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Processo d’appello Mori-Obinu, Riccio: “Provenzano confidente ad alto livello con le istituzioni. Me lo disse Ilardo”

divisa-colonnello-effdi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 15 aprile 2015
“Provenzano? Era un confidente ad alto livello con le istituzioni. Questo me lo disse Luigi Ilardo”. Così ha riferito Michele Riccio, ex colonnello dei carabinieri, sentito oggi come teste al processo d’appello Mori-Obinu. “Ilardo - ha aggiunto - mi disse anche che Provenzano parlava con vecchi esponenti della DC: Andreotti, Ligresti e altri. Inoltre aggiunse che mentre Provenzano privilegiava questo rapporto dall’altra parte c’era Riina che parlava con il Psi. Un rapporto che si era saldato con l’attentato a Carlo Palermo. E’ in un’altra occasione che invece mi ha parlato di Peppino Farinella come il terzo esponente di Cosa nostra che aveva portato avanti questa strategia stragista, assieme a Riina e Provenzano. Ilardo definiva Farinella come il terzo mandante delle stragi”. Parlando di Provenzano Riccio ha ricordato che Ilardo gli aveva riferito che la “la disposizione di cambiare anche la strategia operativa della mafia, senza più azioni eclatanti ma tornando all’antico, veniva dal mondo politico”. Alla domanda del pg Patronaggio su chi, all’interno di Cosa nostra, fosse a conoscenza con esponenti della politica e dei servizi segreti il teste ha risposto con fermezza: “Pochissimi. Ilardo fece i nomi di Piddu Madonia e Nitto Santapaola. Infatti all’interno di Cosa nostra c’era il timore che lo stesso Santapaola, che era sulla linea della trattativa di Provenzano, avvicinandosi alla religione potesse pentirsi”. E sul perché vi fosse questo timore Riccio ha spiegato che “il pericolo riguardava questi rapporti con le istituzioni (precedentemente riferiti come segmenti della politica, della massoneria ed anche servizi, ndr) che grazie a Cosa nostra trovavano sostegno ed alimento”. “Per fare un esempio - ha aggiunto l’ex colonnello dell’Arma - Ilardo disse che Ghisena morì perché venne abbandonato dai servizi che fino a quel momento lo avevano protetto”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Riccio: “A Mezzojuso non venne svolta alcuna attività successiva”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 15 aprile 2015
“Il giorno dell’incontro tra Ilardo e Provenzano ero presente nella zona perché sapevo che mi sarei dovuto vedere con il confidente successivamente. Damiano intanto aveva disposto le operazioni di osservazione con i militari erano collocati in vari punti”. L’ex colonnello Michele Riccio prosegue nella sua esposizione dei fatti nei giorni del mancato blitz a Mezzojuso nell’ottobre 1995. “Successivamente mi incontrai con Ilardo - ha aggiunto il teste rispondendo alle domande del Pg Patronaggio - mi raccontò dell’incontro con Provenzano. Mi rese anche una descrizione del Provenzano dicendomi che poteva essere benissimo scambiato per un fattore. Mi diede i nomi delle persone, le targhe, i numeri di telefono, tante informazioni su soggetti implicati nella gestione della latitanza. Io girai tutte le informazioni ai miei ufficiali sia a voce che nelle relazioni. Ilardo diede anche precise indicazioni per giungere al luogo degli incontri di Provenzano. Mi spiegò anche dove fosse la trazzera. Mi proposi anche di eseguire io queste attività ma il colonnello Mori mi disse mi disse 'no, no, lo facciamo con De Caprio (il famoso capitano Ultimo), abbiamo tutto noi, il tuo compito è mantenere i contatti con la fonte'. In quel momento ci rimasi male pensando che lo volessero arrestare loro ma anche che l'importante era raggiungere il casolare. Dopo qualche giorno mi disse che non erano riusciti a trovare il posto e mi sembrò assurdo, era semplice, in una zona piana, il casolare si vedeva addirittura dal bivio. Più volte mi dicono che non riescono a trovare il casolare. Alla fine nel rapporto di informativa Grande Oriente diedi addirittura le coordinate del casolare”. Durante la deposizione al teste sono state mostrate alcune fotografie effettuate il 31 ottobre 1995. “La sera stessa - ha detto Riccio - io fornii tutti i riferimenti per giungere all’identificazione di questi personaggi. Fotografie che rappresentano l’unica attività svolta. Io non ho mai avuto notizie degli sviluppi investigativi, dell’esito di queste indagini, l’ho chiesto a Damiano, Obinu e Mori. Ilardo mi sollecitava: ‘l’avete preso?’. Io mi trovavo in imbarazzo. Mi veniva risposto da Mori e Obinu che non dovevo occuparmene e che se ne stavano occupando loro. Ilardo mi disse che in base le sue risultanze Provenzano rimase in quella zona fino all’aprile ’96”. Approfondendo in merito agli accertamenti da lui fatti sulle indicazioni di Ilardo Riccio ha specificato: “Erano perfette. Ci venne data l’esatta indicazione di Mezzojuso. Era un terreno pianeggiante. Ilardo mi disse: ‘per raggiungere la stradina che porta alla casa lei la vedrà già dalla strada’. Nonostante le indicazioni il Ros disse che aveva bisogno di un ulteriore sopralluogo perché non localizzava la trazzera”. E’ a quel punto che in aula, sul maxischermo, vengono mostrate alla Corte presieduta da Di Vitale le immagini video di Mezzojuso registrate in recenti accertamenti dalla Dia e che riprendono la strada dello scorrimento veloce Palermo-Agrigento, il bivio di Mezzojuso, fino all’ingresso della trazzera che porta alla masseria Frattina (frequentata da Provenzano e dove c’era Benedetto Spera) e quella di Fontacazzo (dove si incontrarono Provenzano ed Ilardo)”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Riccio: “Per il blitz a Mezzojuso c’era la disponibilità di strumenti Gps forniti dagli Americani”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 15 aprile 2015
“Il blitz a Mezzojuso era fattibile. Avevamo a disposizione la strumentazione gps fornito dall’ambasciata americana che avevamo già utilizzato in altre due operazioni (“Piña Colada” e “Pantera”). Di questo parlai a Mori a Roma quando ricevetti la notizia da Ilardo dell’incontro con Provenzano. Mi fu detto che avremmo utilizzato gli strumenti in dotazione al Ros e che sarebbe stato meglio compiere un servizio di osservazione dell’incontro tra Ilardo e Provenzano per acquisire ulteriori notizie”. Rispondendo alle domande del pg Luigi Patornaggio, l’ex colonnello Michele Riccio, principale teste dell’accusa al processo d’appello contro gli ufficiali dell’Arma, Mario Mori e Mauro Obinu. “Quell’attrezzatura permetteva la perfetta localizzazione delle persone lanciando un segnale radio che veniva captato dalle antenne posizionate su alcune nostre auto - ha detto Riccio - Questo gps veniva inserito in una cintura ed era come un bottone invisibile in modo da permettere a Ilardo di darci un segnale quando si sarebbe trovato di fronte a Provenzano. In questa maniera c’era la certezza che saremmo potuti intervenire”. A conferma della propria esposizione il teste ha prodotto alcune fotografie (acquisite agli atti), scattate a Bagheria, in cui si attesta la presenza di un funzionario della polizia americana e di Joseph Reggimenti. “Ci stavano spiegando il funzionamento dell’attrezzatura - ha spiegato Riccio - perché rispetto alle altre operazioni avevamo fatto una modifica per permettere a Ilardo di segnalarci la presenza del Provenzano. Reggimenti era il funzionario dell’ambasciata americana che mi aveva fornito l’attrezzatura in quelle altre operazioni e che collaborava con me. Dell’esistenza di questa attrezzatura era perfettamente consapevole anche il capitano De Caprio”. Il pg Patronaggio ha evidenziato alla Corte l’importanza delle fotografie come riscontro all’esistenza di attrezzatura funzionante per eseguire il blitz, contrariamente a quanto rappresentato nella sentenza di primo grado dove si parla di apparecchiatura non funzionante ed ha anticipato anche che chiederà l’esame di tutti coloro che hanno utilizzato quell’attrezzatura “visto che in sentenza c’è scritto che non fu fatta alcuna prova con elicotteri dei carabinieri, infatti fu con altri elicotteri”. Sulla questione è intervenuto lo stesso Riccio che ha aggiunto: “Avevamo due tipi di attrezzature. Questa che era stata fornita dagli americani ed un’altra, sperimentale, fornita da un operatore di Genova, per il controllo audio e video di soggetti in certe località. Questa seconda attrezzatura è quella che si dimostrò non funzionare, tanto che ne faccio riferimento a pag.170 del rapporto Grande oriente”.
Tornando alla notizia del possibile incontro con Provenzano Riccio ha riferito alla Corte: “il 28 ottobre Ilardo mi contatta dicendomi che mi avrebbe chiamato il giorno dopo per darmi una grande notizia. Mi disse, ‘Ci siamo’. Si tratta del primo e unico incontro tra Ilardo e Provenzano. Il 29 telefono a Mori e gli dico che Ilardo mi ha comunicato l’incontro con Provenzano, quindi mi reco a Roma dove mi vedo con Mori Obinu, De Caprio e Ganzer. Li metto al corrente che avrei potuto utilizzare un gps fornito dall’ambasciata americana ma mi viene risposto che sarebbe stato utilizzato quello in dotazione al Ros. Non solo. Mori mi disse che sarebbe stato opportuno che in questo primo incontro Ilardo getti le basi per uno successivo'. Mi fa capire che non c'era la possibilità di organizzarsi subito e che non vuole coinvolgere altri e che comunque non vorrebbe procedere subito all’arresto ma aspettare, avviare un pedinamento e attendere una situazione più gestibile. Detto ciò mi invia a Catania dandomi come referente il capitano Damiano di Caltanissetta. Questi dipendeva dal maggiore Obinu e dal colonnello Mori”. “Arrivato a Catania – ha continuato Riccio – mi accorgo che Damiano non ha nessuna idea dell’operazione che stiamo andando a svolgere e anche quando gli spiego l’importanza dell’operazione mi rendo conto che non saranno in grado di avviare un pedinamento senza mettere in pericolo la copertura e l'incolumità di Ilardo”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Riccio: “Ilardo disse a Mori che molti attentati di Cosa nostra erano stati chiesti dallo Stato”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 15 aprile 2015

In quella che è una vera e propria deposizione fiume il colonnello Riccio ha anche raccontato l’incontro avvenuto negli uffici del Ros tra Mori ed il confidente Ilardo, il 2 maggio 2015, giorno in cui si è tenuto il primo incontro propedeutico alla collaborazione di Ilardo con le Procure di Palermo e Caltanissetta. “Prima dell’incontro con Tinebra e Caselli, lo presentai a Mori. La scena mi colpì: Ilardo si avvicinò di getto a Mori e gli disse ‘Guardi che molti attentati attribuiti a Cosa Nostra in realtà sono stati voluti dallo Stato’. Mori si irrigidì, strinse i pugni, si volta di scatto e con lo sguardo abbassato esce. In passato Ilardo mi aveva fatto comprendere di molti attentati che erano stati addebitati esclusivamente a Cosa nostra ma dove i mandanti erano parte di questo contesto deviato. Mi parlò di Mattarella, Pio La Torre, Inzalaco, attentato dell'Addaura, Domino, la morte dei due agenti di polizia a Palermo, Agostino e Piazza. E mi disse che avrebbe parlato dei mandanti ma che preferiva farlo all'autorità giudiziaria. Quando fece quella considerazione a Mori intesi che voleva parlare di questo ed anche altro”. Riferendo in merito all'incontro con i magistrati Riccio racconta che Ilardo si rivolse solo a Caselli, ignorando Tinebra: “prima di sedersi spostò la sedia che era posta davanti a Tinebra e la mise davanti al dottor Caselli. Vidi subito che Tinebra non era soddisfatto. E subito dice 'io ho completa fiducia nell'autorità giudiziaria. Nella saletta c’era anche il pm Teresa Principato che prendeva questi appunti”. Proseguendo nella propria esposizione Riccio ha anche parlato di “Faccia da mostro”: “Ilardo mi disse che c’era un altro Ghisena, un altro esponente dei servizi segreti che operava in Cosa Nostra, questo personaggio aveva avuto un ruolo operativo negli omicidi Agostino e Piazza e nel fallito attentato all’Addaura. Mi fece una descrizione di questo personaggio con il viso deturpato come se fosse un mostro”. Parlando dell’omicidio Ilardo, avvenuto il 10 maggio 1996, Riccio ha dichiarato, in base a quella che è stata la sua esperienza investigativa, che il confidente era stato ucciso in quanto avrebbe parlato degli “apparati deviati dello Stato”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Riccio: “Mori mi disse che Forza Italia avrebbe risolto i problemi dell’Arma”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 15 aprile 2015

“Forza Italia avrebbe risolto i problemi dell’Arma. Questo era un discorso che Mori mi fece in più occasioni. Riguardava i problemi di tipo ‘gestionale’, sui rapporti strategici dell’Arma ed anche riguardo alla strategia di gestione dei collaboratori di giustizia. Mori mi disse che bisognava sminuire la questione dei pentiti perché tutto si doveva fermare in quanto i collaboratori potevano far fare un salto alle indagini”. A dirlo alla Corte, rispondendo alle domande del pg Luigi Patronaggio (presente in aula assieme al Procuratore generale Roberto Scarpinato), al processo d’appello Mori-Obinu. “Questi discorsi si presentarono quando Ilardo mi parlò della decisione di Cosa nostra di appoggiare un nuovo soggetto politico. Ilardo mi riferì che Provenzano era vivo ed operante, anche se il capo operativo era Riina e che in seno a Cosa Nostra esisteva una spaccatura sulla linea operativa decisa da Riina: c’era chi la condivideva e chi no. C’era stato il tentativo di Cosa Nostra di costituire un proprio soggetto politico, ma non era riuscito. Poi Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage del nuovo soggetto politico di Berlusconi che gli aveva garantito che in 6-7 anni avrebbero messo a posto le cose”. L’ex colonnello ha poi aggiunto che il confidente Ilardo gli parlò anche della riunione di Enna “per decidere di appoggiare questo nuovo soggetto politico. Il compito di Provenzano era quello di ricompattare Cosa Nostra nei confronti del nuovo soggetto politico. Il ruolo di Ilardo era quello di far superare i problemi che potevano sorgere nei vari mandamenti. Provenzano dirà a Ilardo che sarebbe stato il suo rappresentante innanzitutto per le famiglie di Caltanissetta, Enna e Catania. In un primo momento non mi fece il nome del soggetto dell’entourage di Forza Italia. Me lo comunica successivamente: Marcello Dell’Utri. Accade una volta in macchina, io compravo alcuni quotidiani come La sicilia e il Giornale di Sicilia. Leggendo la cronaca lessi un articolo che vedeva Dell’Utri contrapposto ad un altro imprenditore, Rapisarda, e gli chiesi se fosse lui l’interlocutore, Ilardo me lo confermò”.
Secondo il teste l’allora colonnello Mori non voleva che in merito venisse realizzata alcuna relazione di servizio. “Io replicai che dovevo rendere conto alle procure competenti. Io ho sempre fatto relazioni di servizio di tutto quello che mi diceva Ilardo. Mori mi disse di non inserire i nomi dei contatti politici di Ilardo. Nella stesura del rapporto ho trovato difficoltà da parte di Mori”. Durante l’interrogatorio di Riccio è anche stato acquisita una lettera del 21 aprile 1994, inviata da Riccio al Procuratore Caselli nella quale Riccio spiega del ruolo di Ilardo come collaborante in quanto riferisce “importantissime informazioni su Cosa Nostra”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Riccio: “Ilardo doveva aiutarci ad individuare i mandanti esterni delle stragi”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 15 aprile 2015

“Nell’estate del ’93 De Gennaro, quando ero alla Dia, mi affida la gestione di Ilardo. Lui poteva aiutarci ad individuare i mandanti esterni sulle stragi del ’92-’93. La sua collaborazione poteva essere preziosa e fece per primo il nome di Pietro Rampulla come artificiere usato da Cosa nostra”. E’ iniziata la deposizione, nelle veste di indagato di reato connesso, dell’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio al processo d’appello Mori-Obinu che vede imputati i due ufficiali per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. “Ilardo mi disse che per comprendere chi fossero i mandanti esterni del ’92-’93 si sarebbe dovuto fare un passo indietro perché si trattata di personaggi appartenenti a quegli stessi ambienti che negli anni settanta posero in essere una strategia della tensione. Lui spiegava di aver fatto parte di un certo contesto mafioso, vicino all’eversione di destra che era in contatto con apparati deviati dello Stato”. Tra i soggetti borderline a cui Ilardo faceva riferimento vi era anche Giovanni Ghisena, ucciso nel carcere di Fossombrone nel 1981. Quest’ultimo era un criminale di alto spessore e di alto livello alle dirette dipendenze di Luciano Liggio e Domenico Tripodo. Aveva collegamenti con la massoneria ma anche con i servizi segreti. Un fatto questo che fu verificato personalmente da Ilardo quando gli furono consegnati dei documenti dallo stesso, pochi momenti prima di un posto di blocco dei quali il Ghisena chiese la distruzione”. Riguardo alla collaborazione di Ilardo Riccio ha spiegato che nella prima fase mai venne fatto riferimento a Provenzano in quanto nell’ambito investigativo si riteneva che lo stesso boss corleonese fosse morto. Inoltre il teste ha anche ripercorso le indagini compiute per conto del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa sulla massoneria e le infiltrazioni della stessa all’interno dell’Arma.

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