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Di mafia e di deviazioni. Che Stato e' il nostro?

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di Giorgio Bongiovanni - 31 maggio 2010
E’ vero. Ci vogliono le prove per accusare, per ricostruire con certezza, per condannare. Il tempo che trascorre a decine di anni è il peggiore alleato della verità giuridica, annacqua gli indizi, altera i risultati delle analisi, confonde i ricordi. Ma non lo è affatto per la lettura storica, politica e culturale.



La lontananza infatti consente una migliore valutazione del quadro d’insieme, degli effetti di quelle terribili cause scatenanti, delle ragioni ultime, delle convergenze di interessi.
Se non possiamo ancora additare tutti i colpevoli, gli esecutori materiali delle stragi e i loro complici, che appaiono sempre più chiaramente appartenere ai servizi di sicurezza, oltre ai terroristi, ai brigatisti e ai mafiosi, oggi come oggi ci possiamo senz’altro permettere un’analisi anche spudorata di quanto appare evidente agli occhi. Al di là di qualsiasi prudenza probatoria che è pertinenza dei soli magistrati.
Due sono le certezze di cui disponiamo. Ad ogni strage, da Portella della Ginestra, 1947, fino alle bombe di Firenze, Milano e Roma, 1993, passando per l’eversione nera e rossa, e golpe minacciosi, seguono puntuali e costanti: il piano di depistaggio e l’immediato contraccolpo politico per condizionare e determinare gli orientamenti di maggioranze e opposizioni.
In ossequio prima all’alleanza atlantica, fino alla caduta del muro di Berlino, quando gli equilibri mondiali imponevano all’Italia l’immobilismo e il centrismo, impedendo con ogni mezzo la realizzazione di una matura democrazia, e in obbedienza poi ai nuovi padroni del mondo: il ristretto club dei potentati economici e finanziari che decidono della sorte dei popoli giocando alla roulette truccata delle borse.
Questi Signori, del prima e del poi, sono coloro che tirano le fila della violenza e del ricatto che imprigionano l’Italia, tanto per rimanere in casa nostra. A questi individui insospettabili obbediscono i nostri servizi segreti, i nostri politici fantocci, certa magistratura, certo giornalismo, certa imprenditoria… altro che corruzione e ladri di galline. Qui si tratta proprio di quelle “menti raffinatissime” chiamate in causa subito dopo l’attentato all’Addaura da Giovanni Falcone la cui capacità di osservazione e di intendimento si muoveva molto al di là dei confini nazionali. (Non per niente dietro il muro di gomma che nasconde la verità sulla sua morte si agitano anche gli spettri dei servizi segreti americani e israeliani).
Di qui una domanda: davvero li dobbiamo chiamare ancora deviati? A me non sembra affatto. Sono assolutamente organici. Deviata è diventata la nostra Costituzione, aliena a questo Paese, e mai compiuta, rimasta carta ispiratrice di uno Stato che non si è mai realizzato. Deviati erano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il generale dalla Chiesa, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici, Pier Santi Mattarella, Pio La Torre, Moro e Berlinguer nel momento in cui decidono di spezzare i ricatti con il compromesso storico, Pippo Fava, Walter Tobagi, Giorgio Ambrosoli, Emilio Alessandrini… e non ci basterebbe una pagina intera. Uomini normali che hanno servito le Istituzioni facendo il loro mestiere ubbidendo solo ed esclusivamente al dettato costituzionale: eguaglianza di leggi, libertà di informazione ed espressione, diritti per tutti, nell’interesse della collettività. E non di schiere di potere che nello scontro tra titani mietono la vita di quei cittadini costretti a diventare eroi per aver fatto correttamente il proprio dovere.
Questo ormai lo sappiamo e ce lo possiamo dire: c’è uno stato-mafia con il suo esercito di assassini e complici e uno Stato deviato fatto di pochissimi politici, magistrati, giornalisti, imprenditori, operatori sociali che hanno come riferimento unico di civiltà la nostra Costituzione. Questi sì che sono deviati.
Ai cittadini non resta che scegliere da che parte stare e ingaggiare una nuova Rivoluzione. Io sono cristiano e pacifista, aborrisco la lotta armata, anche se capisco le ragioni dei partigiani che dovettero difendere con la vita e con la forza i valori che oggi sono scritti nella Carta e di grandi uomini come Che Guevara. Ma oggi non si possono ripetere vecchi schemi: la battaglia deve essere soprattutto culturale, di conoscenza, di presa di coscienza e responsabilità. Qualunque regime autoritario e oligarchico che si nasconde dietro alla facciata di democrazia ha bisogno per esistere di fondarsi sul segreto e sull’inganno. Per rovesciarlo non c’è che un modo: cercare, capire e dire la verità. L’unica che può renderci liberi, ma liberi davvero.
(Giovanni 8, 32)


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