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Trattativa, pentito D’Amico: “Cinà collegamento tra mafia e Stato”

cina-antoninodi Miriam Cuccu - 5 marzo 2015
Parla l’ex capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto
Si è già guadagnato una certa credibilità alla Procura di Messina, ma ora le parole del pentito Carmelo D’Amico puntano dritte al cuore della trattativa Stato-mafia. Le ultime rivelazioni dell’ex capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, crocevia di poteri criminali e massonici, si riferiscono al periodo in cui D’Amico era in carcere: “Antonino Cinà, il medico di Totò Riina, fu usato come uomo di collegamento con ambienti delle istituzioni. Me lo disse Nino Rotolo”. Lo stesso boss che, parlando con Vincenzo Galatolo dell’Acquasanta (padre di Vito, il pentito che ha rivelato il piano per uccidere Nino Di Matteo) si aspettava “da un momento all’altro” la notizia della morte del magistrato. Nei giorni scorsi il collaboratore è stato interrogato dai pm del pool trattativa Di Matteo, Teresi e Tartaglia, insieme ai colleghi messinesi Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo. Proprio di fronte a questi ultimi D’Amico aveva già fornito dichiarazioni di notevole peso, rivelando intrecci tra la mafia e la politica barcellonese, ma anche svelando nuovi retroscena sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, che sarebbe stato ucciso non da Antonino Merlino, condannato definitivamente insieme al boss barcellonese Giuseppe Gullotti, ma da un altro soggetto.

Ora, le ultime rivelazioni di D’Amico troverebbero riscontro nello stesso impianto accusatorio del pool palermitano che conduce il processo trattativa. Dove il “postino” Antonino Cinà è accusato di essere tra “gli autori immediati del delitto principale (insieme ai boss Riina, Provenzano, Brusca e Bagarella, ndr) in quanto hanno commesso, in tempi diversi, la condotta tipica di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato”, mentre gli ex ufficiali Subranni, Mori, De Donno e gli ex politici Mannino e Dell’Utri sono accusati di essere i “consapevoli mediatori” fra i mafiosi e la parte sottoposta a ricatto.
Cinà, medico di fiducia di Riina e Provenzano (il numero 164 nei pizzini di “Binnu”) viene arrestato per la prima volta nel 1993. Entra ed esce dal carcere fino al ’97, man mano che gli vengono contestate diverse imputazioni tra cui, oltre all’associazione di stampo mafioso aggravato e altri reati, l’accusa di estorsione. Torna in libertà nel 2003 e dopo l’arresto del boss Salvatore Biondino, il mandamento di San Lorenzo passa prima nelle mani di Salvatore Biondo poi di Salvatore Lo Piccolo, per poi arrivare in quelle di Cinà. Nel 2006 scatta l’operazione “Gotha” e Cinà viene arrestato per associazione mafiosa, insieme a Rotolo e Francesco Bonura, tutti e tre accusati di far parte di un ristretto direttorio di Cosa Nostra. Per questo il medico legato alla mafia, il 24 febbraio 2012, è stato condannato a 16 anni di reclusione per associazione mafiosa avendo assunto un ruolo dirigenziale nell’organizzazione. Il 19 maggio 2011, invece, viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giovanni Bonanno (reggente del mandamento di Resuttana) vittima di lupara bianca l’11 gennaio 2006.
Di Cinà parla anche Rosario Naimo, pentito ed ex boss di San Lorenzo. Con lui “ho sempre avuto un legame molto forte” ha detto davanti al pool trattativa, aggiungendo che “Cinà mi disse che era stato lui ad avere i contatti con i politici ai quali avanzare delle richieste tra cui l’eliminazione del 41bis”. Ora che un altro pentito ha parlato del ruolo di Cinà nei dialoghi intercorsi tra Stato e mafia, i pm Di Matteo, Del Bene, Teresi e Tartaglia stanno valutando se citare D’Amico al processo trattativa.  

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