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Il fallimento di uno Stato: Cutrò costretto a chiudere l’azienda

cutro-macchianaridi Francesca Mondin - 30 gennaio 2015
L’azienda di Ignazio Cutrò (in foto), che ha rappresentato per molti un esempio tangibile di riscatto dallo strapotere mafioso, è stata chiusa prima per mafia e poi perché abbandonata dallo Stato.
“Ora non mi resta che andare alla mensa dei poveri… L’impresa era di mio padre, sulla tomba gli avevo promesso che l’avrei portata avanti a qualsiasi costo - ha raccontato amareggiato il testimone di giustizia - ho fallito su una promessa, ho rovinato la vita dei miei figli e di mia moglie, il tutto perché ho denunciato la mafia”.
E’ questo il messaggio devastante che porta con sè la parola fine sulla storia dell’azienda Cutrò.

"Ci ho provato fino all'ultimo"
Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione testimoni di giustizia, in questi anni ha lottato per ricostruirsi una vita autonoma, non alle spese dello Stato in una località protetta, ma nella sua stessa Bivona (AG) terra in cui lui ha detto no alla mafia fin dalla prima estorsione. Una scelta che lo ha portato pian piano alla rovina perché si è trovato a condurre una lotta da solo senza il sostegno fondamentale delle Istituzioni.
In questi anni di sacrifici Cutrò ha affrontato tutte le spese che il mantenimento dell’azienda richiedeva (20.000 euro l’anno circa tra tasse INAIL, INPS, contabilità..) utilizzando anche i soldi dei danni biologici che avrebbe potuto adoperare per mantenere la famiglia.  “Abbiamo resistito 2 anni e mezzo con quei soldi– ha raccontato l’imprenditore di Bivona – ma a febbraio del 2014 siamo collassati”. Così la famiglia Cutrò non è  più riuscita a sostenere le spese per avere il Durc  a posto e senza documento unico di regolarità contabile l’azienda non può chiudere nessun contratto.

“Quello che mi ha portato a questa scelta -  ha spiegato Cutrò - è stata la mortificazione di perdere il lavoro che poteva rilanciare l’impresa”.
L’imprenditore infatti ha spiegato che non ha potuto chiudere un contratto per una mancanza/ errore burocratico che gli ha impedito di presentare il Durc in regola.
A febbraio scorso il testimone di giustizia aveva chiesto alla commissione “20.000 euro, i soldi necessari per ottenere il Durc entro marzo”.  Ma solo dopo quattro mesi Cutrò venne informato che sarebbero stati liquidati i 20.000 euro, nel mentre però le spese erano aumentate. “Io allora li ho avvisati che avevano fatto un piccolo errore di forma – ha spiegato il testimone di giustizia - si erano dimenticati delle rate che ogni mese crescevano, ma alle mie comunicazioni non ho mai ricevuto risposta”. E la spesa da affrontare a dicembre era arrivata a 38.500 euro. Per 18.500 euro Cutrò ha dovuto quindi rinunciare ad un lavoro che avrebbe permesso all’azienda di risollevarsi, un segnale fortissimo di riscatto che lo Stato avrebbe potuto dare per dimostrare con determinazione che il testimone di giustizia non viene lasciato solo. “Che messaggio  stiamo mandando ora agli altri  testimoni di giustizia – ha detto l’imprenditore di Bivona- che faranno la fine di Ingazio Cutrò?”. Come ha dichiarato l’On. Davide Mattiello, deputato del Pd a capo della commissione d’indagine sui testimoni di giustizia: “Questo fatto è una ferita aperta che rimarrà anche se un domani Cutrò dovesse trovare un lavoro.”

Dov'è lo Stato?
“Anche se sullo sfondo di questa situazione c’è la riforma (cavallo di battaglia dell’associazione di cui Cutrò è presidente, ndr) che consentirà di assumere nella pubblica amministrazione i testimoni di giustizia – ha spiegato Mattiello – resta il fatto che Cutrò  in tutti questi anni ha cercato di difendere la propria azienda che ora si trova costretto a chiudere. Eppure le norme attuali sono più che sufficienti per consentire alle autorità locali di mettere nelle condizioni persone come Cutrò di lavorare.”
Perché dunque è così difficile garantire i diritti fondamentali per una sopravvivenza degna ai testimoni di giustizia in loco, ai quali la mafia fa terra bruciata attorno? Ci sono tanti testimoni di giustizia che come Cutrò subiscono continue minacce e intimidazioni e non riescono a ricostruirsi una vita lavorativa. A proposito il viceministro Bubbico ha sempre risposto che il problema è dato dalla mancanza di norme che tutelano il testimone che sceglie di rimanere in loco. Per questo a maggio aveva promesso nel giro di sei mesi di stendere la Carta dei diritti per i testimoni di giustizia che avrebbe finalmente reso eque le normative per chi da vittima ha scelto di denunciare la mafia. Eppure sono passati già quasi otto mesi e di questa Carta non c’è ancora notizia. Questa è solo una delle ultime promesse non ancora mantenute che Bubbico avrebbe fatto. Ad aprile durante il programma “La vita in diretta” in un confronto televisivo con Ignazio Cutrò il viceministro aveva dichiarato che nel giro di poche settimane avrebbero fatto il possibile per sistemare il caso Cutrò. Dieci mesi dopo l’imprenditore antimafia è costretto a chiudere l’azienda.

Secondo il testimone di giustizia è chiaro che “non c’è la volontà di condurre una vera e propria lotta alla mafia, io vedo che si fanno soltanto tante passerelle”.
Questo però non smuove Cutrò dalla convinzione che ad ogni modo, anche in queste condizioni è dovere di ogni cittadino denunciare: “Tornando indietro lo rifarei altre mille volte ma venderei tutto, me ne andrei all’estero e verrei soltanto per testimoniare e fare il dovere da cittadino”.
“La lotta alla mafia non ha colore  politico - ha concluso  Ignazio Cutrò - non è la lotta di pochi  è la lotta di molti,noi siamo in lotta con la mafia ed è giusto che a Roma lo capiscano”.

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