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Back Sei qui: Home Primo Piano Si pente Galatolo, boss dell’Acquasanta: contro Di Matteo non solo Cosa Nostra

Si pente Galatolo, boss dell’Acquasanta: contro Di Matteo non solo Cosa Nostra

galatolo-arrestodi Lorenzo Baldo - 15 novembre 2014
L’uomo che ha rivelato il piano di morte per Di Matteo, attribuendolo anche ad ”entità esterne a Cosa nostra”, è da ieri ufficialmente un collaboratore: la sua famiglia, come emerge da numerose carte processuali, è legata da sempre a settori ”deviati” dei servizi, dall’attentato all’Addaura in poi.
Non è una “fonte” che parla occasionalmente con i magistrati per ”togliersi un peso dal cuore”, così come era trapelato nelle ultime ore, per poi tornare a fare il detenuto al 41 bis. Il boss Vito Galatolo, esponente di una delle più blasonate famiglie di Cosa nostra, è ufficialmente un pentito. La decisione di collaborare con la giustizia è stata formalizzata nelle ultime ore: ieri il boss dell’Acquasanta si è incontrato con il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi e con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, e ha scelto di parlare. La procura di Palermo, così come quella nissena, non commenta e non conferma: la fuga di notizie, praticamente in diretta, sul nuovo collaboratore che ha fornito dettagliate informazioni sul piano di morte già pronto a diventare operativo nei confronti del pm Nino Di Matteo, ha colto alla sprovvista gli inquirenti che si sono trincerati dietro un impenetrabile riserbo. Si sa soltanto che la moglie di Galatolo, che da due anni abitava a Mestre con i figli, nella giornata di ieri è stata presa in consegna ieri dalla Dia insieme per essere trasferita in una località protetta.

Ma cosa ha spinto Vito Galatolo, l’ultimo discendente di una dinasty mafiosa di alto rango, al grande salto? E’ stato quel “turbamento interiore”, provocato dall’aver partecipato nel dicembre 2012 alle riunioni preparatorie dell’attentato a Di Matteo ad aver convinto il boss a parlare con gli inquirenti? Una cosa è certa: le rivelazioni del neo-pentito sembrano puntare in alto, e promettono di gettare nuova luce su una matrice criminale dello stragismo  che va oltre Cosa nostra: ”All’eliminazione del magistrato -avrebbe detto il pentito – sono interessate anche entità esterne”. E chi sarebbero queste “entità”  interessate ad eliminare Di Matteo?

La collaborazione di Vito Galatolo, come risulta immediatamente chiaro all’intelligence antimafia,  rappresenta un colpo pesantissimo per Cosa Nostra, che può reagire in maniera del tutto incontrollata. Da sempre, la famiglia Galatolo è sospettata di essere vicina ad ambienti “deviati” dei servizi segreti. Nel 1989, erano stati i Galatolo ad aver organizzato il fallito attentato all’Addaura a Giovanni Falcone. Quell’attentato che lo stesso Falcone aveva attribuito a  “menti raffinatissime”. Quasi vent’anni dopo, i  boss Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote, erano stati condannati come esecutori dell’attentato dell’Addaura: una sentenza resa definitiva dalla Cassazione. Il primo dei due, Vincenzo, è il padre del neopentito che ha deciso di collaborare. Il collaboratore di giustizia Angelo Fontana aveva successivamente dichiarato agli inquirenti che era stato proprio  Vincenzo Galatolo a confidargli come il boss Gaetano Scotto “andava verso l’Utveggio (il castello che domina Monte Pellegrino, ndr) per incontrare persone dei servizi”. Secondo Fontana, sarebbe stato proprio Scotto a fornire il detonatore che, nel giugno del 1989, all’Addaura, avrebbe dovuto far esplodere la carica piazzata davanti alla villa di Falcone. Un intreccio sul quale ancora non è stata ancora fatta piena luce.

Di sicuro, la dinastia dei Galatolo rappresenta un pezzo fondamentale di storia della mafia. Quando negli anni ’50 il mercato ortofrutticolo era stato trasferito dalla Zisa a Monte Pellegrino il vecchio padrino Gaetano Galatolo era entrato in rotta di collisione con gli uomini d’onore di tutta Palermo, al punto di finire ammazzato nel maggio del ’55. Altri membri della famiglia erano stati trucidati senza che mai nessuno fosse andato a denunciare alla polizia. Un segno palese di assoluta fedeltà a Cosa Nostra che lo stesso Riina avrebbe particolarmente apprezzato. Negli anni ’80 continuano gli “omicidi eccellenti” ed è in quel momento che la famiglia Galatolo, in totale sintonia con il capo di Cosa Nostra, assume un ruolo particolarmente importante nella preparazioni di determinati attentati: Dalla Chiesa, La Torre, Cassarà.

Era  Vincenzo Galatolo il proprietario del Fondo Pipitone dove passavano i più sanguinari killer di Cosa Nostra per incontrarsi e addestrarsi alle azioni di morte. E proprio in quei luoghi che Vito Galatolo si è formato come soldato di mafia sotto l’ala protettrice di una delle famiglie più potenti di Cosa nostra. Negli anni ’90, fu affidato a Vito il compito di recapitare le minacce a Gioacchino Basile, il sindacalista che aveva denunciato le infiltrazioni mafiose all’interno dei Cantieri Navali, così come lo stesso Vito si era fatto tramite delle minacce al nuovo parroco di Brancaccio Gregorio Porcaro che voleva proseguire l’opera di Padre Puglisi.

Oggi, secondo gli analisti di mafia, Vito Galatolo può  essere considerato a tutti gli effetti il depositario di segreti che potrebbero far tremare Cosa Nostra. Lo scorso 20 febbraio, a seguito della maxi sequestro di beni del valore di 250 milioni di euro da parte della Dia, è emerso che la famiglia Galatolo aveva messo le mani sul Mercato Ortofrutticolo di Palermo. Infiltrata nel Mercato, sia direttamente che per mezzo di prestanome, la dinasty Galatolo sarebbe stata in grado di far valere la propria forza intimidatrice attraverso l’imposizione del prezzo dei beni in vendita a cui dovevano sottomettersi gli operatori del settore, ma anche attraverso il controllo del trasporto su gomma da e per la Sicilia occidentale. Molti dei segreti della famiglia mafiosa, che negli anni Ottanta e Novanta controllava i traffici nel porto di Palermo e gli appalti nel Cantiere navale, sono stati recentemente svelati da Giovanna Galatolo, figlia di “Enzo” e sorella di Vito. La donna è stata la prima a rompere quel muro di omertà decidendo di collaborare con la giustizia: “Non voglio più stare nella mafia, perché ci dovrei stare? Solo perché mio padre è mafioso? No, non ci sto. Non voglio stare nell’ambito criminale. Né voglio trattare con persone indegne” aveva dichiarato. Adesso tocca a suo fratello Vito.

Tratto da: loraquotidiano.it

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