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Trattativa Stato-mafia: autodifesa di Mannino (primo round)

scotti-eff-nikondi Lorenzo Baldo - 26 marzo 2015
Scene di autodifesa di un ex potente. Sotto i riflettori torna l’improvviso avvicendamento di Vincenzo Scotti da ministro dell’Interno a capo della Farnesina. “Non ci fu nessun disegno occulto – dichiara in aula l’ex ministro Dc Calogero Mannino durante le sue dichiarazioni spontanee –, se poi Scotti, dopo 40 giorni, decise di lasciare il ministero degli Esteri fu per una scelta personale”. Per smentire quella che viene definita una “scelta personale” figlia di una “scelta politica”, basta riprendere la dichiarazione dello stesso Vincenzo Scotti. Era il 20 marzo 1992 e Scotti interveniva davanti alle Commissioni Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati. Quelle parole erano state successivamente riportate durante un’udienza del 2012 del processo per la mancata cattura di Provenzano. “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata – aveva dichiarato Scotti prima delle stragi di Falcone e Borsellino – è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Se qualcuno ritiene che questo non sia vero sono pronto alle dimissioni ma per questa ragione, ma non cedo il passo su questo terreno, ho detto che l’allarme sociale è altissimo e la gente deve sapere queste cose. Siamo un Paese di misteri e io non intendo gestire il ministero degli Interni con una condizione di silenzio o di misteri e senza mettere su carta le cose che si fanno”. A rafforzare la tesi che lo stesso Scotti fosse decisamente malvisto da una parte consistente della compagine governativa dell’epoca sono sempre le dichiarazioni dell’ex esponente democristiano relative al periodo nel quale, insieme all’allora ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, aveva iniziato a lavorare sul decreto legge relativo al carcere duro per i mafiosi, il famoso “41 bis”. “Quando accelerai per l’approvazione del decreto – aveva specificato Scotti – fui isolato politicamente”. Di fatto solo nel mese di agosto del ’92, dopo la strage di via D’Amelio, quel decreto sarebbe stato approvato definitivamente. L’isolamento politico si era concluso oggettivamente con la sua destituzione da ministro dell’Interno. In un’intervista a Repubblica del 21 giugno ’92 l’on. Scotti non aveva usato mezzi termini. “Nel mio stesso partito, come nel partito di Martelli – aveva sottolineato al giornalista Giuseppe D’Avanzo –, c’è chi sarebbe molto contento che entrambi ce ne tornassimo a casa. Ho l'impressione sempre più acuta che prima ci leviamo dai piedi, più gente sarà soddisfatta. E soddisfatta certamente sarà la mafia quando il nuovo governo invece di sviluppare con coerenza un piano operativo, già delineato, ricomincerà daccapo come se nulla fosse in questi mesi, in questi anni, accaduto”. Il grido di allarme di Scotti nei confronti dei rischi di attentati era stato parificato ad una “patacca” perfino dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Paradossalmente è oggi lo stesso Mannino a citare in aula questi episodi a mo’ di feticcio difensivo. In un passaggio successivo della sua autodifesa l’ex ministro fornisce la sua versione sulle minacce di morte ricevute tra il ’90 e il ’91 che a suo dire sarebbero state “sempre denunciate”.

Niente di più falso. Il suo rapporto con il maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso in circostanze mai chiarite, viene ugualmente sminuito nella sua ricostruzione. Basta, però, mettere in fila fatti e circostanze per focalizzare le contraddizioni. Nel mese di febbraio ’92 (dopo la sentenza della Cassazione sul maxi processo) Mannino aveva ricevuto a casa una corona di crisantemi. Pur avendo compreso benissimo quale messaggio di morte rappresentasse, non aveva denunciato nulla. Qualche giorno dopo, però, aveva confidato al maresciallo Guazzelli: “Ora uccidono me o Lima”. E così era accaduto. Il 12 marzo l’ex europarlamentare Dc Salvo Lima era stato assassinato a Mondello. Tre settimane dopo, il 4 aprile, anche Guazzelli era stato ferocemente ucciso. In quel momento l’ex ministro democristiano era letteralmente terrorizzato. Per la Procura l’assassinio di Guazzelli sarebbe stato deciso, dopo l’omicidio Lima, per lanciare un ulteriore messaggio di minaccia proprio a Mannino. Dal canto suo il sottoufficiale dei Carabinieri aveva effettivamente un legame diretto con l’ex deputato democristiano ed era diventato una sorta di tramite tra lo stesso Mannino e l’ex capo del Ros Antonio Subranni. Di fatto il figlio di Giuliano Guazzelli, Riccardo, lo aveva successivamente confermato agli inquirenti. Guazzelli jr aveva parlato di un incontro, avvenuto prima dell’omicidio Lima, nel quale lo stesso Mannino aveva manifestato a suo padre tutta la sua angoscia di essere ucciso. Le annotazioni dell’ex colonnello del Ros, Michele Riccio, avevano portato ulteriori conferme. Il 13 febbraio 1996 il col. Riccio aveva scritto di suo pugno: “Sinico, confermato Subranni aveva paura della morte di Guazzelli (maresciallo) vicino a Mannino, De Donno fu fatto rientrare di corsa dalla Sicilia - Guazzelli fu avvertimento per Mannino e soci?”. Dopo l’omicidio Guazzelli Calogero Mannino aveva incontrato più volte a Roma il gen. Subranni, e in quegli incontri c’era spesso anche l’ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada. Nella sua requisitoria il pm Roberto Tartaglia aveva parlato degli “intermediari di quelle minacce”. Il riferimento era rivolto a quei soggetti che erano stati “motore di quelle iniziative”. Seguendo l’impianto accusatorio della Procura palermitana, dopo le minacce ricevute da Mannino il gen. Mori avrebbe contattato Vito Ciancimino per avviare una trattativa che avrebbe visto tra i principali protagonisti proprio Mannino quale autore di “pressioni per un ammorbidimento del 41 bis”. Anche in questo caso basta rileggersi le carte. Uno scambio epistolare tra il Dap e il Ministero dell’Interno, risalente ai primi mesi del ’93, attesta effettivamente che in quel periodo c’era una grande fibrillazione in merito alla possibilità di prorogare o meno i decreti di 41bis a scadenza annuale. Effettivamente quella discussione si era protratta nonostante le stragi di Roma, Firenze e Milano per poi prendere forma nel mese di novembre di quello stesso anno con la mancata proroga di oltre 300 41bis per altrettanti boss. Diversi anni dopo l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, aveva dichiarato di aver agito “in solitudine, senza informare nessuno”. Affermazioni a dir poco avventate che gli sono costate l’iscrizione nel registro degli indagati per falsa testimonianza e che sono state sonoramente smentite dalle testimonianze e dalla documentazione relative al biennio stragista ‘92/’93. Tra le carte depositate spicca la nota del Dap del 26 giugno 1993 con la quale veniva prevista una riduzione dei provvedimenti applicativi del 41bis in relazione proprio a quegli oltre 300 decreti emessi nel novembre del ‘92. Quel documento, così come scritto, era finalizzato a rappresentare un vero e proprio “segnale di distensione” a Cosa Nostra. Una sorta di do ut des? Certo è che nella sua requisitoria il pm Tartaglia aveva contestato a Mannino un vero e proprio “contributo morale”, una sorta di “istigazione” all’attività criminale. Secondo la tesi della Procura l’ex ministro democristiano sarebbe stato un “garante di continuità dell’interlocuzione intrapresa”. Per gli inquirenti le condotte dello stesso Mannino e degli altri uomini dello Stato coinvolti “hanno oggettivamente portato alla realizzazione degli obiettivi” della mafia, contribuendo così ad “orientare la strategia stragista di Cosa Nostra nel 1992 e nel 1993”.

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