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Caso Manca: la teoria del "medico drogato" contro l'evidenza dei fatti

pazienti-petroselli-tusciawebdi Miriam Cuccu
Procuratore e pm di Viterbo davanti a Commissione antimafia: “Non operò Provenzano”
“Attilo Manca non può aver operato Provenzano” sostengono il procuratore di Viterbo Alberto Pazienti e il sostituto Renzo Petroselli davanti alla Commissione antimafia. Non solo. La prova che l’urologo sarebbe morto nella sua casa di Viterbo per “inoculazione volontaria” di un cocktail di droga, tranquillanti e alcool sarebbe suffragata da una testimonianza della madre Angela, secondo la quale ai tempi del liceo Attilio “aveva fumato qualche spinello”. Convocati nei giorni scorsi davanti dalla Commissione parlamentare antimafia, i due magistrati sono stati chiamati a chiarire la conduzione delle loro indagini sulla morte dell’urologo del “Belcolle” di Viterbo.

Petroselli e Pazienti hanno continuato a ripetere il “mantra” del “medico tossico”, e a ribadire l’inesistenza di qualsiasi collegamento tra Attilio Manca e il boss Bernardo Provenzano, aggiungendo che l’unico collegamento potrebbe essere una visita di controllo effettuata prima dell’arresto: “Non risulta tuttavia questa visita - ha detto Pazienti - e poi perchè Provenzano avrebbe dovuto rivolgersi a Manca che era a Viterbo? Avrebbe potuto rivolgersi ad altri medici” nonostante Attilio, nel suo campo, fosse uno dei migliori e tra i primi ad operare i tumori alla prostata per via laparoscopica. Per Pazienti e Petroselli l’ipotesi mafiosa resta “inesistente e insostenibile, nè indiziariamente sostenuta”. O meglio, di indizi ce ne sono, ma non sembrano essere stati presi in considerazione. E non importa che i registri dell’ospedale di Belcolle provino che Attilio si sia assentato proprio nei giorni in cui Provenzano si recò a Marsiglia per operarsi alla prostata. Non importa che Angela Manca ricevette una telefonata dal figlio (misteriosamente sparita dai tabulati telefonici) il quale gli disse di essere nel sud della Francia “per vedere un’operazione”. O che molte circostanze portino dritte a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) paese di origine di Attilio dove proprio Provenzano trascorse una parte della latitanza. La stessa Monica Mileti, unica imputata al processo per aver ceduto la dose di droga ad Attilio, sarebbe stata collegata ad alcuni soggetti barcellonesi di conoscenza di Attilio e precedentemente indagati sulla sua morte (la cui posizione è stata però archiviata). Tra cui il cugino, Ugo Manca, (condannato in primo grado per traffico di droga e assolto in appello) e Angelo Porcino (un arresto per mafia a giugno 2011). Nell’abitazione della Mileti non sono state ritrovate sostanze stupefacenti, solo due cucchiai sporchi di una sostanza marrone, mai analizzata scientificamente ma classificata nel rapporto come “presumibilmente eroina”. Tutto, secondo i magistrati Pazienti e Petroselli, convergerebbe verso la tesi del “drogato”, ipotesi smentita non solo dalle testimonianze di colleghi e familiari (questi ultimi addirittura estromessi, come parte civile, dal processo a carico della Mileti), ma dalla stessa evidenza dei fatti. I due buchi che uccisero Attilio sono stati ritrovati sul braccio sinistro, nonostante l’urologo fosse un mancino puro. Nella sua abitazione non sono stati ritrovati né cucchiaio sciogli-eroina né laccio emostatico, o altri strumenti che facessero presupporre l’uso di droghe. Secondo gli inquirenti Attilio avrebbe fatto sparire tutto e lavato il cucchiaio, salvo poi lasciare a pochi metri da sé una siringa (con tappo salva-ago inserito, mentre un’altra è stata ritrovata nella pattumiera in cucina) dopo essersi inoculato le sostanze con il braccio che non usava mai. E che dire delle condizioni in cui è stato ritrovato il corpo? Il setto nasale deviato, segni di violenza su polsi e caviglie, ecchimosi in varie parti del corpo. E questo sarebbe un suicidio? La stessa Rosy Bindi, durante la recente “due giorni” a Messina della Commissione antimafia, ha dichiarato che “la morte di Attilio Manca a tutto può essere attribuibile, tranne che a un suicidio di droga”. Ma alla convocazione dei giorni scorsi i due magistrati non hanno fatto altro che ripetere la teoria dell’”inoculazione volontaria”, aggrappandosi alle dichiarazioni di Angela Manca su “qualche spinello” riferita unicamente al periodo studentesco di Attilio, che poi “cambiò vita e abitudini” una volta cominciato a frequentare l’università Cattolica di Roma. Nel verbale, però, la parola “spinello” è stata sostituita da “stupefacenti”, senza precisare di che genere.
Perplesso il vicepresidente della Commissione antimafia, Claudio Fava, che parla di un’inchiesta “gestita con eccessiva sufficienza” e di “pregiudizio negativo addirittura nei confronti della vittima” in quanto “di fronte ad ogni evidenza, l’atteggiamento di questi magistrati è stato quello di spazzare via il beneficio del dubbio” davanti a circostanze sulle quali “chiunque si sarebbe fermato un attimo a ragionare”. E sull’ombra della latitanza dorata di Provenzano: “Attilio Manca non è morto per un’overdose accidentale. E’ un omicidio organizzato con pignola attenzione anche nei dettagli. Credo che Manca si sia trovato coinvolto, consapevolmente o inconsapevolmente, in una vicenda che ha riguardato l’operazione e le cure post operatorie prestate a Provenzano per il tumore alla prostata, e che per questa ragione sia stato ucciso”. Di fronte a un guazzabuglio di documenti falsi, omissioni e mancati accertamenti la verità dei fatti (incomprensibilmente messa da parte dagli inquirenti) è una sola: quello di Attilio Manca non potrà essere – né sarà mai – un suicidio.

Foto © tusciaweb

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Info: www.attiliomanca.it

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