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Grasso al processo trattativa: “Mancino si sentiva perseguitato”

grasso-pietro-senatodi Aaron Pettinari - 11 luglio 2014 - Audio all'interno!
Il presidente del Senato sentito in aula: “Non ricevetti richieste di avocazione di indagini”

L'incontro con Mancino, l'interesse di quest'ultimo sull'inchiesta trattativa, la convocazione del Procuratore generale della Cassazione Ciani, il coordinamento tra le Procure. Sono questi i temi principali affrontati quest'oggi all'udienza del processo trattativa Stato-mafia con la deposizione del Presidente del Senato Pietro Grasso. “Incontrai Mancino nel dicembre 2011 – ha ricordato l'ex Procuratore nazionale antimafia – Ci trovavamo alla cerimonia di auguri natalizi al presidente della Repubblica. Fu un incontro fuggevole. Ricordo che eravamo al guardaroba non so se stessimo consegnando o attendendo i soprabiti. E' lì che Mancino mi apostrofò dicendo che si sentiva perseguitato dalle indagini, che c'era differenza di valutazione riguardo i suoi comportamenti tra le varie procure. 'Lei deve fare qualcosa', mi disse. Io risposi che non si poteva fare molto che l'unico modo per ridurre a unità indagini pendenti in diversi uffici era il potere di avocazione, ma che non c'erano i presupposti. E lui insistette 'avocazione no, ma coordinamento sì'. Mancino era una persona in ansia anche per le pressioni delle valutazioni giornalistiche”.

Al tempo Mancino non era ancora indagato dalla Procura di Palermo, ma già aveva avviato i contatti telefonici con il consigliere giuridico del Quirinale Loris D'Ambrosio (poi deceduto nell'estate 2012, ndr) tormentato dalle iniziative giudiziarie della Procura. Già nell'aprile 2011 vi era stato un primo confronto tra Mancino e Martelli e nel febbraio 2012 l'ex ministro degli Interni avrebbe deposto al processo contro Mario Mori e Mauro Obinu. Solo una volta avvenuto ciò è finito indagato per falsa testimonianza, reato di cui è chiamato a rispondere nel processo sulla Trattativa.
I tormenti e le lamentele di Mancino furono riportate all'ex Procuratore nazionale Grasso anche dallo stesso D'Ambrosio con cui ebbe un incontro. “Certamente parlai con D’Ambrosio, a Roma, forse ad una lezione alla Luiss per un incontro con gli studenti, e lui mi rappresentò le lamentele reiterate ricevute dal senatore Mancino che si sentiva appunto perseguitato. Non riesco però ad inquadrare il periodo esatto. Della questione parlammo sempre in termini giuridici ovvero su quel che si poteva o non poteva fare e lui era d'accordo con la mia analisi tecnica”. E in merito all'affermazione di D'Ambrosio, nella telefonata con Mancino del 12 marzo in cui il consigliere giuridico affermò che avrebbe avuto un incontro con lui il giorno successivo ha aggiunto: “Lo posso escludere perché nella mia agenda non ho incontri fissati con D'Ambrosio. Dopo quell'incontro che avemmo prima non parlammo più di certe cose neanche al telefono”.

La convocazione dal Pg della Cassazione
Rispondendo alle domande del Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, Grasso (ringraziato pubblicamente sia dal Presidente della Corte d'Assise che dalla Procura e dalle difese per aver rinunciato alle prerogative di Palazzo Madama e di aver accettato di deporre, ndr) ha parlato anche della riunione avuta il 19 aprile 2012 su convocazione del Pg della Suprema Corte, Gianfranco Ciani.
“Venni chiamato dallo stesso Ciani il 16 aprile in una telefonata informale – ha detto Grasso – Non era qualcosa di anomalo e non si entrò nello specifico degli argomenti. Durante la riunione del 19 aprile venne stigmatizzo che c'erano state delle lamentele sul coordinamento dell'indagine sulla trattativa e dei problemi derivati dalla necessità di un’unità di indirizzo da parte delle procure che stavano conducendo inchieste che avevano punti in comune. Sopra il tavolo c'era anche una lettera del segretario generale del Quirinale Donato Marra al procuratore generale a cui era stata allegata una missiva del senatore Mancino alla presidenza della Repubblica. Non venne letta in quella sede ma era chiaro che si parlava delle lamentele in merito al mancato coordinamento delle indagini delle procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta. In particolare si lamentava una diversità d’indirizzo: per Caltanissetta i politici erano estranei a colpe, mentre le altre procure ipotizzavano condotte penalmente rilevanti. Da un punto di vista ufficiale fu quello il momento in cui vennero fuori queste lamentele. Parlando del coordinamento in generale io dissi che in passato vi erano stati problemi ma che erano stati risolti. Era un problema del 2011 che arrivava dalla Procura di Caltanissetta che lamentava un mancato invio di atti e si era creato uno stallo istituzionale. Caltanissetta investì il Procuratore nazionale antimafia che a sua volta investì della questione la procura generale della Cassazione e il ministero. Non era solo un problema di coordinamento, ma di riconoscimento del potere del procuratore nazionale antimafia. Lo stallo si era risolto con una riunione del 28 aprile 2011 in cui diedi dodici direttive di coordinamento. Da allora, dissi nella riunione del 2012, che non mi risultavano violazione di coordinamento da parte delle tre Procure interessate, Firenze, Caltanissetta e Palermo. Dissi che non c'erano gli estremi di violazione per arrivare all'avocazione”. Rispondendo ai pm Grasso ha quindi escluso che gli fu chiesto di avocare a sé l'indagine sulla trattativa. “Fui io a parlare di avocazione ma non in termini specifici per questa inchiesta ma in maniera generica. Mi si può dare atto che non c'è stata mai alcuna interferenza da parte del procuratore nazionale dell'epoca su questi temi. A quel punto mi fu chiesto di fare una relazione scritta su quanto da me riferito e così ho fatto”.

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Alla fine della sua deposizione, ha voluto sottolineare di essersi atteso un ruolo diverso all’interno del processo. “Pensavo di poter essere citato non solo come teste ma anche come persona offesa, dato che qui qualcuno ha detto che bisognava dare un colpetto per proseguire la trattativa. Poiché si dice che nell’autunno ’92 si voleva dare un altro colpetto per ravvivare la fiamma della trattativa, e quel colpetto era la mia eliminazione io pensavo di poter essere citato come persona offesa. Per fortuna poi per problemi di telecomandi non andò in porto. E’ solo una piccola annotazione che non sposta nulla perché non mi sarei mai costituito parte civile”. Pronta la replica del procuratore Messineo. “Qui non celebriamo un processo per strage, eseguita o tentata, ma un processo per violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato”.

La deposizione di Marra
L’udienza è proseguita con l’esame di Donato Marra, il segretario generale del Quirinale autore della lettera in cui venivano messe in evidenza le lamentele di Mancino chiedendo un qualche intervento alla Procura generale. Una testimonianza in cui non sono mancati i momenti di nervosismo con lo stesso Marra che ha tenuto a mettere le “mani avanti” dicendo di non voler essere indotto a rispondere in modo da violare il segreto a cui è vincolato nel suo rapporto con il Capo dello Stato ancor prima di sentire le domande della Procura, chiarendo da subito di aver avuto rapporti continui con Mancino solo quando questi era stato vice presidente del Csm mentre successivamente si trattava solo di incontri sporadici e poco significativi.
“Credo che la lettera dell'ex Senatore Mancino fosse stata spedita direttamente al Presidente della Repubblica – ha detto alla Corte – La lettera di risposta è stata invece predisposta dal consigliere del presidente per gli affari di amministrazione della giustizia, Loris D'Ambrosio, io l'ho semplicemente valutata cercando di capire se vi fossero ragioni ostative all'invio e se era conforme a quanto previsto dalla legge. Per me non vi erano problemi. La lettera di Mancino mi sembrò di non semplice interpretazione e anche per questo allegammo la sua lettera a quella spedita alla Procura generale della Cassazione, affinché il Pg potesse fare la propria valutazione. Del resto nella lettera si chiedeva di valutare la fondatezza delle doglianze di Mancino. E si chiedeva, qualora fosse stato ritenuto necessario, una verifica del coordinamento”.
Il segretario generale del Quirinale durante la deposizione ha consegnato alla Corte d'assise la lettera che l'ex ministro Nicola Mancino, il 27 marzo del 2012, inviò al capo dello Stato Giorgio Napolitano ponendo il problema della mancanza di un'unitarietà di indirizzo investigativo nelle indagini sul presunto patto tra clan e pezzi delle istituzioni condotte da tre Procure: quella di Palermo, Firenze e Caltanissetta. La missiva è stata letta in aula dal pm Nino Di Matteo. Marra inviò la lettera di Mancino alla procura generale della Cassazione insieme a una nota predisposta dall'allora consigliere giuridico del Quirinale Loris D'Ambrosio e sottoscritta dallo stesso Marra.
Marra rispondendo ad una domanda del pm Di Matteo non ha escluso di aver stabilito con D'Ambrosio di avvisare Mancino della spedizione della lettera alla Procura generale della Suprema Corte. Una questione, tra l'altro, che si evince anche dalla conversazione telefonica tra D'Ambrosio e Mancino, del 5 aprile 2012. Il processo è stato poi rinviato al prossimo 17 luglio quando saranno sentiti Gianfranco Ciani, Vitaliano Esposito e Pasquale Ciccolo.

AUDIO by Radio Radicale
Processo Bagarella Leoluca + 9 (Trattativa stato-mafia)
Palermo, 11 luglio 2014 - 3h 45' 6"

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