il Presidente della Corte, Di Vitale, ha chiesto di spiegare “in quanto non ancora chiaro” il motivo di quella presenza in quel territorio e per “quale motivo non sia mai stata fatta una riunione operativa dove si comunica a ciascuno quel che si doveva fare e lo scopo di questo spostamento da Palermo in provincia di Messina. Perché poi è venuto De Donno ad incontrarsi con De Caprio, proprio a Terme Vigliatore”. E’ a quel punto che Longu ha detto “che all’epoca erano normali certe attività” e che “parlando di Messina credo ci fosse un’idea di una presenza di un traffico d’armi nel messinese e magari si è andati a verificare, ma non ricordo qualcosa di specifico”. Il teste ha anche riferito di non ricordare se a Terme Vigliatore fosse presente Pinuccio Calvi. Tra le incongruenze messe in evidenza dalla Procura, già discusse in dibattimento, si approfondita la questione dell'irruzione armata effettuata nella villa degli Imbesi, collocata a 50 metri dal luogo dove venne individuato il nascondiglio di Santapaola, con l'impiego di militari provenienti anche da altre sedi fuori dalla Sicilia. Un'irruzione che non viene menzionata in alcun atto ufficiale salvo un verbale di perquisizione (che è stato acquisito già in un’udienza precedente) che non indica né il nome dei militari e in cui manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Unica firma presente quella del carabiniere Pinuccio Calvi con quest'ultimo che, sentito dagli inquirenti, ha dichiarato che la propria firma è stata falsificata. Altro dato alquanto sconcertante è che tutti i militari del Ros risultanti dagli atti ufficiali e che quel giorno risultavano presenti hanno affermato “di non avere partecipato all’irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l’avevano eseguita”. Lo stesso Longu oggi ha ribadito di non sapere nulla di quella perquisizione. Il processo è stato quindi rinviato a domani, alle ore 15, quando sarà la volta dell’esame di Sergio De Caprio e l’esame di Giovanni Paone.



Processo d’appello Mori-Obinu, Lo Verso: “Provenzano sulle stragi disse che furono una rovina”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 13 maggio 2015 - Ore 12.44
“Le stragi? Provenzano disse che furono una rovina”. A rivelarlo è il pentito di mafia Stefano Lo Verso, deponendo al processo d'appello a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Provenzano nel '95. L’ex boss di Ficarazzi, dopo aver raccontato dei problemi alla prostata di Provenzano e dei viaggi a Marsiglia ha raccontato alla corte: “Una volta mi disse: ‘se potessi tornare indietro non rifarei questa vita’. Sono sicuro che avrebbe potuto collaborare. (…) La sua detenzione a Parma? Ho visto le immagini e non nascondo i dubbi. E’ impossibile che Provenzano sia potuto cadere dal letto”. Lo Verso ha anche poi riferito in merito alle coperture politiche di cui gli aveva parlato lo stesso capomafia corleonese. “Provenzano mi disse che c’era Cuffaro che doveva mantenere gli impegni. Fu Mandalà a dirmi nel 2003 che Provenzano aveva certe coperture politiche. Mandalà mi disse: “abbiamo nelle mani Marcello Dell’Utri e Renato Schifani”. In merito alle stragi Provenzano gli avrebbe detto che erano “una rovina”. “Disse - ha aggiunto - che erano in cinque a sapere la verità: lui, Lima, Andreotti, Ciancimino e Totuccio (Riina, ndr)”. Secondo le dichiarazioni del pentito Riina avrebbe detto a Provenzano : “Io non mi posso mettere contro Andreotti che mi ha garantito la latitanza”. Provenzano avrebbe poi raccontato a Lo Verso anche altre cose: “Mi disse che dopo le stragi Marcello dell’Utri si mise in contatto con i suoi uomini e che fu lui a dare l’ordine di votare Forza Italia”. Durante la deposizione il collaboratore di giustizia ha anche parlato del “ministro sardo” che avrebbe avvisato Cuffaro delle indagini su Provenzano e che “se l’era fatta franca”. Il riferimento è ovviamente all’ex capo del Viminale Giuseppe Pisanu. Poi ha anche parlato del suo rapporto in carcere con l’ingegner Aiello riferendo alla corte che “potrebbe collaborare con la giustizia ma non ha il coraggio”. Rispondendo alle domande del Pg Patronaggio ha anche detto di aver conosciuto Sergio Flamia nel 2004. “Venni a sapere che già nel 2000 questo voleva farsi una sorta di collaborazione segreta, ma non so se l’ha fatta. Mi è stato fatto capire che era una cosa segreta”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Lo Verso: “Provenzano protetto da un potente dell’Arma”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 13 maggio 2015
- Ore 11.35
“Provenzano mi disse di stare tranquillo che era protetto. Mi disse ‘in passato sono stato protetto da un potente dell’Arma. Stai tranquillo non mi succederà niente e Nicola – riferendosi a Mandalà – lo sa’”. A ribadirlo in aula innanzi alla Corte d’appello presieduta da Di Vitale è Stefano Lo Verso, collaboratore di giustizia di Ficarazzi. Rispondendo alle domande del pg Luigi Patronaggio il pentito sta parlando del suo ruolo di vivandiere del boss corleonese. “Nel 2003 - ha detto - ero diventato una sorta di “postino” dei vari pizzini da recapitare. Io la persona di Provenzano l’avevo vista a casa del ragioniere Mezzatesta e da Cosimo D’Amico ma non sapevo che fosse lui. Nel gennaio 2003 porto per la prima volta in macchina Provenzano che mi viene presentato come un amico di mio suocero. Lo andavo a prendere e lo riportavo dove si trovava. Per tutto il 2003 ho fatto questo. Nel gennaio 2004 ho ospitato in una casa, sul lungomare di Ficarazzi, Provenzano. Mi viene dato l’incarico di ospitare questo signore. In quel periodo Provenzano faceva le riunioni al pianterreno a casa mia. Nel 2004 Provenzano si muoveva liberamente. Quando lo accompagnavo in Chiesa si riempiva la bottiglietta dell’acqua benedetta. All’uscita dalla Chiesa un uomo mi disse che questo signore era sposato con una signora di Corleone. (…) Quando capii di chi si trattava Provenzano mi tranquillizzò: ‘io sono protetto, in passato sono stato protetto da un potente dell’Arma. Stai tranquillo non mi succederà niente e Nicola – riferendosi a Mandalà – lo sa’”. Alla Corte ha anche riferito che Provenzano si muoveva con una patente dove c’era una sua foto con occhialoni ed era intestata ad un signore di Borgetto. Lo Verso ha anche parlato della confidenza con il Provenzano dovuta anche ai farmaci che gli comprava nell’estate del 2004: “Era un farmaco che costava 560 euro, era una sola iniezione.
Si era creata una confidenza e una fiducia con Provenzano. Mi ringraziò anche perché in quel momento gli stavo salvando la vita, ma anche lui l’aveva salvata a me”.

La morte di Ilardo
L’ex boss di Ficarazzi ha anche parlato dei commenti sulla morte di Ilardo quando, nel 2004, Provenzano stava guardando la tv. “Veniva trasmesso un Tg - ha detto Lo Verso - arrivo io, vedo il servizio dove c’era il dottor Di Matteo che parlava con la toga sulla mancata cattura di Provenzano. Provenzano si gira verso di me e io gli chiedo: ma è vero? E lui mi fa un sorrisino e mi dice ‘si’. Mi disse che era Ilardo a volere quell’incontro e che lui si fidava perché era il cugino di Piddu Madonia. Poi mi fa capire di stare attento a quello che facevo, il suo timore era quello di essere tradito e mi fece il segno che Ilardo aveva un registratore. Disse anche: ‘Dio ti ha dato la vita e io te la tolgo’. Da quando l’ho conosciuto io, Provenzano non era più cattivo degli altri. Provenzano l’ho visto anche piangere, non vedeva i suoi figli… se avesse potuto sarebbe tornato indietro”.


Processo d’appello Mori-Obinu: “Volevo pentirmi nel 2005, se mi avessero ascoltato avrebbero potuto arrestare Provenzano”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 13 maggio 2015 - Ore 11.15

“Avevo già pensato di pentirmi nel 2005, quando me lo chiesero dissi che ero combattuto perché fuori avevo la famiglia. E in carcere mi dissero ‘pensi alla sua famiglia’. Io sapevo che Provenzano era nelle zone di Corleone, anche se non conoscevo il punto preciso sapevo dove si doveva andare. Se mi avessero ascoltato nel 2005 avrebbero già potuto arrestare Provenzano”. E’ iniziata la deposizione al processo d’Appello Mori-Obinu di Stefano Lo Verso, ex boss di Ficarazzi ed ex vivandiere di Provenzano durante la latitanza. Coperto da un paravento il pentito sta ripercorrendo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia: “Ho iniziato poi nel febbraio 2011. Una scelta  dettata dalla volontà di dare un futuro migliore a mia moglie ed ai miei figli. Andai in caserma dai carabinieri perché avevo la sorveglianza e chiesi subito di incontrare il dottor Di Matteo che si stava occupando del processo Mori sul mancato blitz a Mezzojuso”. Poi ha aggiunto: “Io avevo paura a parlare con i magistrati, diffidavo dei carabinieri, diffidavo di tutti. Non è un caso che Provenzano è rimasto libero, ma non ero io a garantire questo”. Infine l’ex boss ha parlato del suo ruolo all’interno della famiglia di Ficarazzi. “Avevo rapporti con il ragioniere Mezzatesta, che era il capomafia di Ficarazzi. Accanto a lui ho conosciuto tantissimi uomini d’onore anche se non ero punciuto. Ho anche compiuto atti di intimidazione, con attentati incendiari”.


Processo di appello Mori-Obinu: parla il pentito Stefano Lo Verso

Per la mancata cattura di Provenzano riflettori sull’ex reggente della famiglia mafiosa di Ficarazzi
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 13 maggio 2015

Riprende questa mattina il processo di appello a carico degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Davanti alla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale è prevista la deposizione del collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso. Il pentito è stato chiamato a deporre dal Procuratore generale Roberto Scarpinato e dal Sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio che rappresentano l’accusa al processo. L'ex reggente della famiglia di Ficarazzi (Pa) dovrà riferire in base a quanto scritto nella memoria dei Pg “sui suoi rapporti con Provenzano Bernardo e sulle confidenze ricevute dallo stesso in ordine ai rapporti fra questi e pezzi deviati delle Istituzioni”.
“Provenzano in più occasioni mi ha parlato di rapporti con la politica e le istituzioni – aveva verbalizzato Lo Verso qualche anno fa –. Ciò accadde per la prima volta nel gennaio del 2004. In quel periodo Provenzano mi rivelò la sua identità confermando a tal proposito i sospetti che io avevo già nel mio intimo cominciato a nutrire”.
Davanti ai magistrati l’ex boss aveva raccontato che “notando l'evidente mio timore (dovuto al fatto che tenevo in casa un latitante di quella importanza) il Provenzano mi tranquillizzò dicendomi: 'Stai tranquillo, sono protetto dai politici e dalle autorità; in passato sono stato protetto da un potente dell'Arma. Non ti preoccupare a me non mi cerca nessuno'. A queste parole, ed in particolare in seguito al riferimento all'Arma, avendo io pronunciato con evidente stupore la parola 'Carabinieri', Provenzano aggiunse: ‘meglio uno sbirro amico che un amico sbirro’”. Nei verbali di Lo Verso era emersa quindi una sua grande familiarità con l’ex primula rossa di Cosa Nostra. “Il grado di confidenza tra me e lui – aveva raccontato Lo Verso – si era consolidato perché avevo in più occasioni procurato a Provenzano i farmaci che avevano fatto notevolmente migliorare le sue condizioni di salute. Per questo motivo Provenzano mi manifestò gratitudine. Nella stessa mattinata il Provenzano continuò ad espormi quanto, mi disse, era accaduto dopo le stragi: 'Dell'Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l'onorevole Lima nei rapporti con la mafia. Per questo nel 1994, a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia'”.

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