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Da “Golem II” a “Perseo”, “Diabolik” guarda il capoluogo

messina-denaro-palermo-seppiadi Aaron Pettinari - 21 gennaio 2015
C’è chi contesta la ricostruzione fatta dal pentito Vito Galatolo sulle riunioni preparatorie dell’attentato al pm Nino Di Matteo, basate su alcune lettere del boss  Matteo Messina Denaro che nel dicembre 2012 ordinava l’uccisione del magistrato della trattativa. Nei summit, ha detto Galatolo, era Girolamo Biondino, fratello di Salvatore (l’ex autista di Totò Riina) a leggere ai boss le lettere di ”Diabolik”, questo il soprannome dell’inafferrabile padrino trapanese.  La perplessità di alcuni investigatori che indagano su Messina Denaro riguarderebbe il fatto che  il latitante è uno che scrive poco e che quel linguaggio, in particolare l’appellativo  “vostro fratello”, che secondo Galatolo sarebbe stato usato dal boss latitante, non sarebbe tipico del capomafia. Altri hanno sostenuto che il padrino trapanese non avrebbe interessi a Palermo. Eppure vi sono indagini e procedimenti che mettono in evidenza il contrario. Nella memoria da 800 pagine presentata dai Pm Paolo Guido e Marzia Sabella al processo Golem II (dove Messina Denaro è stato condannato a dieci anni per la continuazione del reato di associazione mafiosa) viene evidenziato che il capomafia trapanese dispensava consigli di fatto condizionando anche la vita dell’organizzazione a Palermo. Consigli che arrivavano puntualmente con i pizzini. Nell’inchiesta della Dda di Palermo emerge la costante presenza di Matteo Messina Denaro nei fatti che riguardavano Palermo, e questo dopo gli arresti di Provenzano e Lo Piccolo. “Il potere e l’influenza di Matteo Messina Denaro – scrivono i Pm - se, da un lato, si erano ulteriormente rinsaldati nel contesto mafioso trapanese, dall’altro lato avevano finito per estendersi nell’estranea area palermitana; e ciò per certi versi in deroga al vigente e categorico precetto mafioso della rigida suddivisione delle competenze territoriali”. Tra il 2008 ed il 2009 ci sono alcuni fatti importanti dove “Diabolik” ha espressamente dato il proprio parere: il tentativo di ridar vita alla commissione provinciale di Cosa nostra e la gerarchia nel mandamento di San Lorenzo. Leggendo le carte dell'operazione “Perseo” appare evidente come i capimafia di Palermo cerchino il parere del boss di Castelvetrano sulla riorganizzazione della commissione provinciale. Il promotore di tale ambizioso progetto era Benedetto Capizzi, esponente del mandamento di Villagrazia-Santa Maria del Gesù, che aspirava a capeggiare. Per raggiungere il suo obbiettivo aveva chiesto aiuto ai boss Giuseppe Scaduto e Benedetto Spera, rispettivamente capo mandamento di Bagheria e Belmonte Mezzagno. In particolare questi due avevano il compito di convincere i dissidenti, rappresentati in particolare da Gaetano Lo Presti (capomandamento di Porta Nuova), assolutamente contrari alla riorganizzazione.

Doppio gioco
In un primo momento sembrava che Matteo Messina Denaro fosse d’accordo con la ricostruzione della commissione provinciale. Era il boss bagherese Scaduto a tenere i contatti. “Dunque per il fatto di Matteo Denaro – si legge nelle intercettazioni - ... io sono in contatto con lui e cose… se avete di bisogno un contatto… un contatto con Matteo”. Salvatore e Giovanni Adelfio, ritenuti vicini a Capizzi, avevano fatto intendere anche che la volontà di riformare la commissione provinciale partiva proprio da là, dal super latitante. Il tramite del boss di Castelvetrano con le cose di Palermo era Franco Luppino il quale avrebbe garantito il massimo appoggio per la riuscita della cosa. Ma quando è il momento di dare l'ultima parola ad intervenire è proprio Messina Denaro, con tanto di pizzini. Il protagonista è sempre il boss Scaduto che informa i suoi interlocutori su un incontro avvenuto il giorno prima con il gruppo dei dissidenti (a cui pure aveva partecipato l’allora latitante Giovanni Nicchi). Scaduto di fatto riferiva che la fazione legata a Lo Presti Gaetano aveva tirato fuori un pizzino di Matteo Messina Denaro e lo aveva fatto leggere al bagherese.
“Mentre ero là - diceva Scaduto nell'intercettazione - (…) mi escono pizzini pure, incontri che hanno fatto con Trapani (… )biglietti che ci sono arrivati da Trapani .. i pizzini li ho visti pure io… li ho letti io … ho riconosciuto la calligrafia dei pizzini che arrivano a me … la stessa calligrafia… che ci dice: “noi non conosciamo a nessuno., noi siamo fermi per come siamo stati .”. dice “siamo in rapporti con tutti ,… chi ha bisogno siamo a disposizione … per altre cose non riconosciamo a nessuno”…”. Un intervento quest'ultimo che fa capire come il boss di Castelvetrano fosse tutt'altro che d’accordo con la rifondazione della commissione provinciale.

Il legame con i Biondino
Il contatto tra Messina Denaro e la famiglia dei Biondino c'è praticamente da sempre. Un rapporto che era ben saldo ancor prima che Girolamo Biondino (fratello di Salvatore, noto autista di Totò Riina), venisse scarcerato nel 2013. Sempre tra il 2008 ed il 2009 c'erano i due cugini, con lo stesso nome, Giuseppe Biondino. Forti del loro nome, stavano inserendosi negli affari del mandamento di San Lorenzo, in particolar modo nella riscossione del pizzo, anche in quei locali già messi a posto.
Mariano Troia, all'epoca reggente riconosciuto di San Lorenzo, avvisava: “Che è tutto questo bordello...tutte queste cose...picciotti siete pregati gentilmente di restare dentro”. La situazione era spigolosa. Il figlio di Salvatore addirittura faceva intendere addirittura che lo stesso Messina Denaro avesse dato l'ok (“vedi che qua se c´è qualcuno che si deve stare dentro sei tu...lui mi ha detto che qua il territorio è il mio”). Tramite Franco Luppino arrivò una prima risposta da parte dello stesso capomafia trapanese: “Sandro, ma né ora né mai...ti posso già subito dire, fin da adesso vai tranquillo. Primo perché non se n´è parlato mai...però non li toccate perché sono figli di amici, di picciotti che ci tengo”. Nonostante ciò, alla fine, su San Lorenzo si trovò un nuovo equilibrio con tanto di sponsorizzazione ufficiale per uno dei due Biondino, il figlio di Girolamo, con l’altro che nel frattempo era stato arrestato. I fatti li racconta ai magistrati Manuel Pasta, arrestato nel 2009 e poi diventato collaboratore di giustizia. Dopo l’operazione che porta in carcere i Lo Piccolo, racconta Pasta, “Giuseppe Biondino figlio di Girolamo, riesce a essere... a riprendersi in mano San Lorenzo. Inizialmente trova un antagonista nell’architetto Giuseppe Liga, che era il nostro capo mandamento, ma, essendo che il Biondino Giuseppe, figlio di Girolamo, era sponsorizzato dal Messina Denaro e da Gianni Nicchi, riesce a vincere diciamo, tra virgolette, la guerra di successione con Troia Mario e quindi gli viene consentito di prendersi in mano San Lorenzo. Quindi dal gennaio 2008 i Biondino si riappropriano di San Lorenzo”. Poi ancora. “Erano arrivati in quel periodo, quindi nel 2008, dei bigliettini del Messina Denaro a Giuseppe Biondino, figlio di Salvatore. E addirittura il Biondino Giuseppe, figlio di Salvatore, si allontanò per tre giorni da Palermo e mi disse - quando tornò chiaramente me lo disse, non prima - che si era proprio visto con Messina Denaro… mi diceva che loro erano nel cuore di Messina Denaro, tant’è vero che in una riunione con altri esponenti di 'Cosa Nostra', il Biondino fece vedere materialmente questi bigliettini…è chiaro che Messina Denaro non può decidere sul Palermo, perché il paese è del paesano, ma è chiaro che è un’influenza, quindi è un... quando esprime un giudizio o una volontà chiaramente influenza l’iter delle cose. Non può decidere, ma quando dice: 'I cugini Biondino sono nel mio cuore e ci tengo', quindi questa frase viene fatta conoscere a tutti a Palermo e uno ne tiene conto. Perché fu detto questo e fu fatto sapere? Perché questi contrasti tra il Troia Mario e i cugini Biondino, potevano portare anche a fatti di sangue, quindi quando il Messina Denaro dice: “Io ci tengo”, fare un’azione sui Biondino sarebbe stato fare comunque uno sgarbo al Messina Denaro. (..)”.
Anche la moglie di Giuseppe Biondino, Giovanna Micol Richichi, agli inquirenti aveva raccontato di aver visto, letto e poi bruciato con le sue mani i pizzini che arrivavano direttamente da Matteo Messina Denaro. La donna, per sei mesi nel 2012, ha parlato dei segreti di Cosa nostra dopo l'arresto del marito. Poi, dopo una serie di strani episodi che vedevano minacciati i suoi familiari, la moglie di Biondino è tornata sui propri passi tornando persino nell'abitazione del boss di San Lorenzo. E' dalle sue dichiarazioni che ha preso spunto l'indagine “Apocalisse”. E sui bigliettini inviati da Messina Denaro la donna raccontò ai pm: “Perché io so bene, li ho visti, li ho letti, li ho toccati dei bigliettini che arrivavano da Trapani. Io personalmente li ho bruciati… c'era scritto che lui appoggiava mio marito nel ruolo che stava e voleva intraprendere”. Cioè “Essere lui il capo della famiglia di San Lorenzo. Appoggiava mio marito, lo rincuorava nel senso che comunicava a mio marito, in questo bigliettino, che lui avrebbe dato il suo appoggio sia per lui, cioè per mio marito, sia per il cugino Giuseppe Biondino del '77, in quanto figli di due suoi cari amici, cioè mio suocero Girolamo Biondino e il fratello Salvatore Biondino'..”. Da questi elementi appare evidente come l'influenza di Messina Denaro su Palermo sia stata continua nel corso degli anni, in particolare dopo l'arresto dei Lo Piccolo, ultimi grandi “padrini” del capoluogo. Una voce, la sua, che è sempre stata tenuta in considerazione. Oggi il pentito Vito Galatolo racconta che il capomafia trapanese ha dato l'ordine di eseguire un attentato contro il pm Nino Di Matteo tanto che dalla Calabria sarebbero giunti oltre centocinquanta chili di tritolo per eseguirlo. Un ordine di esecuzione che non è mai stato revocato e che “fa il paio” con la condanna a morte dal carcere di Totò Riina ed ancor prima con le lettere anonime indirizzate allo stesso magistrato del pool trattativa.

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