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Riccio al processo Mori, il coraggio di andare oltre

mori-divisa-colonnello-effdi Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari - 15 aprile 2015
Quasi sei ore di udienza non sono bastate, quest’oggi, per concludere l’esame del teste Michele Riccio, il principale accusatore degli ufficiali dell’Arma Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato blitz a Mezzojuso che avrebbe permesso la cattura di Bernardo Provenzano già nel 1995. Un processo giunto ormai in appello che mette in evidenza uno spaccato di quel “patto” stretto tra Cosa nostra ed istituzioni. E’ evidente la gravità del “non aver fatto nulla”, se non una semplice osservazione, nel giorno dell’incontro tra “Oriente” (così era chiamato in codice il confidente Luigi Ilardo) ed il boss corleonese, adducendo motivazioni surreali (“Non c’erano le possibilità di intervenire in quanto il terreno era costantemente occupato da mucche, pastori e pecore” era stata la giustificazione fornita da Obinu al processo di primo grado). Appare ancor più illogico il “non aver agito poi”, nei mesi successivi, adoperandosi per un arresto che avrebbe consegnato alle patrie galere il capo di Cosa nostra con undici anni d’anticipo. La domanda che resta aperta è sempre la stessa. Perché? Possibile che si sia trattato di sola negligenza, così come di fatto si vuole far credere con la sentenza di primo grado (l’assoluzione di Mori ed Obinu è con la formula de “il fatto c’è ma non costituisce reato”)? Una risposta, forse, si potrà avere alla fine di questo processo d’appello ancora lontano dalla sua fine se si considera che anche oggi il Procuratore generale Roberto Scarpinato ed il sostituto Luigi Patronaggio hanno annunciato di voler chiedere l’esame di nuovi testi. Il motivo è presto detto, “dimostrare che le strumentazioni a disposizione del Ros per l’eventuale blitz fossero tutt’altro che non idonee” e che allo stesso tempo “fossero state sperimentate” seppur non dal personale del Ros. Gli elementi forniti in aula da Michele Riccio, che pure è stato ascoltato in qualità di teste indagato di reato connesso (in primo grado la Corte aveva trasmesso gli atti alla Procura ipotizzando il reato di calunnia), appaiano decisamente poco discutibili, e la funzionalità della strumentazione fornita dall’ambasciata americana (peraltro usata anche in altre indagini dallo stesso Riccio) è facilmente riscontrabile.

La gestione dei collaboratori di giustizia
Ma ci sono anche altri temi che sono stati affrontati in aula e che meritano una riflessione a cominciare da quel tentativo di controllo dei collaboratori di giustizia che si sarebbe sviluppato su più fronti a livello istituzionale. “Mori mi parlò di una strategia di gestione dei collaboratori di giustizia - ha dichiarato Riccio innanzi ai giudici - Mi disse che bisognava sminuire la questione dei collaboratori di giustizia perché tutto si doveva fermare in quanto potevano far fare un salto alle indagini. Noi dovevamo portare più pentiti possibili per dare maggior sviluppo e prestigio alla componente investigativa che in quel momento era subordinata all’attività dei collaboratori di giustizia”. Non solo. Riccio ha anche aggiunto che Ilardo, parlando di Provenzano, non temesse il pentimento di mafiosi come Giovanni Brusca, ma quello di padrini "storici", come Santapaola, Ercolano e Madonia in quanto sarebbero stati a conoscenza di quegli accordi che Cosa nostra da sempre stringeva con pezzi dello Stato”. E poi ha aggiunto: “Cosa Nostra aveva tanta paura della collaborazione di Salvatore Cancemi”. Elementi che producono una nuova serie di interrogativi in particolare se si tiene conto che l’ex boss di Porta Nuova  venne a lungo “gestito” proprio dal Ros. Fino a che punto proprio il Ros sarebbe riuscito ad “arginare” le dichiarazioni dello stesso collaboratore di giustizia? Latitante per anni, all’alba del 22 luglio del 1993 Cancemi aveva deciso di costituirsi ai Carabinieri di Palermo mettendo così fine ad una carriera mafiosa durata vent’anni. Quella mattina lo stesso boss avrebbe dovuto incontrare Carlo Greco, il capo del mandamento di Santa Maria di Gesù, assieme a Pietro Aglieri, per poi raggiungere Bernardo Provenzano in una località segreta. Di fatto, una volta arrivato in caserma aveva consegnato ai Carabinieri un pizzino ricevuto dal Greco, con il quale gli veniva comunicato un appuntamento per la mattina di quello stesso giorno con Provenzano. “Dopo aver chiesto di avvisare il Capitano ‘Ultimo’ – ci aveva raccontato il pentito in una lunga intervista – dissi ai Carabinieri che io avevo, per quella mattina alle sette, un appuntamento con Provenzano; quindi se volevano potevano prenderlo. All’inizio non mi hanno creduto, perché altri pentiti avevano dichiarato che non si sapeva se era ancora vivo”. (…) “Poi mi hanno fatto un buco nei pantaloni, ancora li conservo, per mettermi una microspia nella tasca in modo che io salissi in macchina con Carlo Greco. E li facessi arrivare a Provenzano. Ma tutto si è risolto in una bolla di sapone. E intanto l’orario dell’appuntamento è passato”. “Perché secondo lei non hanno voluto prendere Provenzano?”, avevamo chiesto al pentito. “Questo io non lo so – ci aveva risposto –. So che questa è la realtà, è oro colato!”. Come è noto con le sue successive affermazioni su Dell’Utri e Berlusconi, quali possibili mandanti esterni delle stragi del ‘92/’93, l’ex boss di Porta Nuova si era attirato l’ira santa di buona parte del mondo politico-istituzionale provocando un vero e proprio isolamento attorno a sé. Dal canto suo lo stesso Cancemi aveva dichiarato che quei due nomi glieli aveva fatto Totò Riina in persona garantendogli che questo era “un bene per tutta Cosa Nostra’”. Il ruolo “grigio” dei Servizi - che “deviati” non sono -torna inevitabilmente sotto i riflettori. Quei Servizi che - oggi come ieri - entrano nelle carceri per tastare il polso dei collaboratori di giustizia, quelli stessi che “favoriscono” la morte di Gianni Ghisena, rientrano forse nella strategia “attendista” del fallito blitz a Mezzojuso, nella mancata perquisizione del covo di Riina, o nella mancata cattura di Santapaola a Terme Vigliatore? Se, come dice Ilardo, Santapaola era della stessa linea “trattativista” di Provenzano, custode di segreti inconfessabili,  gli si voleva forse mandare un preciso segnale  con quella sceneggiata della sua mancata cattura? Della serie: per il momento non ti catturiamo, ma se un giorno dovessi solo pensare di collaborare sei già un uomo morto. E’ la punta di un iceberg quella che emerge. La parte sommersa è quella più oscura. Sulla quale occorre fare luce collegando i pezzi scomposti di questo mosaico nel quale l’omicidio Ilardo, così come il finto suicidio di Antonino Gioè si intersecano tra di loro.

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