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Trattativa: atto finale della requisitoria del pm

mannino-calogero-big3Dalle revoche del 41bis alle “preoccupazioni” di Mannino per De Mita
di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 14:15

Teresi ricorda quindi il fax mandato dalla Procura di Palermo per sancire il parere contrario alla possibile revoca del 41bis per 474 detenuti di prima grandezza (esponenti di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) proposta dal Dap. Di fatto il parere della Procura palermitana verrà totalmente disatteso. Il pm sottolinea che si tratta di “uomini d'onore, ma anche di capi mandamento che nella loro storia hanno abbracciato la causa corleonese stragista: Francesco Spadaro, Diego Di Trapani, Giuseppe Giuliano, Vito Vitale, Giuseppe Farinella, Antonio Geraci, Raffaele Spina, Giacomo Giuseppe Gambino, Giuseppe Fidanzati, Andrea Di Carlo, Giovanni Prestifilippo, Giuseppe Gaeta, Giovanni Adelfio ed altri”. “Il motivo di dare questo segnale di distensione ai mafiosi poi condannati per le stragi non si capisce”, ribadisce laconicamente Teresi. Che, infine, riprende quel noto dialogo tra l’ex esponente democristiano, Giuseppe Gargani, e Calogero Mannino “intercettato” casualmente dalla giornalista del Fatto Quotidiano, Sandra Amurri, il 21 dicembre del 2011. “Hai capito, questa volta ci fottono – aveva detto Mannino a Gargani nella ricostruzione della Amurri –, dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.


Quelle carte che profetizzavano la trattativa
di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 13:55
Nella sua lunga requisitoria Teresi riprende due documenti fondamentali per contestualizzare il grado di consapevolezza istituzionale del patto che si stava consumando tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato: la nota della Dia del 10 agosto ’93 e il rapporto dello Sco dell’11 settembre di quello stesso anno. In quelle carte, inviate ai gangli vitali degli apparati statali, per la prima volta compariva il termine “trattativa”. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati – avevano scritto gli analisti della Dia -. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. “Verosimilmente la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”. Nel documento veniva specificato che “l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Per gli uomini dello Sco Cosa Nostra stava seminando il terrore in tutta Italia per “cercare una sorta di trattativa con lo Stato sulle questioni che più affliggono Cosa Nostra: il carcerario e il pentitismo”. Le bombe di Firenze, Milano e Roma “non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali”. Parole pesantissime, e soprattutto profetiche. Per Teresi le revoche di quei 41bis “sono inevitabilmente una deviazione del comportamento istituzionale da parte degli organi dello Stato”.


Trattativa, Mori e la sua immorale definizione di “baratto”
di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 13:22
Nella prosecuzione della sua requisitoria Teresi ricorda che all’indomani della strage di via dei Georgofili Mannino rilascia al quotidiano La Stampa un’intervista “curiosa e strana” il cui titolo è tutto un programma: “Mannino: ma quali boss, il complotto viene dall'est. Riina Non ne avrebbe le capacità”. Decisamente una posizione in antitesi con l’ipotesi della matrice mafiosa di cui si cominciò a discutere immediatamente. Per il procuratore aggiunto l’ex ministro democristiano è “perfettamente consapevole che, dopo la strage di Capaci, ha bisogno dell'interlocuzione con la mafia perché sa che è nel mirino della mafia. In questo momento iniziano i suoi incontri con Mori e Contrada come testimoniano le agende dell’uno e dell’altro. Lui (Mannino, ndr) conosce ed interferisce con il Dap per realizzare cosa è possibile dare ai mafiosi, per convincere alcuni settori istituzionali, per acconsentire alle richieste, le uniche che gli possono oggettivamente salvare la vita”. Ecco quindi che si arriva alle mancate proroghe di centinaia di 41bis così da dare “un segnale di distensione”. Nella documentazione citata dal pm si fa riferimento ad una prima riduzione del 10% dei decreti firmati da Martelli. Il tutto avviene meno di un mese dopo la strage di Firenze. Per Teresi si tratta di “un segnale di distensione immotivato, ma fortemente voluto dal Dap e da chi, fuori dal Dap, aveva assoluta necessità di far vedere a Cosa Nostra che stava adempiendo alle obbligazioni assunte”. Ma chi c’era fuori? “Mannino che telefona a Di Maggio” per chiedere di “non far applicare” e di “ritardare” alcuni 41 bis. Il pm ricorda che in quel momento ai vertici del Dap si parlava anche, in maniera riservata, di creare all’interno delle carceri delle “aree omogenee” da “destinare ai dissociati di mafia”. Poi arriva un affondo legato all’attualità. “L'altro giorno Mori – sottolinea ancora Teresi – intervistato ad una nota trasmissione tv, dopo essere stato convocato al Copasir, anziché andare in quella sede, ed evocando i fatti per la prima volta, usa una parola che è a dir poco scandalosa nella sua immoralità. Dice (Mori, ndr) che è stato sostanzialmente un ‘baratto’ (uno scambio di cose) ‘abbiamo dato un regime carcerario meno pesante’… si, e loro hanno dato i morti… Questo è un cinismo che fa paura. E’ questa la logica di quei commentatori che parlano di una trattativa ‘per evitare le stragi’. No! Tutto questo ha indotto le stragi. Da quel ‘baratto’ abbiamo avuto i morti!”.


La nomina di Francesco Di Maggio al Dap e Loris D’Ambrosio
di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 12:47
Per unire i vari tasselli che ruotano attorno alla nomina di Di Maggio al Dap Teresi riprende la conversazione telefonica tra Nicola Mancino e l’ex consulente giuridico del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Loris D'Ambrosio. L’intercettazione è quella del 25 novembre 2011 quando a Mancino il dott. D’Ambrosio dichiara: “Uno dei punti centrali di questa vicenda comincia a diventare la nomina di Di Maggio”, per sentirsi rispondere: “E certo, non aveva i titoli”, prima di replicare: “Ecco, e diventa dirigente generale attraverso un decreto del presidente della Repubblica no? Ora io ho assistito personalmente a questa vicenda (…) Io ricordo chiaramente il decreto scritto, il Dpr scritto nella stanza della Ferraro (Liliana Ferraro, all’epoca direttore degli affari penali del Ministero, ndr.), il Dpr che lo faceva vice capo del Dap”. Di fatto si tratta della dimostrazione plastica della piena conoscenza di D’Ambrosio dell’irritualità della nomina di Di Maggio al Dap, inizialmente taciuta ai magistrati che lo avevano interrogato.


Di Maggio, Cristella e le “pressioni” di Mannino
di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 12:40
Il procuratore aggiunto specifica che Curioni e Fabbri ritenevano il 41 bis “troppo afflittivo per i detenuti” e sono proprio i due prelati a fare il nome di Adalberto Capriotti quale sostituto di Amato in quanto ritenuto un magistrato “buono e pio”. Capriotti diventerà da lì a poco il nuovo direttore del Dap, ma sarà il suo vice, Francesco Di Maggio, ad essere, dietro le quinte, il vero regista di patti e accordi sul terreno del 41bis. E proprio sul ruolo di Di Maggio e sul suo caposcorta Nicola Cristella il pm Teresi concentra successivamente la sua attenzione. Cristella aveva già dichiarato ai magistrati che lo stesso Di Maggio gli aveva parlato di Mannino. “Credo che (Mannino, ndr) facesse pressioni – aveva specificato – affinchè tramite un giro di conoscenze si arrivasse a non rinnovare i 41bis”. L'ex capo scorta aveva anche riferito che Di Maggio frequentava assiduamente il generale dei Carabinieri Giampaolo Ganzer, il generale Mario Mori e l’ex colonnello del Sisde Bonaventura. “Il dato testimoniale – evidenzia Teresi – è il rapporto diretto tra Di maggio, Scalfaro, alcuni esponenti dei Servizi e il vice comandante del Ros (Mori, ndr) che aveva l’interlocuzione con Cosa Nostra”. E proprio in merito al 41 bis “per far capire a Cosa Nostra che si può concedere subito si può provare a far deviare i comportamenti istituzionali”.


Una trattativa a buon punto per l’intervento della Chiesa

di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 12:14
Secondo la ricostruzione del pm il 41 bis “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”. “Per capire cosa accade nel 1993 – spiega Teresi – bisogna capire la rivoluzione copernicana al ministero della giustizia accompagnata dalla sostituzione al Dap dove il problema carcerario era una risposta”. Il Dap “doveva essere controllato da personaggi che fossero disposti a consentire la realizzazione di talune richieste di Cosa Nostra”, soprattutto in merito all’“attenuazione del 41 bis”. Torna quindi sotto i riflettori la questione dei messaggi della “falange armata” contro il 41bis. Teresi ricorda che l’allora capo del Dap Nicoò Amato è “meno in sintonia” con il neo Guardasigilli Conso precisamente in tema di carcere duro. “Conso non tiene in nessun conto” le indicazioni di Amato sull’effettivo potenziamento del regime del 41bis fino all’improvvisa sostituzione dello stesso Amato su suggerimento dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Una “anomalia tutta italiana”, sottolinea Teresi che riprende le dichiarazioni del pentito Ciro Vara secondo il quale la trattativa sarebbe andata a buon punto “perché è intervenuta la Chiesa”. Il riferimento è all’ex ispettore generale dei cappellani delle carceri Cesare Curioni e del suo fedele vice Fabio Fabbri chiamati appositamente da Scalfaro per farsi consigliare sul sostituto di Amato al Dap.


Una “tacita trattativa” a suon di bombe sull’altare del 41 bis
di AMDuemila - 11 dicembre 2014 - Ore 11:55
Teresi ripercorre il periodo tra la strage di via d’Amelio e i primi mesi del ’93. Dopo l’apertura delle supercarceri di Pianosa e l’Asinara di fatto Cosa Nostra “cerca di allentare questa pressione”. Le richieste del “papello” di Riina sono palesemente esorbitanti ed è sempre la questione dell’alleggerimento del 41 bis il chiodo fisso per i boss “l'unico segnale che si può dare” all’interno di questo patto tra Stato e mafia. Nella requisitoria c’è spazio anche per l’omicidio del sovraintendente Pasquale Campanello in servizio al carcere di Poggio Reale nella sezione 41bis “un omicidio simbolico”, così come quello dell’agente penitenziario Michele Gaglione nel carcere di Secondigliano. L’omicidio Campanello aveva di fatto ammorbidito l'atteggiamento di agenti e ministri nei confronti della Camorra. Dopo la morte di Campanello, l’allora capo del Dap Nicolò Amato si era recato a Poggioreale e aveva scritto una sorta di rapporto a Martelli. La linea di Amato sarebbe stata quella del pugno duro, con il taglio dei colloqui, delle telefonate, dei pacchi e dell'ora d'aria per i detenuti in regime di 41-bis. Dal canto suo il 9 febbraio del ’93 l’ex ministro della giustizia aveva emesso immediatamente un decreto, ma tre giorni dopo si era dimesso ed era stato sostituito da Giovanni Conso. Il 20 febbraio, il questore di Napoli Umberto Improta, aveva inviato un fax al ministero di Grazia e giustizia, dove proponeva di ammorbidire le misure carcerarie contro i boss. La richiesta era stata immediatamente accolta da Conso, ad esclusione dei reparti Torino e Venezia di Poggioreale, e per il T1 e il T2 di Secondigliano. “Un primo segno di cedimento”, sottolinea Teresi che, per rafforzare le sue tesi riprende le relazioni della Dia a firma di De Gennaro nelle quali di fatto veniva paventato il rischio di una “tacita trattativa” a suon di bombe sull’altare del 41bis.



Teresi: “Mannino cambia interlocutore, non più Riina, ma Provenzano”

di AMDuemila - 11 dicembre 2014
Palermo. Ultime battute per la requisitoria al processo stralcio sulla trattativa Stato-mafia nei confronti dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino. Il procedimento si sta celebrando in abbreviato davanti al Gup Marina Petruzzella. Secondo la tesi della Procura lo stesso Mannino avrebbe esercitato vere e proprie “pressioni” politiche ai fini dell’alleggerimento del regime carcerario del 41 bis per numerosi mafiosi a fronte dei timori per la propria incolumità sorti prima e dopo l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima.
Dopo le due precedenti discussioni di Roberto Tartaglia è Vittorio Teresi a concludere la requisitoria. Il procuratore aggiunto esordisce ricordando le “comunicazioni riservate” tra gli ex ufficiali del Ros Mori, De Donno e Vito Ciancimino finalizzate a trovare una vera e propria “interlocuzione” tra Stato e Cosa Nostra, comunicazioni “suscettibili di avviso di rilevanza penale”. Ed è l’anno ’93 a tornare sotto i riflettori per i suoi eventi “che chiudono il cerchio della trattativa dell'accordo e del ricatto”. Teresi parla dei primissimi giorni del 1993 nei quali avvengono una serie di eventi “dai quali non si riesce a dare una spiegazione logica se non si mettono in relazione a quanto avveniva nel medesimo periodo con il dialogo segreto avviato nel 1992 da Mori e De donno con Cosa Nostra”. Il procuratore aggiunto specifica che gli stessi ex ufficiali del Ros “su mandato di qualcuno”, evidentemente riconducibile allo stesso Mannino, cercano quell’interlocuzione. E la “moneta di scambio” tra Stato e mafia “è proprio la morte… sono proprio le stragi” in quanto, partendo con il mancato attentato a Costanzo in via Fauro, per finire con la strage di Milano di via Palestro, rappresentano una vera e propria “accelerazione”, un “aumento della posta” che Cosa Nostra si sente autorizzata a chiedere allo Stato qualora non venissero accolte tutte le richieste. Teresi spiega inoltre che il piano di morte inizia con l’omicidio di Salvo Lima, poi la strage di Capaci e poi prosegue con i progetti omicidiari di alcuni esponenti politici,  primo tra tutti Calogero Mannino. Ecco allora che dopo la strage di via D’Amelio “Mannino cambia interlocutore, non piu Riina, ma Provenzano che era più vicino a Ciancimino”. Il procuratore aggiunto spiega che in quel periodo Mannino prova a “smarcarsi” dalla difficile posizione in cui si trovava a fronte delle reiterate minacce di morte che lo riguardavano, soprattutto dopo l’omicidio del maresciallo Guazzelli: un evidente “segnale” a lui rivolto. E’ il periodo delle rivendicazioni della “falange armata” un “grumo di criminalità mafiosa legato a qualcosa di più oscuro”. Teresi spiega ancora della consapevolezza di Mannino della gravità di quelle minacce, consapevolezza che era emersa nell’incontro avuto con il giornalista Antonio Padellaro. Poi però “nel corso del ’93 qualcosa cambia,  il patto scellerato viene portato a compimento e sortisce i propri effetti. Alcune istituzioni cedono alle minacce di Cosa Nostra piegandosi all'estorsione, al ricatto, modificando il comportamento istituzionale per offrire ai mafiosi quanto possibile”. A mo’ di conferma dell’ambiguità di quel periodo vengono citate le interviste dell’ex ministro degli Interni Nicola Mancino del 12 gennaio ’93 nella quale veniva anticipata la cattura di Riina  e di quella  del 12 dicembre ’92 dove si parlava di una spaccatura all’interno di Cosa Nostra tra due diverse anime di “stragisti” e “moderati”: un dato assolutamente sconosciuto a livello pubblico. “Nessuno a livello di servizi  e polizia giudiziaria sapeva che da li a due giorni sarebbe stato catturato”. Teresi rimarca la possibilità che Mancino avesse avuto quelle informazioni da quegli ufficiali dei Carabinieri che avevano l’interlocuzione diretta con Cosa Nostra con un obiettivo: catturare Riina tramite Provenzano. U trattativa insomma che “si instrada in quella direzione”. Secondo il magistrato la versione ufficiale sulla cattura di Riina fornita dal Ros è “piena di falle, di buche e di falsità” in quanto “per eliminare Riina dalla interlocuzione fondamentale e proseguire solo con Provenzano si doveva catturare Riina mettendolo fuori dal gioco. Ecco perché probabilmente anche qui abbiamo una trattativa”. “Chi procede nella cattura Riina – sottolinea Teresi – non può impossessarsi delle sue carte perché quelle carte sono ‘dirompenti’ per l'esistenza stessa dell'organizzazione e di fatti non sono mai state trovate in 20 giorni di mancata perquisizione del covo”.

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Trattativa: inizia la requisitoria al processo Mannino