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Processo trattativa, l'autodifesa scontata di Mannino

mannino-calogero-cn-effDa Scotti con “poca memoria” al rapporto “mafia appalti” le dichiarazioni spontanee dell'ex Dc
di Aaron Pettinari - 26 marzo 2015
Dichiara di non aver mai avuto rapporti con Cosa nostra, dice di aver sempre denunciato gli atti intimidatori nei suoi confronti, di aver avuto un grande rapporto con il generale dalla Chiesa, con il giudice Falcone e, anche se in maniera più marginale, con Borsellino. Così Calogero Mannino, imputato nel processo stralcio sulla trattativa Stato-mafia che si svolge con il rito abbreviato davanti al Gup di Palermo Marina Petruzzella, innalza la sua barriera difensiva.
Per allontanare da sé l'accusa di attentato a corpo politico dello Stato l'ex ministro della Dc parte da lontano, ripercorrendo anche fatti antecedenti ai primi anni novanta, tanto che lo stesso Gup Petruzzella è più volte intervenuto ricordando all'imputato di concentrarsi “sui fatti processuali”. Mannino va a braccio, accusa Scotti di aver perso “davanti ai pubblici ministri la linea maestra e la memoria che, pure, è puntuale e preziosa”. E poi ha aggiunto: “Non è possibile ricostruire fatti storici solo facendo affidamento alla cattiva memoria. La premessa della trattativa, che non mi riguarda in nessun modo, non c’è. Scotti è impreciso lui porta i pm su una falsa strada ovvero dichiarando di aver avuto il consiglio dall'onorevole Gargani (Presidente della Commissione giustizia) di ritirare il decreto legge che porta al 41 bis. Ciò non è reale. E' noto che per regolamento parlamentare, con le crisi di governo le commissioni sospendono le attività”. Ed è anche in merito a ciò che in maniera plateale si è girato verso i giornalisti presenti in aula, indicando anche loro tra quelli che “qualche volta perdono la memoria”, prendendosi anche il rimprovero del Gup (“Si rivolga alla corte”).
Nella sua esposizione sono diversi i titoli e gli articoli di giornale a cui ha fatto riferimento per ricostruire il clima di quel tempo, citando in particolare il libro di Marco Damilano “Eutanasia di un potere. Storia politica d'Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica” ma senza entrare mai nel merito delle circostanze specifiche che i pm (oggi presenti in aula il procuratore aggiunto Vittorio Teresi ed il sostituto Roberto Tartaglia) hanno toccato nel corso della requisitoria.
Così, rendendo dichiarazioni spontanee, l'avvicendamento tra Scotti e Mancino secondo Mannino “avviene per una sua scelta tutta politica, dettata dalla sua corrente, in seno alla Democrazia cristiana. Una vicenda che mi vede completamente estraneo. Così come autonoma fu poi la scelta di Scotti di dimettersi da ministro degli Esteri”. Una Dc che, a suo dire, stava vivendo una nuova fase dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, fino ad arrivare al maxi processo. “Vi facevano parte personaggi di assoluto rilievo e ancora oggi alcuni di loro ricoprono incarichi e ruoli al massimo livello istituzionale, uno per tutti il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”.

Gli allarmi e la parola di Falcone
Durante l'esposizione Mannino in più di un'occasione ha fatto riferimento alla sua amicizia con Giovanni Falcone. Rivolgendosi al giudice Petruzzella ha raccontato che l'idea di nominare Falcone alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia fu dell'ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, che vi fu una sorta di percorso. Iniziò quando il Csm votò per Meli anziché per Falcone. “Lui esprimeva questo disagio a rimanere a Palermo, c'era questa opportunità della nomina all'Alto Commissariato, al tempo di Vassalli al ministero della Giustizia. La portammo avanti questa cosa ma poi ci fu l'opposizione del Csm che non era disposto a dare la disponibilità al mantenimento del ruolo all'interno della magistratura. E così venne nominato Sica”.
L'ex ministro della Dc ha poi parlato anche delle notizie di possibili attentati che giravano nei primi anni novanta. “Tra queste vi erano degli esposti tra cui questo a firma di Amendolito. Veniva prefigurato uno scenario di campagna destabilizzante e istituzionale non solo basata sull'assassinio ma anche su menzogne e calunnie. Venne indirizzata al Presidente della Repubblica, a diversi ministri, anche a me. Ebbene Falcone stesso ci aveva messo in guardia sul personaggio ricordando che era un noto depistatore coinvolto nei traffici di droga quando si era occupato della Pizza Connaction”. Successivamente, il 12 marzo del 1992, in un agguato viene ucciso Salvo Lima, potente politico democristiano, rappresentante in Sicilia di Giulio Andreotti, accusato di avere stretti legami con i boss mafiosi e ben quattro giorni dopo il capo della polizia Vincenzo Parisi invia al ministero dell’Interno un’informativa riservata secondo cui potrebbe sussistere il rischio di un imminente golpe in Italia in cui si esprimevano rischi per una serie di figure istituzionali tra cui lo stesso Mannino, Andreotti, Martelli ed altri. “Scotti parlò del rapporto del Capo della Polizia - ha raccontato l'ex politico in aula - ma in molti, a cominciare da Martelli, definirono quel rapporto come una patacca. In molti temevano che vi fosse una strumentalizzazione elettorale”. Ad onor del vero a definire “patacca” quell'allarme fu il Presidente del consiglio di allora, Giulio Andreotti, e qualche anno fa, durante la testimonianza al processo Mori-Obinu, anche l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino disse: “Quell’allarme era considerato una patacca ed io stesso lo considero un po' eccessivo”. E poi aggiunse: “In seguito a Montecitorio incontrai Mannino che mi disse ‘il prossimo sono io’” il che si scontra con l'apparente stato di serenità (“conclusi per intero la campagna elettorale in Sicilia”) di cui oggi lo stesso Mannino ha riferito durante la propria esposizione innanzi al Gup.
Mannino ha poi parlato anche della morte di Lima ricordando le dichiarazioni di De Mita in merito a quanto a lui riferito dal giudice Falcone. “Qui avete il problema del 'morto in casa' - avrebbe detto - ma anche che questo assassinio indica una reazione di Cosa nostra all'esito delle condanne del maxi processo”. “Vi era la condanna definitiva di Vito Ciancimino – ha ricordato Mannino – E noi stavamo tracciando una linea politica di un certo tipo”. Peccato però che l'ex ministro della Dc non abbia anche ricordato altre parole che lo stesso Falcone disse ad alta voce a diversi colleghi, tra cui Piero Grasso: “Non si uccide la gallina che fa le uova d'oro se non c'è già pronta un'altra che ne fa di più”. Anche alla collaboratrice Liliana Ferraro in viaggio negli Stati Uniti Falcone chiese di rientrare immediatamente perché da quel momento sarebbe potuto “succedere di tutto”. Elementi che certo non fanno presupporre che Falcone ritenesse Lima estraneo a Cosa nostra.

Mafia appalti, Spatola e Borsellino
Ma nella sua esposizione Mannino non si è accontentato di citare Falcone ed il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che frequentava più abitualmente che il generale Subranni, incontrato a suo dire “solo in occasioni sporadiche ed istituzionali”. Ha anche detto in aula di aver avuto un certo rapporto di amicizia con Paolo Borsellino al punto che, a suo dire, in un'occasione il giudice sarebbe arrivato a chiedergli persino un favore, ovvero di ritirare una querela per calunnia nei confronti del collaboratore di giustizia Rosario Spatola. In questo modo, sempre a detta dell'ex politico della Dc, si sarebbe evitato che gli effetti di questa denuncia avrebbero potuto avere su altre dichiarazioni rese dal collaborante. Una vicenda su cui l'ex ministro si è soffermato con insistenza.
“Aveva rilasciato delle dichiarazioni al sostituto procuratore di Trapani, Francesco Taurisano, sulla mia persona. Dichiarazioni che in precedenza a Borsellino non aveva mai fatto e che ripeté anche nella trasmissione Samarcanda”. L'ex ministro dell'Agricoltura veniva tirato in ballo come “uomo d'onore” e proprio da quella trasmissione fioccarono le querele di Mannino per calunnia nei confronti di Spatola, e per diffamazione nei confronti di Michele Santoro, dell'inviato di Samarcanda Sandro Ruotolo, e del direttore del Tg3 Sandro Curzi. Borsellino tempo prima, in un'intervista aveva rilasciato delle dichiarazioni dove chiariva che “il pentito è credibile solo se riscontrato” dicendo che su Spatola si era “finito per attribuire un'importanza dirompente a dichiarazioni che comunque proveniva da un piccolo pentito”. Tempo dopo il collaboratore Spatola ritrattò la propria dichiarazione arrivando persino a chiedere “scusa” a Mannino. Ma al di là della parola dell'ex ministro, di interventi ulteriori di Borsellino in merito non vi è neanche l'ombra. Proseguendo la propria ricostruzione Mannino ricorda anche che quello è il periodo in cui si sviluppa un'indagine che “ha un andamento non lineare. Un rapporto dei Ros dei carabinieri chiamato Mafia e appalti. Ancora oggi non si capisce. Perché il Ros se aveva un rapporto ne ha presentato un altro?”. E nel merito dell'inchiesta Mannino dice di non aver mai chiesto l'intervento del maresciallo Guazzelli “per aggiustare le carte”, né tantomeno di aver mai affrontato il tema di eventuali minacce nei suoi confronti. “L'unica cosa che mi chiese era per quali strade passassi per andare a Sciacca e mi consigliò di non passare nei luoghi dove vi erano tunnel. Non chiesi il motivo per cui mi diceva tutto questo. Io ho sempre denunciato gli episodi di minaccia ricevuti, tramite i miei collaboratori che avevano raccolto alcune telefonate. Questo per dire che gli episodi di intimidazione sono avvenuti prima del 1992, ben prima l'omicidio Lima. Poi, in piena campagna elettorale, vi è l'episodio di Misilmeri ma che non può essere ricondotto al solo Mannino. Era ovvio che dopo l'assassinio di Lima per tutti noi che eravamo della Dc la situazione non fosse facile”. Il racconto dei “pezzi” (così Mannino aveva appellato i fatti raccontati dall'accusa nella requisitoria) si è poi dilungato fino ad arrivare alle ipotesi libanesi sull'azione di tipo strutturale e terroristica ipotizzata dopo l'assassinio di Rocco Chinnici per poi passare all'episodio in cui il sindaco Orlando attaccò pubblicamente Falcone. A quel punto però il Gup Petruzzella non ha potuto fare a meno di intervenire (“non le voglio impedire nulla ma lei deve parlare delle sue cose”) rinviando l'udienza a domani mattina, quando Mannino dovrà concludere la propria esposizione e prenderanno il via le arringhe degli avvocati, Grazia Volo e Marcello Montalbano.

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