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Salvatore La Barbera e il fiume dei non ricordo

di Aaron Pettinari - 3 dicembre 2013
Al Borsellino quater il funzionario di polizia nega le pressioni su Candura
All'ultima udienza aveva presentato una giustificazione. Stavolta Salvatore La Barbera, dirigente della polizia delle comunicazioni di Milano, si è presentato davanti ai giudici della Corte d'assise di Caltanissetta ed ha reso testimonianza al processo Borsellino quater. Sì, perché rispetto ai suoi colleghi, Mario Bo e Vincenzo Ricciardi, La Barbera, ha deciso di non avvalersi della facoltà di non rispondere. Una decisione presa nonostante l'indagine aperta nei suoi confronti, che vede coinvolti gli stessi Ricciardi e Bo, per calunnia aggravata dalla procura nissena nell’ambito delle inchieste sulle stragi palermitane del ’92 in cui furono uccisi Giovani Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della polizia di scorta, e Paolo Borsellino e 4 agenti della polizia di scorta.

Secondo l'accusa avrebbe indotto gli ex collaboratori di giustizia Salvatore Candura, Vicenzo Scarantino e Francesco Andriotta a fare accuse false nell’ambito delle prime indagini sulla strage Borsellino del 19 luglio 1992. La Barbera ha risposto alle domande dei pm e dei difensori per circa due ore.
All'epoca delle indagini sulle stragi era un giovanissimo funzionario di polizia ed ha partecipato a diverse fasi delle stesse. In particolare l'interrogatorio si è concentrato sulle fasi dell'arresto di Salvatore Candura, in un primo momento arrestato per violenza sessuale, poi accusato del furto della Fiat 126 utilizzata nell'attentato. “Il mio non era un ruolo strategico per quel che riguardava le indagini – ha ricordato La Barbera - Non facevo parte del gruppo che sceglieva le strategie investigative. Era Arnaldo La Barbera che le concordava con l’autorità giudiziaria. Io ricevevo disposizioni”.
Una posizione che contrasta rispetto alle accuse mosse nei suoi confronti proprio da Candura ed Andriotta che hanno dichiarato che lui era presente in diverse fasi della loro “falsa collaborazione”.
Tra numerosi “non ricordo” il teste ha detto di non sapere di pressioni né di violenze subite da Candura.
In merito alla conduzione delle indagini sulla strage Borsellino da una parte ha detto che se avesse avuto “dubbi sulle indagini avrei fatto una relazione di servizio”. Al tempo stesso ha però aggiunto: “Caso mai dubbi c'erano che personaggi provenienti da un ambiente così malfamato potessero aver avuto un ruolo in un caso così grave, ma il nostro superiore, Arnaldo La Barbera, ci invitava a guardare i dati oggettivi che erano emersi”. Dati oggettivi che sicuramente non hanno riguardato il furto della 126 dato che prima del pentimento di Spatuzza non è mai stato eseguito un sopralluogo sul luogo per verificare la dinamica del furto del mezzo.
Il funzionario, pur ricordando una non sovrapponibilità nelle dichiarazioni tra Candura e Scarantino,
ha ribadito di non saper nulla se vi fosse una possibilità sul confronto e al tempo stesso ha escluso categoricamente di aver partecipato ad un incontro tra Arnaldo La Barbera ed il Candura in cui quest'ultimo venne rassicurato e di andare avanti con la propria versione sul furto.
Tra gli altri fatti Salvatore La Barbera ha anche ricordato come non avesse apprezzato molto la sua promozione a capo della squadra mobile di Caltanissetta. Rispondendo alle domande dei Pm, ha spiegato di essersi occupato, prevalentemente del filone di indagini che riguardava “i telecomandi Telcoma”. Il teste ha quindi affermato che un certo numero di telecomandi di quel tipo era stato venduto da un negozio di Mascalucia, nel catanese, dei fratelli Di Stefano: “L’accertamento ebbe sviluppi con dinamiche operative. Ricordo che ci fu pure un incendio della documentazione contabile in questo esercizio commerciale”. Salvatore La Barbera ha quindi ricordato come “venne sentito Giocacchino La Barbera ed emerse un trasferimento dei telecomandi da Catania verso Palermo”.
Secondo il teste questi telecomandi “trasferiti a Palermo da due persone” sarebbero “identici” a quelli rinvenuti nel covo mafioso di contrada Giambascio.
Rispondendo alle domande dei pm ha anche parlato del ruolo nelle indagini di Gioacchino Genchi: “aveva un canale diretto con Arnaldo la Barbera e si occupò delle interferenze sulle linea telefonica dei familiari di Borsellino. Ricordo che quando si interruppero i rapporti fra Genchi e La Barbera i rumors in ufficio dicevano che c’erano stati screzi sull’esito della consulenza… chiacchiere”.
Tra gli altri teste ascoltati quest'oggi in udienza anche Leonardo La Vigna, dirigente generale della Polizia di Stato. Nel 1992 era all’Alto commissariato per la lotta alla mafia ed ha parlato del prefetto Verga, che dopo essere stato alto commissario era diventato nel 1992 presidente del Cerisdi.
 “Il prefetto Verga era il mio capo. Non mi risulta che al castello Utveggio di Palermo ci fosse un ufficio del Sisde” ha detto. Infine e’ stata la volta di Fiorella Sprio, citata dall’accusa per spiegare il perché dell’assenza del suo nucleo familiare il 19 luglio 1992 dal territorio siciliano. La teste, che ha evidenziato di non avere avuto buoni rapporti con il padre ha detto che quell’assenza fu dovuta ad una vacanza nel corso della quale, assieme ai fratelli, andò a trovare il padre all’ospedale di Verona “ma non ricordo se in quel periodo era latitante o ai domiciliari in ospedale”.
La Sprio ha quindi rivelato che i lavori di ristrutturazione dello stabile di via d’Amelio (abitava al piano terra del civico 19 assieme alla famiglia, ndr) vennero fatti da una ditta di uno che abitava nel palazzo: “è uno al quale hanno ucciso il figlio, non dovrebbe essere difficile individuarlo”, ha detto rivolgendosi ai Pm Luciani e Paci.
Assente anche questa volta Marina Busetto, ex compagna di Arnaldo La Barbera, che ha fatto pervenire un certificato medico. Il processo è stato infine rinviato al pomeriggio del 20 dicembre, dove verrà celebrato presso il Tribunale di giustizia di Caltanissetta.

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