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Trattativa Stato-mafia, Mancino e D’Ambrosio: le voci di dentro

mancino-dambrosio-telefonateAudio integrale all'interno!
di Lorenzo Baldo - 15 maggio 2014
Ascoltate in aula le intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro e l’ex consigliere giuridico di Napolitano
Palermo.
“Lei può dire che la lettera è stata mandata al procuratore generale (della Cassazione, ndr). Poi, ha saputo che era ai fini di un coordinamento investigativo, lei lo può dire parlando informalmente col Presidente (Giorgio Napolitano, ndr), perché no”. La voce dell’ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio (deceduto il 26 luglio 2012) rimbomba nell’aula bunker dell’Ucciardone durante l’udienza odierna del processo Trattativa. E’ il giorno in cui vengono ascoltate alcune intercettazioni telefoniche (captate tra il 25 novembre 2011 e il 5 aprile 2012) tra lo stesso D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. L’ex politico democristiano è seduto tra le prime file, ascolta la sua voce con forzata nonchalance. Sugli spalti ci sono diversi esponenti della “Scorta civica”. Dagli altoparlanti si materializzano vere e proprie suppliche da parte di Mancino. La sua paura di finire invischiato nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia traspare da ogni sua frase e soprattutto dall’insistente frequenza di quelle telefonate. Roba da “stalker”.

“Non c'è niente, lui (Giorgio Napolitano, ndr) sa tutto, non è che non lo sa. L’ha detto lui, io voglio che la lettera venga inviata, ma anche con la mia condivisione sostanzialmente”. Nelle parole di Loris D’Ambrosio c’è il preciso riferimento alla lettera inviata il 4 aprile del 2012 dal  segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, al procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, nella quale venivano chieste informazioni “sul coordinamento delle inchieste fra le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze sulla trattativa”. La parola “coordinamento” nascondeva in realtà il turpe tentativo di strappare le indagini da Palermo (possibilmente attraverso lo strumento dell’avocazione) assecondando così le pressanti richieste dello stesso Mancino, con il beneplacito del Presidente della Repubblica. Ed è riascoltando le stesse voci dei protagonisti che tornano sotto i riflettori quelle manovre oscure. “Io ho parlato col Presidente e ho parlato anche con Grasso – diceva D’Ambrosio a Mancino –. Ma noi non vediamo molte... molti spazi purtroppo, perché non..., adesso probabilmente il Presidente parlerà con Grasso nuovamente... eh... vediamo un attimo anche di vedere con Esposito... qualche cosa... la vediamo insomma difficile la cosa, ecco... (...). Dopo aver parlato col Presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’... lo vedrò nei prossimi giorni. Però, lui, lui proprio oggi dopo avergli parlato, mi ha detto: ‘ma sai, io non posso intervenire’. Capito, quindi, mi sembra orientato a non intervenire”. Successivamente lo stesso procuratore nazionale antimafia “precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell'articolo 371 bis codice di procedura penale...”. Per Grasso quindi non c’è alcun mancato coordinamento fra le procure che stanno indagando sulle trattativa. Le estenuanti richieste di Nicola Mancino finiscono quindi in un vicolo cieco.

Il (mancato) confronto con Martelli
Nelle intercettazioni emerge ulteriormente il terrore di Mancino in merito alla possibilità che i magistrati di Palermo potessero chiedere un confronto in aula tra lui e l’ex Ministro Martelli al processo Mori (per la mancata cattura di Provenzano). A latere dell’udienza del 24 febbraio 2012 del suddetto processo, a seguito della deposizione dello stesso ex ministro dell’Interno, il pm Nino di Matteo aveva sottolineato l’esistenza di “evidenti contraddizioni tra diversi esponenti delle istituzioni”.martelli-claudio-150514 Il riferimento riguardava le contraddizioni con le precedenti dichiarazioni degli ex ministri Claudio Martelli e Vincenzo Scotti. In sostanza qualcuno aveva mentito. E la paura di Mancino era proprio quella di essere incriminato per la trattativa Stato-mafia. Cosa che di fatto è avvenuta (con l’accusa di falsa testimonianza). Le intercettazioni parlano chiaro quando Mancino (M) e D’Ambrosio (D) si riferiscono proprio a Martelli e ai magistrati che investigano sulla trattativa.
M: “Non so dove vogliono arrivare questi, che vogliono fare”.
D: “Ma è chiaro che… che non si capisce, ma non si capisce neanche più la trattativa se devo essere sincero. Io l’oggetto della trattativa mica l’ho capito, no… mi sfugge proprio completamente”.
M: “No perché poi la mia preoccupazione e che... ritenere che dal confronto con Martelli... Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale
D: ecco, io insomma, noi, ecco, parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non... (….). Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli... e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè... la posizione di Martelli.... tant'è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli... eh... indipendentemente dal processo diciamo, così...
M: ma io non è che posso parlare io con Martelli... che fa…
D: no no... dico no... io ho detto guardi non credo...ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del consiglio all’epoca dei fatti ndr) giusto...e anche con Scalfaro…”.
dellutri-grazioli-blueLa domanda di Napolitano relativa alla possibilità che lo stesso D’Ambrosio potesse avere mai parlato con Martelli “indipendentemente dal processo” si commenta da sola.
Al telefono D’Ambrosio e Mancino si interrogano poi su quale possa essere la persona o l’ufficio giudiziario sul quale intervenire: “Il collegio (presieduto da Mario Fontana, ndr) lì è equilibrato. Come ha ritenuto inutile il confronto con Tavormina (generale ed ex capo della Dia) potrebbe rigettare per analogia (il confronto con Martelli, ndr)”. Non è facile: “Intervenire sul collegio”, evidenzia D’Ambrosio , “è una cosa molto delicata. Più facile è parlare con il pm”. Sta di fatto che il temuto confronto tra Mancino e Martelli non viene disposto.

Dell’Utri e le trattative
In un’altra intercettazione Mancino e D’Ambrosio parlano della metodologia della Procura di Palermo nel condurre le indagini. D'Ambrosio asserisce perentoriamente: "Fanno un passo avanti e due indietro, due passi avanti e quattro indietro... perchè gli conviene tenere aperte queste... voragini per poi infilarci ogni volta la cosa che più gli fa comodo in quel momento... . E Mancino: “Mò pure questa cosa di Dell'Utri... ma io so Dell'Utri che cosa ha fatto! Ma mi sembra che...
diciamo è rafforzativa della tesi secondo cui Dell'Utri, per conto anche di Berlusconi, ha fatto trattative... “. Dal canto suo D'Ambrosio replica: “Sì, ma insomma sono sempre le stesse cose che ormai ricicciano... non mi sembra che c'è una cosa determinante, non lo so...”.

Mori, De Donno e Dell’Utri
In aula, inoltre, vengono fatte sentire alcune intercettazioni telefoniche tra l’ex generale Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno e tra lo stesso De Donno e l'ex senatore Marcello Dell’Utri, a dimostrazione della pregressa conoscenza tra gli odierni imputati. Il 9 marzo 2012 De Donno chiama il senatore per complimentarsi per la decisione della Cassazione che ordinava un nuovo processo per Dell’Utri, dopo la sentenza che lo aveva condannato a sette anni per mafia. In quella telefonata De Donno si dice “molto felice” della decisione della Suprema Corte e Dell’Utri gli risponde che anche lui è contento e che “qualcuno serio ancora c’è”. Nel dialogo tra Mori e De Donno del 10 marzo 2012, si fa riferimento ad alcuni articoli di stampa sugli scambi verbali tra gli ex esponenti Dc Calogero Mannino e Giuseppe Gargani (captati dalla giornalista del Fatto Quotidiano, Sandra Amurri), relativi alla questione di “dare tutti la stessa versione” alla Procura di Palermo. In quella stessa intercettazione si commenta anche la decisione della Cassazione (per Dell’Utri) e l’ex generale dice: “sono contento per lui, perché insomma…”, “gli ho telefonato ieri sera”, risponde De Donno, “ha fatto bene”, replica Mori. Poi De Donno spiega cosa ha detto a Dell’Utri: “Senatore, dico, sono contento, questo tutto sommato dimostra che forse in questo Paese sia rimasta… che sta crollando tutto, pian piano comincia a crollare tutto questo cazzo di discorso”. Al di là delle telefonate ascoltate oggi in aula, basta fare un ulteriore passo indietro per rendersi conto dei rapporti tra Dell’Utri e gli ex ufficiali del Ros. Il 24 novembre 2011 esce la notizia che il senatore è indagato per la Trattativa. Il giorno dopo De Donno telefona a Dell’Utri dopodiché chiama Mori per raccontarli della telefonata. “Mi ha detto…beh…veramente questi pigliano cazzi per lanterne – dice De Donno a Mori –. Ci ho detto guardi, guardi, ma mi farebbe piacere se una sera andiamo a cena con il generale …a questo punto, essendo coindagati non ce lo possono neanche negare…”.

Le parole di Borsellino
Ma nelle telefonate tra Mori e De Donno si parla anche di Paolo Borsellino e di quello che aveva confidato a sua moglie Agnese poco prima di essere ammazzato. L’8 marzo del 2012 De Donno chiama Mori e lo informa di un articolo pubblicato sul sito di Repubblica nel quale vengono citati ampi stralci delle dichiarazioni di Agnese Borsellino. “Il 15 luglio, verso sera –  riportava l’articolo –, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: ‘Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (affiliato a Cosa Nostra, ndr)’. Tre giorni dopo, durante una passeggiata sul lungomare di Carini, mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”. Nell’articolo in questione venivano evidenziate le osservazioni dei pm di Caltanissetta: “Un’inquietante confidenza in relazione alla figura del generale Subranni, capo del Ros dei carabinieri, proprio la struttura che stava conducendo la cosiddetta trattativa”. L’articolo si concludeva con la notizia che lo stesso Subranni era indagato dalla Procura nissena per concorso esterno in associazione mafiosa. Nell’intercettazione si sente De Donno trasmettere tutto ciò ad un silenzioso Mori che, di tanto in tanto, si limita a pronunciare monosillabi. Così come quando De Donno sottolinea che nello stesso articolo si fa riferimento ad un “amico” che ha tradito Paolo Borsellino (del cui sconforto erano stati testimoni i giudici Alessandra Camassa e Massimo Russo). L’ex ufficiale del Ros aggiunge il termine “carabiniere”. Ma chi sia “l’amico carabiniere” che può avere tradito Borsellino non è dato sapere.

mancino-aula-ucciardoneLa sceneggiata di Mancino
Prima della conclusione dell’udienza l’ex ministro democristiano chiede e ottiene di rendere dichiarazioni spontanee. Come da copione le intercettazioni con D’Ambrosio vengono reinterpretate a suo uso e consumo. A suo dire sono la naturale risposta a seguito di una “campagna denigratoria” che ha subìto. Tra accuse e attacchi vari anche il teste chiave del processo, Massimo Ciancimino (seduto poco distante da lui), finisce nel calderone dell’ex Vice Presidente del Csm.
“Ho sempre servito lo Stato con lealtà, fedeltà, amore e in modo disinteressato”, afferma con fermezza Mancino, senza specificare, però, quale sia effettivamente lo Stato che ha servito.  
Nell’udienza di domani è prevista l’audizione del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta.

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